Sentii il peso freddo del metallo nel palmo della mano. Era una bomba nucleare. Se questa informazione fosse finita sui tavoli della Procura, Valenti sarebbe stato arrestato, il suo progetto bloccato, e le banche avrebbero ritirato le linee di credito. La sua OPA ostile contro la mia azienda sarebbe collassata in cinque minuti.
“Lorenzo,” dissi, la voce che era un sussurro ammirato. “Questo ti rende complice se non lo denunci. E se lo denunci, l’azienda per cui lavori perderà il suo contratto più grande, e tu probabilmente verrai licenziato per aver violato gli accordi di riservatezza e rubato dati interni.”
“Lo so,” rispose lui, senza alcuna esitazione. “Ho già rassegnato le dimissioni stamattina.”
Mi portai una mano alla bocca, commossa fino al midollo. L’uomo seduto accanto a me aveva sacrificato la sua carriera, quella che si era costruito da solo dal nulla, dal sudore dei cantieri e dalle umiliazioni subite dopo il matrimonio fallito, per proteggere me. E per fare la cosa giusta.
“Non dovevi farlo, Lorenzo. Avremmo trovato un altro modo.”
“No, mamma,” sorrise tristemente. “Isabella è con Valenti, vero? Ho letto i giornali del gossip. Hanno cercato di farti a pezzi. Isabella pensava che io fossi un debole, e tu per un certo periodo hai pensato la stessa cosa. Avevate entrambe ragione, allora. Ma non lo sono più. Usa questa chiavetta. Distruggilo. E distruggi lei.”
Mi alzai, tirandolo in piedi con me. Lo abbracciai forte, sentendo il profumo della pioggia sul suo cappotto. Non era più il bambino a cui rimboccavo le coperte. Era un mio pari. Un mio alleato.
“Sarà fatto,” promisi.
Capitolo 11: La Caduta degli Dèi
Non andai alla stampa. Sventolare uno scandalo sui giornali è una tattica da disperati. Io sono una stratega, e gli strateghi colpiscono dove fa più male: nei portafogli.
Tramite i miei contatti più fidati, feci recapitare una copia criptata del dossier di Lorenzo ai tre maggiori istituti di credito europei che stavano finanziando l’OPA di Valenti. Inviai la stessa copia al Sindaco di Milano e al Procuratore Capo della Repubblica, allegando le prove delle perizie falsificate.
Poi, organizzai un “incontro amichevole” nel mio ufficio con i principali azionisti della Valenti Group. Non dovevo minacciarli. Dovevo solo informarli.
Il venerdì mattina, i mercati aprirono.
Fu un bagno di sangue.
Alle 9:01, le tre banche creditrici emisero un comunicato congiunto ritirando le loro garanzie finanziarie per l’OPA di Valenti.
Alle 9:15, la Procura della Repubblica di Milano inviò la Guardia di Finanza negli uffici di Alessandro Valenti per sequestrare server e documenti, con l’accusa di disastro ambientale colposo e corruzione.
Alle 10:00, il titolo della Valenti Group in borsa iniziò a crollare a una velocità tale che la Consob dovette sospenderlo per eccesso di ribasso.
Dal mio attico di vetro, osservavo i monitor Bloomberg brillare di rosso intenso, mentre il mio assistente mi serviva un espresso bollente.
“Clara,” dissi, assaporando il caffè amaro. “Come stiamo performando noi?”
“Le azioni della Rossi Real Estate sono in rialzo del 7%, signora. Gli investitori stanno rientrando, rassicurati dalla stabilità dopo l’esplosione dello scandalo Valenti.”
Sorrisi. Ma il momento più dolce della giornata doveva ancora arrivare.
Ricevetti una chiamata al centralino privato. Il mio avvocato, che si trovava nel palazzo di Giustizia, mi informò che Alessandro Valenti era stato portato via in manette.
Un’ora dopo, la sicurezza del mio palazzo mi chiamò.
“Signora Rossi, c’è una donna qui giù. Dice di essere Isabella Marchi. Pretende di vederla. È in uno stato molto alterato.”
“Fatela salire,” risposi placidamente. “Ma assicuratevi che ci siano due guardie ad accompagnarla. Non voglio che si sporchino i tappeti.”
Quando Isabella entrò nel mio ufficio, sembrava il fantasma della donna arrogante che avevo incontrato al Bulgari solo pochi giorni prima. Il trucco le colava sulle guance per via della pioggia e delle lacrime. Teneva in mano una costosa borsa Chanel, che però ora sembrava solo un accessorio patetico su una barca che affondava.
Le due guardie si posizionarono ai lati della porta. Io rimasi seduta dietro la mia imponente scrivania di mogano.
“Tu!” urlò Isabella, puntandomi un dito contro. “Sei stata tu! Hai dato tu quei documenti ai magistrati! Alessandro me lo ha detto prima che lo arrestassero!”
“Abbassa la voce, ragazzina,” le dissi con calma. “Non sei in un mercato del pesce.”
“Hai distrutto tutto! Alessandro aveva promesso di farmi entrare nel consiglio di amministrazione una volta acquisita la tua azienda. I miei conti sono stati bloccati dalla Finanza perché figuravo come sua consulente. Mi hanno sequestrato anche i telefoni! Io non ho niente a che fare con il terreno inquinato, io facevo solo pubbliche relazioni!”
Scoppiò in un pianto isterico, crollando su una delle sedie. La stessa sedia in cui si era seduta cinque anni prima per piangere perché l’avevo chiusa fuori dall’attico in Brera.
“Isabella,” dissi, alzandomi in piedi. Mi avvicinai a lei, sovrastandola. “Cinque anni fa ti ho dato una lezione. Ma a quanto pare, non sei una brava studentessa. Hai deciso di schierarti con un criminale per pura vendetta personale, usando mezze verità per infangare il mio nome. Credevi di essere astuta. Ma sei solo profondamente, tragicamente stupida.”
“Cosa farò ora?” singhiozzò lei, perdendo ogni parvenza di dignità. “I magistrati vogliono interrogarmi.”
“Allora ti consiglio di trovare un buon avvocato d’ufficio, perché con i conti bloccati non potrai permetterti nessuno. E stavolta, non avrai Lorenzo a prendere le tue difese, né un assegno di mantenimento a salvarti.”
“Sei un mostro,” sussurrò, guardandomi con puro odio.
“No,” risposi, con una freddezza glaciale. “Sono Eleonora Rossi. E questa volta ti avviso: se pronuncerai ancora il mio nome in pubblico, o quello di mio figlio, farò in modo che l’esercito di avvocati di questa azienda ti faccia causa per diffamazione e danni all’immagine per una cifra tale che non ti basteranno tre vite per ripagarla. Guardie, scortate la signorina fuori dal grattacielo. E se dovesse ripresentarsi all’ingresso, chiamate la polizia.”
Le guardie la presero per le braccia e la condussero via. L’ultima immagine che ho di Isabella è il suo sguardo terrorizzato e sconfitto mentre le porte dell’ascensore si chiudevano su di lei.
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