“Ho pensato che fosse ora di rinnovare il panorama immobiliare milanese. Caffè? – A. Valenti. (P.S. Porto anche una tua vecchia conoscenza).”
Un invito esplicito. Volevano vedere la mia reazione. Volevano umiliarmi di persona.
Risposi: “Hotel Bulgari, ore 11. Il conto lo pago io. Come sempre.”
Capitolo 9: Fantasmi e Avvoltoi
Il salotto dell’Hotel Bulgari era un’oasi di velluto scuro e luce soffusa. Arrivai con cinque minuti di anticipo e mi sedetti in un angolo discreto.
Alle undici in punto, Alessandro Valenti fece il suo ingresso. Era un uomo sulla cinquantina, con il fascino predatorio di un lupo ben vestito, capelli brizzolati e un abito di sartoria napoletana. Al suo braccio, avvolta in un tubino rosso fuoco firmato Valentino, c’era Isabella.
Il tempo non l’aveva addolcita, ma le aveva conferito una spietatezza fredda. Il trucco era pesante, gli occhi brillavano di una malizia trionfante. Credeva di essere tornata da vincitrice.
Si sedettero di fronte a me. Non offersi la mano.
“Eleonora,” sorrise Valenti, mostrando denti perfetti. “È un onore. Ho sempre ammirato il tuo lavoro. Anche se, ultimamente, sembra che l’azienda abbia bisogno di… sangue fresco.”
“Alessandro,” replicai, con un sorriso altrettanto falso e mille volte più affilato. “Risparmiami le cortesie romane. Sei qui perché vuoi il mio portafoglio clienti e i miei contratti governativi. Ma non li avrai.”
Isabella si sporse in avanti, incrociando le gambe eleganti. “Sei sempre così sicura di te, Eleonora. Ma i tempi sono cambiati. Non sei più la regina intoccabile. Gli azionisti sanno che sei stanca. Valenti ha i capitali. E io ho… una certa memoria per i dettagli.”
La guardai. Il suo tentativo di intimidirmi era quasi commovente.
“Isabella,” dissi, usando un tono di condiscendenza totale, come se mi stessi rivolgendo a una bambina che aveva rubato delle caramelle. “Vedo che hai trovato un nuovo bancomat. Devo darti atto della tua resilienza: cacciata dalla porta, sei rientrata dalla finestra. Ma credi davvero che le tue patetiche indiscrezioni possano distruggere trent’anni di solidità aziendale? Le indagini sui cantieri di Roma verranno archiviate dopodomani. Ho i documenti già pronti in procura.”
Valenti intervenne, il sorriso che vacillava leggermente. “Potrai anche cavartela a Roma, Eleonora. Ma l’OPA è reale. Se rilancio l’offerta al venticinque percento di premio, i tuoi azionisti ti venderanno. È solo questione di prezzo.”
“Tutto ha un prezzo, Alessandro,” confermai, prendendo la mia tazza di tè. “Tranne le cose che non sono in vendita. Tu pensi di potermi comprare. Ma hai commesso un errore di arroganza, fidandoti delle informazioni di una donna che, nella sua vita, è riuscita a farsi chiudere fuori dal proprio attico la notte di nozze.”
Il viso di Isabella avvampò di rabbia. “Sei una vipera. Mi hai distrutto la vita! Hai rovinato il mio matrimonio e costretto Lorenzo a fare una vita da pezzente!”
“Io non ho costretto Lorenzo a fare nulla,” replicai freddamente. “L’ho solo costretto a svegliarsi. Cosa che, a quanto vedo, a te non è ancora successa.”
Mi alzai, lasciando cinquanta euro sul tavolo per il tè.
“Godetevi Milano finché potete,” dissi, guardandoli dall’alto in basso. “Perché ho intenzione di distruggere le vostre finanze in un modo così radicale che non potrete più permettervi nemmeno un caffè alle macchinette.”
Mentre uscivo dall’hotel, la mia mente lavorava a mille. Avevo mostrato sicurezza, ma Valenti aveva ragione su una cosa: se avesse alzato l’offerta, i fondi di investimento che detenevano le mie quote di minoranza lo avrebbero seguito. Dovevo trovare il modo di screditarlo o di affondare la sua azienda prima che lui affondasse la mia.
Capitolo 10: Il Sangue Non è Acqua
Mentre io preparavo la trincea nel mio grattacielo, Lorenzo stava affrontando la sua personale tempesta.
Due giorni dopo il mio incontro al Bulgari, ricevetti una chiamata da lui. Non ci sentivamo da due mesi.
“Mamma, sono io,” disse. La sua voce era tesa, grave.
“Lorenzo. So che avrai letto i giornali. Non preoccuparti, ho la situazione sotto controllo.”
“Non è per i giornali che ti chiamo. Dobbiamo vederci. Stasera. Non a casa tua, non nel tuo ufficio. Al parco Sempione. Da soli.”
Alle otto di sera, sotto un lampione flebile, trovai mio figlio seduto su una panchina. Indossava un impermeabile scuro. Sembrava più adulto, più massiccio.
Mi sedetti accanto a lui. “Cosa c’è di così urgente?”
Lorenzo trasse un respiro profondo e tirò fuori una chiavetta USB dalla tasca, rigirandosela tra le dita.
“L’azienda per cui lavoro,” iniziò, senza guardarmi, “è stata assunta in subappalto dalla Valenti Group per la riqualificazione dell’ex area industriale di Sesto San Giovanni. È il più grande progetto immobiliare d’Europa. Valenti ci ha puntato tutto. Ha usato quel progetto come garanzia per ottenere dalle banche i miliardi necessari per lanciare l’OPA contro di te.”
Annuii. Sapevo di quel progetto. Era il fiore all’occhiello di Valenti.
“Sono il direttore del progetto per la nostra parte,” continuò Lorenzo, la voce che tremava leggermente per la gravità di ciò che stava per dire. “Ho fatto dei sopralluoghi incrociati. Ho esaminato i carotaggi del terreno e le perizie ambientali presentate dalla Valenti Group al Comune per ottenere le autorizzazioni a costruire.”
Si voltò finalmente a guardarmi. I suoi occhi erano accesi di un fuoco freddo e implacabile, un fuoco che conoscevo benissimo. Era il mio stesso sguardo.
“Hanno falsificato i dati, mamma. Il terreno è altamente contaminato da metalli pesanti e solventi industriali. La bonifica costerebbe centinaia di milioni, distruggendo completamente i margini di profitto del progetto. Valenti ha corrotto due ispettori ambientali per far certificare il terreno come pulito. Se iniziano a costruire e a scavare senza bonifica, le falde acquifere di mezza città verranno compromesse.”
Rimasi in silenzio, sbalordita dall’enormità della cosa. “Ne sei assolutamente certo?”
“Ho i campioni di terra. Li ho fatti analizzare da un laboratorio svizzero indipendente. E ho i log informatici segreti in cui i dirigenti di Valenti ammettono la frode,” disse, passandomi la chiavetta USB. “È tutto qui dentro.”
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