Con uno scricchiolio sinistro, il legno cedette. Vanessa infilò la mano nella cavità coperta di polvere e ne estrasse un oggetto. Era un cofanetto di velluto scuro. La scatola blu.

La donna ansimò di sollievo, un suono viscido e trionfante. Si alzò in piedi, accarezzando la scatola con dita febbrili. Non si preoccupò nemmeno di aprirla; voleva solo cancellarla dall’esistenza. Fece un passo verso il fuoco scoppiettante, sollevando il braccio per lanciare il contenitore tra le fiamme divoratrici.

Ma il suo polso fu bloccato a mezz’aria da una presa d’acciaio che le frantumò quasi le ossa.

Vanessa urlò, girandosi di scatto. I suoi occhi si dilatarono per il terrore quando incrociarono lo sguardo vuoto, nero e assolutamente spietato di Salvatore. Non c’era traccia del marito distratto e assente che credeva di poter manipolare. Quello che aveva di fronte era Il Mietitore, il capo assoluto della famiglia Vance, l’uomo che aveva costruito un impero sul sangue e sulla sottomissione.

“Ti avevo detto di preparare i vestiti,” sussurrò Salvatore, la voce che vibrava di una minaccia letale. Con un gesto secco e brutale, le strappò la scatola dalle mani e la spinse indietro. Vanessa inciampò sul tappeto antico, cadendo a terra con un gemito di dolore.

“Salvatore! Io… io stavo solo…” balbettò, tremando violentemente mentre indietreggiava strisciando sul pavimento. “Cercavo un vecchio scialle di Elena per… per Nicholas! A lui piace il profumo della madre, io volevo solo…”

“Zitta.” Una sola parola, pronunciata con voce bassissima, ma che le gelò il sangue nelle vene.

Salvatore non la guardò più. Rivolse la sua attenzione alla scatola blu. Il velluto era liso, consumato dal tempo e dai polpastrelli di chi l’aveva accarezzato innumerevoli volte. C’era un piccolo lucchetto in ottone, ma non oppose resistenza quando Salvatore lo forzò con la forza delle proprie mani. Il coperchio si aprì con un leggero cigolio.

Dentro, non c’erano gioielli o diamanti. C’era un mucchio di carte, lettere scritte a mano con la grafia elegante e sottile di Elena, un piccolo diario dalla copertina di pelle nera, e una chiavetta USB nascosta sotto un lembo di tessuto. Ma fu la lettera piegata in cima a catturare immediatamente l’attenzione di Salvatore. Era indirizzata a lui, scritta su carta intestata della clinica privata di Elena, datata esattamente una settimana prima della sua morte.

Con dita insolitamente rigide, Salvatore dispiegò il foglio. Lesse le prime righe, e il mondo che conosceva si sbriciolò definitivamente.

Mio amato Sal,Se stai leggendo questa lettera, temo che i miei sospetti siano diventati realtà e che io non sia più con te e con il nostro piccolo Nicholas. Da mesi mi sento sempre più debole. Ho fatto delle analisi segrete. Qualcuno mi sta avvelenando, Salvatore. Piccole dosi di arsenico e digitale, somministrate lentamente nel mio tè serale, quello che bevevo sempre con Vanessa mentre tu eri via per affari. All’inizio non volevo crederci, ma l’ho vista. Ho trovato le fiale nella sua stanza.Ho nascosto questo diario e le prove in biblioteca. Volevo dirtelo quando saresti tornato da Palermo, volevo fuggire con te, ma lei ha capito che so. Ha gli occhi pieni di un’ambizione malata. Vuole te, vuole il tuo potere, e soprattutto vuole liberarsi di me. Ti prego, proteggi Nicholas. Lei lo odia perché è il frutto del nostro amore. Non fidarti di Vanessa. Mai.

Salvatore rilesse la lettera due, tre volte, mentre le parole gli si incidevano nell’anima come marchi roventi. Il respiro gli si bloccò in gola. Quattro anni. Per quattro lunghi anni aveva dormito nel letto con l’assassina della donna che amava. Per quattro anni aveva affidato il suo unico figlio, la sua carne, al mostro che aveva distrutto la loro famiglia. Il dolore fu sostituito rapidamente da una collera di proporzioni catastrofiche, una rabbia così pura e distillata da essere quasi sacra.

Posò la lettera con cura millimetrica dentro la scatola blu. Poi si voltò lentamente verso Vanessa, che ora piangeva disperata, rannicchiata in un angolo della stanza, il trucco sciolto che la faceva sembrare un demone smascherato.

“Salvatore, ti prego,” implorò, strisciando verso le sue scarpe italiane tirate a lucido. “È una bugia! Era pazza, Elena era paranoica negli ultimi mesi! Non sarei mai stata in grado di farle del male! Io ti amo! Amo Nicholas come se fosse figlio mio!”

“Tu non pronunciare mai più i loro nomi,” mormorò Salvatore. La sollevò da terra per la gola con una sola mano. La stretta era calibrata alla perfezione: abbastanza forte da mozzarle il fiato e farle sgranare gli occhi per il terrore, ma non abbastanza da ucciderla. “Quattro anni, Vanessa. Hai avvelenato mia moglie. Hai manomesso i freni della sua auto quando l’avvelenamento si è rivelato troppo lento. E oggi… oggi hai guardato negli occhi mio figlio di sei anni e l’hai spinto giù dalle scale perché aveva scoperto il tuo sporco segreto.”

“No… urgh…” ansimò Vanessa, battendo le mani contro il braccio inflessibile dell’uomo, i piedi che scalciavano a mezz’aria.

“Mio figlio ha rischiato di morire per proteggere l’ultimo ricordo di sua madre.” Salvatore si avvicinò al suo viso, le pupille nere dilatate dall’odio. “Non ti ucciderò ora. La morte è un privilegio riservato agli esseri umani, e tu non lo sei. Voglio che tu capisca esattamente cosa significa tradire la famiglia Vance.”

Salvatore la lasciò cadere. Vanessa crollò sul pavimento, tossendo e ansimando in cerca d’aria, aggrappandosi al petto mentre grosse lacrime di vero terrore le rigavano le guance. Non c’era più traccia della donna altera e sofisticata che amava farsi chiamare Lady Vanessa; ora c’era solo un patetico insetto schiacciato sotto lo stivale del padrone.

Con un gesto freddo, Salvatore tirò fuori il cellulare dalla tasca interna della giacca e compose un numero. Risposero al primo squillo. “Luca. Entra nella biblioteca dell’ala est. Porta due uomini di cui ti fidi ciecamente.”

Pochi istanti dopo, tre figure massicce e vestite di scuro entrarono nella stanza, chiudendosi la porta alle spalle. Luca, uno dei “pulitori” più spietati del sindacato, guardò Vanessa rannicchiata a terra con totale indifferenza.

“Signore?”