Giuro che non provai alcuna infantile, stupida e immatura soddisfazione maligna compiendo quel singolo, semplicissimo e banale gesto digitale con il pollice destro.
C’era solo la gelida, pragmatica, assoluta e incontrovertibile constatazione interiore che il lunghissimo, bellissimo e doloroso capitolo della mia vita dedicato alla creazione di Caldera era ormai chiuso a doppia mandata e sigillato per sempre.
Avevo sinceramente, intensamente e profondamente amato quell’azienda e tutto ciò che essa rappresentava originariamente e concettualmente.
L’avevo devotamente amata e protetta fin dai tempi incredibilmente bui, poveri e difficili in cui non era nient’altro che una polverosa e stretta stanza senza finestre situata sopra un misero, maleodorante negozio di panini al tonno in periferia.
Avevo fermamente e ciecamente creduto nel giovanissimo e geniale Alan, nella sua pazzesca etica del duro lavoro notturno e nella sua straordinaria e inarrivabile visione del futuro tecnologico.
Ma la dedizione, il sacrificio personale e la cieca lealtà verso terzi devono necessariamente, prima o poi, avere un limite invalicabile, sia temporale che puramente emotivo e razionale.
Questo diventa dolorosamente vero e fondamentale soprattutto quando ti rendi conto, all’improvviso, di non essere minimamente apprezzata, mai protetta e nemmeno lontanamente, o adeguatamente, ricambiata nelle ore del bisogno.
Alan aveva debolmente e imperdonabilmente permesso che il suo formidabile giudizio professionale venisse lentamente e irreparabilmente offuscato e compromesso dai suoi complessi e irrazionali legami familiari interni.
Aveva stupidamente concesso a quel viziato e inetto di suo genero il potere di calpestare le persone valide, sacrificando brutalmente anni interi della mia incrollabile e provata dedizione sull’altare squallido e infame del nepotismo più bieco e provincialotto.
Non potevo, non volevo e non dovevo in nessun modo essere mai più la sicura e invisibile rete di salvataggio acrobatico che lo proteggeva magicamente dalle conseguenze dirette e disastrose delle sue stesse e stupide scelte dirigenziali palesemente sbagliate.
“Dimmi, va davvero tutto bene?” chiese a quel punto la voce premurosa di Linda, riscuotendomi dolcemente dai miei pensieri turbolenti.
Aveva inevitabilmente notato il mio sguardo che per un lungo attimo era rimasto momentaneamente perso, assente e fisso nel vuoto spaziale e oscuro del piccolo schermo del telefono appena riposto.
“È tutto assolutamente perfetto e meraviglioso, credimi,” le risposi rassicurante, chiudendo la fibbia metallica della borsa di pelle con un gesto secco, deciso e sonoro.
“Era semplicemente la povera Marta che mi chiamava, voleva gentilmente aggiornarmi sui drammi in corso per dirmi che Alan, infine, si è miracolosamente svegliato dal suo torpore e ha licenziato il caro Nick in tronco e senza preavviso.”
“Beh, a dire il vero e a onor del vero, era una conseguenza che c’era ampiamente e matematicamente da aspettarsi fin dall’inizio della giornata,” annuì pacatamente Linda con un’espressione facciale di assoluta e regale sufficienza nei confronti dei mediocri.
“Senza la nostra vitale, colossale e robusta iniezione di puro capitale liquido proveniente dai nostri prestigiosi fondi fiduciari, l’intera mastodontica e complessa struttura operativa di Caldera non potrà oggettivamente e fiscalmente sopravvivere da sola per più di altri sei, o forse al massimo sette, mesi effettivi.”
“Alan, nella sua lucidità ritrovata, lo sa perfettamente, perché è e rimane fondamentalmente un grandissimo e brillante matematico prima di tutto il resto.”
“Immagino quindi che l’illustre fondatore abbia disperatamente, pateticamente e tragicamente cercato di convincerti a tornare pietosamente indietro sui tuoi passi per supplicarti di rimettere insieme i cocci del suo vaso rotto.”
“Sì, devo ammettere che mi ha promesso e offerto letteralmente mari, monti e intere catene montuose di azioni societarie per interposta persona tramite la sventurata Marta,” aggiunsi io, guardando con infinito, materno affetto il mio caro, fedele e lucido raccoglitore nero adagiato sul tavolo del locale.
Linda si sporse molto lentamente e con estrema cautela in avanti, appoggiando i gomiti sul legno, mentre la sua espressione facciale rilassata divenne all’improvviso incredibilmente seria, concentrata e profondamente inquisitoria.
“E dimmi la nuda e cruda verità guardandomi negli occhi, hai anche solo per un fugace attimo avuto la malsana e folle intenzione di accettare questa sua assurda, colossale e incredibilmente tardiva offerta di redenzione?”
“Assolutamente no, non se ne parla minimamente,” le risposi scandendo bene ogni singola e magnifica sillaba della frase.
La cristallina, granitica e incontrovertibile fermezza che udii risuonare nella mia stessa voce matura mi sorprese molto piacevolmente per un breve ma intensissimo istante.
“C’è una lezione di vita fondamentale, inestimabile e incredibilmente importante che ho faticosamente imparato a mie dolorose spese nel corso di tutti questi lunghi, infiniti e duri trent’anni ininterrotti di lavoro sommerso e sacrifici oscuri.”
“Non si torna assolutamente, categoricamente e categoricamente mai indietro, per nessuna astronomica cifra monetaria esistente al mondo, all’interno di un luogo tossico dove la tua dignità umana e la tua reale competenza professionale non sono state tempestivamente e adeguatamente riconosciute e valorizzate.”
“E poi, se non ricordo male quello che ci siamo appena dette in questa fantastica riunione strategica informale, abbiamo entrambe un’agenda piena e una certa, ribelle e molto promettente azienda di intelligenza artificiale giovanile da dover urgentemente e inesorabilmente rimettere in riga prima della fine del mese solare corrente.”
Il volto precedentemente molto severo, distaccato e concentrato di Linda si aprì d’incanto in un magnifico, trionfale, incredibilmente complice e immensamente smagliante sorriso solare.
“Allora, ancora una volta e con enorme piacere personale, benvenuta ufficialmente a bordo della famiglia dirigenziale della Haworth Capital, mia cara Jessica.”
Il giorno seguente, fin dalle primissime, fresche e frizzanti luci dell’alba texana, le succose, scandalose e succulente notizie del caos colossale scoppiato negli esclusivi uffici direzionali di Caldera avevano già iniziato a circolare freneticamente, incontrollate e inarrestabili.
Le indiscrezioni non verificate rimbalzavano a velocità della luce, distorte e amplificate all’inverosimile, in tutti gli esclusivi, chiusi e ovattati ambienti finanziari e salotti buoni del centro direzionale di Austin.
Le influenti e lette newsletter quotidiane del settore tecnologico locale parlavano già ampiamente, apertamente e criticamente di una colossale, sanguinosa ristrutturazione dirigenziale del tutto improvvisa, inspiegabile e clamorosamente imprevista dagli analisti di mercato.
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