Il sangue cremisi iniziava a macchiare il colletto bianco della camicia di Nicholas, spandendosi sulla fitta trama del tappeto che aveva frenato la sua caduta mortale. Salvatore alzò lentamente lo sguardo. I suoi occhi, solitamente due scudi di ossidiana impenetrabile che terrorizzavano i capi cosca di mezzo mondo, ora bruciavano di una furia primordiale, silenziosa e devastante.
In cima alla scalinata, Vanessa recitava la sua macabra commedia. Le mani dalle unghie perfettamente laccate di rosso le coprivano la bocca, mentre lacrime artificiali le rigavano il trucco impeccabile. “Oh mio Dio, Salvatore!” gridò la donna, la voce acuta che rimbombava nell’atrio immenso, un suono stridulo che stonava con la solennità tragica di quel momento. “È inciampato! Te lo giuro, ho cercato di afferrarlo ma era troppo veloce! Il mio povero, piccolo Nicholas…”
Ma Salvatore aveva visto. Aveva visto il braccio di Vanessa teso, il movimento secco e crudele delle sue mani che spingevano il corpo minuto del bambino nel vuoto. La menzogna di lei aleggiava nell’aria viziata della villa come un fetore insopportabile. Il boss della mafia non disse una parola. Non urlò, non imprecò. L’addestramento di una vita passata a dissimulare le proprie emozioni prese il sopravvento, avvolgendolo in un manto di apparente freddezza glaciale che chi lo conosceva bene sapeva essere il preludio di una condanna a morte.
Le porte a doppio battente dell’ingresso si spalancarono con un boato sordo. Matteo, il braccio destro di Salvatore, irruppe nella sala seguito da due guardie del corpo e da una squadra di paramedici privati che la famiglia Vance teneva a libro paga per le emergenze che non potevano passare per i canali ufficiali.
“Signore,” mormorò Matteo, fermandosi di colpo alla vista del sangue, il viso sfregiato che si induriva in un’espressione di puro orrore.
“Salvalo,” ringhiò Salvatore, la voce che era poco più di un sibilo basso e cavernoso, ma che riempì lo spazio con la forza di un ordine divino. “Portatelo alla clinica privata. Matteo, tu andrai con lui. Nessuno, e dico nessuno tranne l’equipe medica del dottor Rossi, deve avvicinarsi a mio figlio. Chiunque ci provi senza il mio ordine esplicito, gli pianterai una pallottola in testa. Sono stato chiaro?”
“A costo della mia stessa vita, Capo,” rispose Matteo, chinandosi per aiutare i paramedici a stabilizzare il collo del bambino. Mentre sollevavano Nicholas sulla barella, il bambino gemette, le palpebre pesanti che sfarfallavano. Salvatore gli baciò la fronte gelida, lasciando una traccia del proprio calore su quella pelle troppo pallida.
“Papà è qui, piccolo mio,” mormorò Salvatore, accarezzandogli i capelli scuri, identici ai propri. “Andrà tutto bene. Nessuno ti farà più del male. Nessuno.”
Mentre la barella veniva portata fuori, verso l’ambulanza blindata in attesa nel cortile, Vanessa scese i gradini correndo, inciampando volutamente nell’orlo del suo abito di seta per aggiungere enfasi alla sua disperazione. Si gettò contro il petto di Salvatore, singhiozzando convulsamente. “Voglio venire con lui! Salvatore, amore mio, dobbiamo andare all’ospedale!”
Salvatore non la respinse, ma non la abbracciò. Lasciò che si aggrappasse al suo cappotto di lana pesante, sentendo il disgusto montargli nello stomaco come bile. Doveva essere calmo. Doveva essere il predatore che era sempre stato. Se l’avesse uccisa in quell’istante, a mani nude, le avrebbe solo concesso una fine troppo rapida. E soprattutto, non avrebbe mai scoperto il significato di quelle ultime, disperate parole sussurrate da suo figlio. La scatola blu della mamma.
Elena, la sua prima moglie, l’unica donna che avesse mai amato, era morta quattro anni prima in un tragico incidente d’auto. I freni della sua Maserati avevano ceduto su una strada costiera battuta dalla pioggia. Vanessa, che all’epoca era la segretaria personale di Elena e la sua presunta migliore amica, era stata l’unica a consolare un Salvatore distrutto dal dolore. L’aveva sposata due anni dopo, più per dare una figura materna a Nicholas che per vero amore. Ma ora, i frammenti di quel passato remoto iniziavano a collidere nella sua mente con una violenza assordante.
“Vanessa, ascoltami,” disse Salvatore, imponendosi di usare un tono morbido, quasi rassicurante, che le fece sollevare il viso bagnato di finte lacrime. “L’ospedale sarà un caos. Ho bisogno che tu rimanga qui. Vai in camera tua, prendi dei vestiti per me e per Nicholas. Roba comoda. Preparati. Manderò un’auto a prenderti tra un’ora. Io devo fare delle telefonate per assicurarmi che Rossi abbia a disposizione i migliori neurochirurghi d’Europa, se dovesse servire.”
Vanessa esitò per un istante. Negli occhi scuri della donna, Salvatore colse un guizzo fugace, un lampo di panico puro, freddo e calcolatore che non aveva nulla a che fare con la salute di Nicholas. Aveva abboccato.
“Sì… sì, certo. Hai ragione, tu pensa ai medici. Io vado a preparare le borse,” mormorò lei, asciugandosi il viso con il dorso della mano. Si voltò e iniziò a risalire la grande scalinata, i tacchi che battevano freneticamente sui gradini.
Salvatore rimase immobile nel grande atrio finché Vanessa non scomparve lungo il corridoio dell’ala ovest, quella che ospitava la suite padronale. Fece un cenno impercettibile a due delle sue guardie silenziose rimaste vicino all’ingresso. “Chiudete ogni via d’uscita. Nessuno esce, nessuno entra. E disattivate le telecamere interne. Subito.”
Poi, con passi leggeri e impercettibili, si mosse. Non seguì la moglie nella suite padronale. Prese invece un passaggio di servizio, una stretta scala a chiocciola usata dalla servitù, che portava direttamente all’ala est, chiusa e sigillata da quattro anni: l’ala di Elena.
Era lì che Vanessa stava andando. Salvatore lo sapeva con l’istinto infallibile dell’assassino.
Si mosse lungo il corridoio buio, dove l’aria odorava ancora di polvere e della vaga traccia del profumo ai fiori d’arancio che la sua prima moglie amava tanto. La porta della vecchia biblioteca privata di Elena, una stanza che Salvatore non aveva mai più avuto il coraggio di aprire, era socchiusa. Una lama di luce giallastra tagliava l’oscurità del corridoio.
Salvatore si avvicinò alla porta, muovendosi come un’ombra. Sbircio all’interno. Vanessa era inginocchiata davanti all’imponente camino in marmo nero. Aveva già acceso il fuoco, e le fiamme crepitavano fameliche. Con mani tremanti, la donna stava disperatamente strappando la pannellatura di legno alla base di una vecchia libreria, un nascondiglio che Salvatore stesso ignorava esistesse.
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