“Come sta il piccolo, Capo?” chiese Matteo, la voce ridotta a un sussurro roco.

“Dorme,” rispose Salvatore, abbottonandosi il pesante cappotto di lana nera. L’aria intorno a lui era cambiata. La disperazione e il sollievo del padre avevano lasciato il posto all’aura letale e glaciale del Boss. “Non si sveglierà prima di domani mattina a causa degli antidolorifici. Voglio due uomini all’interno della stanza e tre fuori. Controllate ogni infermiere, ogni medico, ogni vassoio del cibo. Se anche solo un moscerino entra in quella stanza senza il vostro permesso, vi taglio la gola.”

“Può contare su di noi, signore. Nessuno toccherà il ragazzo,” confermò Matteo con un cenno solenne del capo.

“Lo so,” disse Salvatore, posando una mano sulla spalla del suo braccio destro. “Io devo occuparmi di una questione in sospeso a Brooklyn. Tenetemi aggiornato su ogni respiro che fa.”

Uscendo dalla clinica, la pioggia autunnale aveva smesso di cadere, lasciando dietro di sé una nebbia bassa e densa che strisciava sull’asfalto come fumo di ghiaccio ghiaccio. La sua auto lo attendeva con il motore acceso. L’autista, un giovane affiliato di nome Enzo, gli aprì la portiera posteriore in silenzio.

“Al molo dodici. Il magazzino di Luca,” ordinò Salvatore, affondando nei sedili in pelle.

Il viaggio attraverso la città addormentata fu un nastro sfocato di luci gialle e ombre allungate. Salvatore non guardò fuori dal finestrino. Chiuse gli occhi e lasciò che la rabbia, che aveva tenuto a bada per amore di suo figlio, si espandesse nelle sue vene come piombo fuso. Vanessa pensava di essere stata astuta. Aveva giocato la parte della moglie devota, della matrigna premurosa, della vedova addolorata della sua presunta migliore amica. Aveva orchestrato l’omicidio perfetto, servendosi della fiducia che Elena riponeva in lei, somministrandole il veleno goccia dopo goccia, sorriso dopo sorriso.

Ma il tradimento di Vanessa non poteva essere un’opera solitaria. Per falsificare i referti autoptici di Elena, per far passare un avvelenamento sistematico per un banale cedimento strutturale dei freni in seguito a un infarto, ci volevano medici, periti, forse persino qualcuno all’interno della stessa organizzazione di Salvatore che l’aveva aiutata a insabbiare le prove. E lui li avrebbe trovati tutti. Uno per uno.

L’auto rallentò, imboccando una strada sterrata che costeggiava il fiume. L’odore salmastro dell’acqua inquinata si mescolò a quello della ruggine e del pesce marcio. Il magazzino era una struttura imponente e arrugginita, isolata dalle altre, un luogo dove i gemiti venivano inghiottiti dallo sciabordio delle onde contro i piloni di cemento.

Quando l’auto si fermò, la grande porta di metallo si aprì con uno stridore meccanico. Salvatore scese. Due uomini di guardia, armati di fucili a pompa, chinarono la testa in segno di rispetto.

L’interno del magazzino era freddo e umido. L’unica fonte di luce proveniva da un potente faro alogeno puntato al centro dello spazio vuoto, dove una figura era legata saldamente a una pesante sedia d’acciaio.

Vanessa era irriconoscibile. Il suo vestito di seta d’alta moda era strappato e sporco di polvere e grasso. I capelli biondi, solitamente raccolti in acconciature impeccabili, le ricadevano sul viso in ciocche disordinate e appiccicose di sudore. Tremava violentemente per il freddo e per il terrore assoluto. Luca, in piedi accanto a lei con le braccia incrociate, stava fumando una sigaretta con placida indifferenza.

Non appena Vanessa vide la sagoma alta e scura di Salvatore emergere dall’oscurità, cominciò a dimenarsi come una preda impazzita, i suoni soffocati dal nastro adesivo che le sigillava la bocca.

Salvatore si avvicinò lentamente. I suoi passi risuonavano sul pavimento di cemento con un’eco funesta. Si fermò a un metro da lei, osservandola con l’interesse distaccato di un entomologo che studia un insetto velenoso sotto vetro. Non provò né pietà né soddisfazione; solo una fredda necessità di risolvere un problema.

Fece un cenno a Luca, che si avvicinò e, con uno strappo deciso, rimosse il nastro adesivo dalla bocca della donna.

Vanessa prese una boccata d’aria affannosa, seguita da un singhiozzo spezzato. “Salvatore… ti supplico…” la sua voce era rauca, rotta dalle urla che aveva lanciato quando era rimasta sola con i suoi rapitori. “Non puoi farlo… noi siamo sposati… sono tua moglie!”

“La mia vera moglie è morta quattro anni fa su una strada scogliera,” rispose Salvatore, la voce priva di riverberi, piatta e assoluta. “E oggi tu hai cercato di uccidere il suo unico figlio. Non sei mia moglie. Sei un cancro che ho lasciato crescere nella mia casa per troppo tempo.”

“È stato un incidente! Lo giuro sulla mia vita, è inciampato!” insistette lei, aggrappandosi all’ultima, disperata menzogna, sperando follemente che l’uomo che aveva ingannato per anni potesse essere di nuovo cieco.

Salvatore sospirò. Si sfilò lentamente i guanti di pelle nera, dito dopo dito, e li infilò nella tasca del cappotto. Si chinò in avanti, appoggiando le mani sui braccioli della sedia, il suo viso a pochi centimetri da quello di lei.

“Ho letto la lettera, Vanessa. Ho letto il diario di Elena. So dell’arsenico. So della digitale nel tè. So che hai manomesso i freni della Maserati quando i medici le hanno consigliato di andare in clinica per dei controlli più approfonditi, per paura che scoprissero il veleno nel suo sangue.” Il tono di Salvatore non si alzò mai, ma le sue parole colpirono la donna con la forza di proiettili. “E so che hai spinto Nicholas per impedirgli di portarmi quella scatola.”

Il viso di Vanessa perse anche l’ultimo accenno di colore. La negazione crollò sotto il peso insostenibile della verità. Le sue spalle si accasciarono contro le corde che la tenevano legata. Quando parlò, non c’era più la Lady Vanessa; c’era solo la segretaria arrampicatrice sociale, la donna divorata dall’invidia.

“Lei aveva tutto,” sussurrò Vanessa, le lacrime che le rigavano il trucco colato, trasformandola in una maschera grottesca. “Aveva i soldi, aveva il potere, aveva te. Io ero la sua serva. Ascoltavo le sue lamentele, le portavo il caffè, sistemavo i suoi appuntamenti… mentre lei viveva in un palazzo e mi trattava con condiscendenza.” La sua voce si incrinò di un odio antico e velenoso. “Io meritavo quella vita più di lei. Io capivo i tuoi affari, Salvatore. Io potevo essere la tua regina.”