Menzionavano senza alcun pudore un colossale, epico e storico round di finanziamento di Serie C che era incredibilmente, clamorosamente e inspiegabilmente fallito su tutta la linea proprio all’ultimo, fatidico e decisivo minuto utile prima delle firme finali.
E, come se non bastasse tutto questo clamore mediatico, non si facevano il benché minimo scrupolo morale a descrivere impietosamente e nei più infimi dettagli pettegoli il penoso, pubblico e vergognoso crollo mentale ed emotivo di un certo e non meglio identificato giovane e presuntuoso dirigente operativo che era tragicamente esploso in una vergognosa, indimenticabile e imbarazzante scenata isterica in mezzo alla prestigiosa hall di ingresso.
Eppure, con mia grandissima, intima e profonda soddisfazione professionale, il mio vero nome di battesimo non venne mai e poi mai nemmeno lontanamente, velatamente o indirettamente menzionato in nessuno di quei numerosi e chiacchierati resoconti pubblici o articoli di giornale scandalistici.
Ed era esattamente e matematicamente così che io, nel mio intimo, desideravo e volevo fortemente che andassero e finissero per sempre le cose per me e per la mia futura reputazione professionale nel ramo.
Il vero, solido e incrollabile potere istituzionale ama da sempre lavorare e prosperare tranquillamente nella fredda, sicura e protettiva ombra assoluta del dietro le quinte aziendale, lontano da sguardi indiscreti.
Garantisce sempre la cieca e infallibile efficienza dell’intero sistema complesso senza mai dover penosamente o egoisticamente reclamare per forza la vacua, passeggera e superficiale gloria dei riflettori mediatici e delle interviste tv.
Ma, al tempo stesso, questo tipo di potere nascosto possiede sempre l’intima conoscenza, i letali mezzi legali, le chiavi crittografiche e tutti i preziosi codici d’accesso segreti per poter spazzare via e distruggere completamente un intero impero se viene ingiustamente e stupidamente provocato da dei dilettanti.
Firmare fisicamente l’immenso e voluminoso contratto esclusivo di partnership con i vertici della prestigiosa Haworth Capital in quel tiepido, soleggiato e meraviglioso giovedì mattina fu, senza la benché minima ombra di dubbio, uno dei momenti più incredibilmente belli, soddisfacenti e profondamente catartici dell’intera e lunga mia vita adulta da donna lavoratrice.
Il mio spazioso, lussuoso e luminosissimo nuovo ufficio personale non aveva fragili, sottili e trasparenti pareti di vetro pensate esplicitamente per trasmettere agli azionisti un’illusoria, ingenua e infantile trasparenza corporativa fasulla.
E soprattutto, con mio estremo e gaudente piacere visivo, il mio nuovo regno non si affacciava più su quelle squallide, sterili e deprimenti sale riunioni aziendali dove, troppo spesso, la rumorosa, aggressiva e maschilista arroganza veniva regolarmente e colpevolmente scambiata dai vertici per un talento eccezionale da vera e audace leadership naturale.
Era invece, finalmente, uno spazio meravigliosamente, incredibilmente e intimamente privato, avvolto in un benefico silenzio tombale, isolato acusticamente alla perfezione e arredato con sobria, costosa, intramontabile ed eterna eleganza d’altri tempi.
Dominava visivamente e fisicamente il centro esatto della grandissima stanza una mastodontica, pesante e incredibilmente bella scrivania direzionale costruita interamente in autentico, profumato e massiccio legno di mogano intagliato a mano da abili artigiani.
Dietro di essa, proprio alle mie spalle, un’immensa e luminosa vetrata antiriflesso offriva costantemente alla mia vista privilegiata una panoramica superba, ineguagliabile e letteralmente mozzafiato su tutto l’intero, moderno e vibrante skyline della colossale e tentacolare città texana in perenne espansione.
Come da noi ampiamente e strategicamente previsto, il mio primo, primissimo e delicato incarico ufficiale come partner operativa sul campo fu proprio quello di raddrizzare la famosa, indisciplinata e problematica startup di intelligenza artificiale emergente di cui mi aveva tanto appassionatamente parlato la saggia Linda durante il nostro fantastico e indimenticabile caffè riparatore.
Il giovane e apparentemente geniale CEO in questione, che stava per ricevere la lezione della sua vita, si chiamava Ethan, aveva appena e incredibilmente compiuto i suoi teneri ventisei anni di vita.
E, cosa del tutto tragicamente prevedibile nel nostro settore malato, era costantemente e asfissiantemente circondato dalla stessa esatta, insopportabile e tremendamente tossica aura di presunta e infantile invincibilità che avevo tristemente imparato a odiare e sopportare in Nick Branson, il genero viziato.
Quando entrai con passo deciso nel suo caotico, disordinato e rumorosissimo ufficio open space per la primissima volta in assoluto in quella mattina di lunedì lavorativo, lui non si degnò minimamente, per pura, stupida maleducazione cronica, nemmeno di alzare lo sguardo per guardarmi in faccia e salutarmi educatamente.
Al contrario, continuò assolutamente e autisticamente imperterrito a fissare, come se fosse completamente ipnotizzato da un raggio di luce divina, il suo impressionante, folle e costosissimo setup composto da ben tre grandi monitor multipli affiancati, digitando senza sosta lunghissime e incomprensibili stringhe di codice sorgente in modo puramente frenetico, sudato e compulsivo.
“Senti un attimo, l’anziana Linda mi ha mandato un veloce messaggio dicendo che una certa e sconosciuta consulente del fondo saresti passata stamattina,” bofonchiò infastidito a mezza voce, masticando una gomma e rifiutandosi ancora ostinatamente e puerilmente di alzare il prezioso e giovane sguardo dalla sua tastiera meccanica illuminata da LED colorati.
“Ti dico e ribadisco subito, in via del tutto preventiva e per mettere cristallinamente le cose in chiaro tra noi fin da subito, che non ho il minimo frammento di tempo da perdere con l’inutile, obsoleta e vecchia burocrazia aziendale ereditata dal polveroso e vecchio ventesimo secolo.”
“Noi, tutti insieme qui dentro e sotto la mia guida illuminata, siamo attualmente e totalmente immersi fino al collo in una delicatissima e cruciale fase storica di puro e crudo scaling globale che definirei quasi di tipo esponenziale, inarrestabile ed esplosivo.”
“L’organizzazione rigida da manuale aziendale, l’eccesso di noiose scartoffie burocratiche e le lunghe, macchinose catene di comando verticali non fanno altro che rallentarci enormemente, appesantirci e distruggere irrimediabilmente la nostra formidabile creatività e velocità di reazione ai veloci cambiamenti dei moderni mercati digitali agili.”
Non risposi assolutamente e saggiamente subito alla sua valanga di stronzate in scatola, mi presi invece tutto il calcolato, infinito e preziosissimo tempo necessario per fare il mio ingresso trionfale.
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