Si recarono presso l’imponente edificio della Banca Helvetia. Marmo grigio scuro e vetri blindati. Maya si sentì trasportare indietro nel tempo, nella cucina della tenuta Vance. Si costrinse a fare un respiro profondo per allontanare la nausea e si presentò alla reception.
Elena rimase nella hall ad aspettare, seduta su un divano di pelle.

Maya fu scortata da un funzionario impassibile attraverso una serie di porte di sicurezza, fino a raggiungere il caveau sotterraneo. Le pareti erano rivestite di metallo satinato. Il silenzio era assoluto, opprimente.
L’avvocato Sterling la stava aspettando. Era un uomo sulla sessantina, magro come uno spillo, con occhiali cerchiati di tartaruga e un completo grigio impeccabile.
“Signorina Vance,” disse, tendendole una mano secca e fredda. “Lei è il ritratto di sua nonna alla sua età.”
“Spero che le somiglianze si fermino all’aspetto esteriore,” rispose Maya in un inglese perfetto, senza un filo di esitazione.
Sterling abbozzò un sorriso sottile e privo di umorismo. “Certamente. Procediamo?”

Le indicò una fila di cassette. L’impiegato della banca inserì una chiave maestra, Maya inserì la sua. Con un doppio clic pesante, lo sportello della cassetta 7A si aprì. L’impiegato e l’avvocato si ritirarono con discrezione, lasciando Maya sola nella saletta privata con una pesante scatola di metallo.

Maya si sedette al piccolo tavolo di cristallo e sollevò il coperchio. Non c’erano mazzette di banconote, né lingotti d’oro. Julian si sbagliava. Non era un tentativo di corromperla.
All’interno c’erano due oggetti: un quaderno rilegato in pelle nera e una spessa cartella di documenti, sigillata con il nastro adesivo della polizia federale, chiaramente rubata o recuperata da chissà chi.
In cima a tutto, c’era una busta con il nome di Maya scritto con l’inconfondibile calligrafia spigolosa e rigida di sua nonna.

Con le mani che le tremavano leggermente, Maya aprì la lettera di Evelyn.

*”Maya.
Se stai leggendo queste parole, significa che io non ci sono più e che l’impero che ho costruito con il sudore e con il sangue è stato smantellato per colpa dell’ingenuità di tuo padre. Julian credeva che il mondo fosse un luogo governato dalla giustizia, dalle fiabe che quella serva di Elena ti raccontava. Ma tu hai il mio sangue nelle vene, Maya. Spero che crescendo tu abbia capito che il mondo è fatto solo di predatori e prede.

In questa cassetta non troverai denaro. I miei fondi segreti li ho bruciati o donati a enti anonimi poco prima di essere arrestata. Non volevo che Julian o i governi ci mettessero le mani sopra.
Quello che ti lascio è qualcosa di molto più prezioso, qualcosa che tuo padre ha cercato per anni senza successo. Ti lascio la verità.

Nel quaderno troverai le mie memorie, la storia della nostra famiglia. Ma nella cartella troverai i referti autentici e i rapporti della polizia, quelli veri, che ho pagato milioni per far insabbiare, riguardanti l’incidente di tua madre, Sarah. Non fui io a ucciderla, Maya, anche se so che Julian ne è convinto. Non mi sarei mai sporcata le mani per una creatura così irrilevante.
Sarah fu uccisa perché aveva scoperto qualcosa che non doveva sapere sulle operazioni di contrabbando di un’altra famiglia, i Rostov, con cui eravamo in affari. Stava cercando di ricattarli per costringere Julian ad abbandonare la nostra società. Fu stupida e morì per questo.

Io ho tenuto nascosti questi documenti perché, all’epoca, avevo bisogno dell’alleanza con i Rostov. Ma ora… ora non m’importa più. I Rostov prosperano ancora oggi, mentre i Vance sono cenere.
Ti lascio queste prove. Puoi usarle per distruggerli, per vendicare tua madre, o puoi lasciarle marcire. Tuo padre non avrebbe il fegato di affrontare i russi, ma tu sei una Vance. Usa il mio diario per capire come pensare come loro, usa i documenti per colpirli. Dimostrami che la mia eredità genetica non è andata sprecata in quel patetico villaggio di pescatori in cui vi siete nascosti.

Evelyn.”*

Maya lasciò cadere la lettera sul tavolo, il fiato corto, lo stomaco chiuso in una morsa di ghiaccio.
Non era un dono. Era un’arma. Un fiammifero acceso gettato su una pozza di benzina. Evelyn, persino dalla tomba, stava cercando di manovrarla, cercando di risvegliare in lei la stessa oscurità, la stessa sete di vendetta che l’aveva consumata. Voleva che Maya continuasse la guerra che Julian aveva cercato di fermare.

Afferrò la cartella e l’aprì rapidamente. C’erano foto sbiadite di un’auto accartocciata contro un albero, perizie tecniche che dimostravano che i freni erano stati sabotati, testimonianze comprate e nomi di sicari. I Rostov. Il sindacato russo che, ricordava a malapena dalle notizie, aveva preso il controllo del porto dopo la caduta della sua famiglia.
Aveva i nomi degli assassini di sua madre tra le mani.
Sentì una rabbia fredda, tagliente, farsi strada nel suo petto. Una rabbia che non aveva mai provato prima, diversa dalle frustrazioni dell’adolescenza o dalla paura. Era la collera dei Vance, un furore calcolatore e gelido. Potrebbe portare tutto questo a Castellani, il giornalista che aveva aiutato suo padre. Potrebbe distruggere i Rostov.

Ma a quale prezzo? I Rostov avrebbero cercato vendetta. Avrebbero trovato Julian. Avrebbero trovato Elena. Il ciclo di sangue e paura ricomincerebbe da capo, inghiottendo il paradiso di Santa Marina.

Maya chiuse gli occhi e fece un respiro profondo, l’odore metallico del caveau che le riempiva le narici. Riaprì gli occhi e guardò il diario nero di Evelyn. Quel diario conteneva i segreti per diventare come lei.
“Tu sei una Vance,” aveva scritto Evelyn.
“No,” sussurrò Maya nel silenzio della stanza corazzata. “Io sono Maya Rossi. Sono la figlia di un costruttore di barche e di una fornaia.”

Con calma assoluta, Maya ripose i documenti nella cartella. Mise il diario e la cartella nel suo zaino. Uscì dal caveau, salutò cordialmente Sterling, e tornò nella hall dove Elena la aspettava.
“Maya! Tutto bene? Sei pallidissima,” disse Elena, alzandosi di scatto.
“Sto bene, mamma. Andiamo via di qui. Ho quello che voleva darmi.”

Parte Settima: Il Fuoco Purificatore