Per tutto il giorno di Natale, Elena e Maya rimasero barricate nell’appartamento di Rosa. La televisione era sintonizzata sui notiziari locali, ma non c’era alcuna menzione della scomparsa di Maya.
“Evelyn non vuole che la stampa ficchi il naso,” mormorò Elena, osservando lo schermo. “Sta usando i suoi uomini. È peggio. Significa che non ci sono regole.”
Cercò di distrarre Maya, raccontandole storie, facendole disegnare con dei vecchi pastelli di Rosa, ma la tensione era palpabile. La bambina era silenziosa, seduta vicino al termosifone, stringendo tra le mani il piccolo dinosauro di plastica che suo padre le aveva regalato mesi prima, l’unico giocattolo che aveva portato con sé.
“Elena,” disse improvvisamente Maya, guardandola fissa. “Se la nonna ci trova, cosa ci farà?”
Elena si inginocchiò davanti a lei, prendendole le mani. “Non ci troverà, amore. Siamo più furbe di lei. Tuo padre ci ha lasciato una mappa per trovarlo, dobbiamo solo prendere quel tesoro in banca e poi voleremo via. Lontano, dove fa caldo e ci sono spiagge e il mare.”
“Papà sarà lì?”
“Sì. Papà sarà con noi.”
La mattina del ventisei dicembre, la città si risvegliò pigramente. Le banche riaprivano alle otto e mezza. Elena si era preparata con cura. Aveva tagliato i suoi lunghi capelli scuri in un caschetto corto e sbarazzino, e Rosa le aveva prestato un paio di occhiali da vista e un vecchio cappotto di tweed. Maya era stata travestita da maschietto, con un berretto di lana calcato sugli occhi e una sciarpa pesante che le copriva metà del viso.
“Restate vicine, non guardate nessuno negli occhi,” consigliò Rosa, abbracciando Elena prima che uscissero. “Che Dio vi protegga.”
Il tragitto in autobus verso il centro fu un’agonia di paranoia. Ogni uomo in cappotto scuro sembrava uno scagnozzo di Silas; ogni suono di sirena faceva sussultare Elena. Scesero due isolati prima della Banca di Credito Centrale. Era un imponente edificio in stile neoclassico, con colonne di marmo e grandi porte di bronzo.
Entrarono, avvolte in un’ondata di aria calda. L’interno odorava di cera per pavimenti e denaro. Elena si avvicinò allo sportello delle cassette di sicurezza, stringendo la mano di Maya così forte che le nocche le diventarono bianche.
“Buongiorno,” disse con un accento straniero improvvisato. “Devo accedere alla cassetta di sicurezza di mio marito. Numero 402.”
L’impiegato, un uomo anziano con occhiali a mezzaluna, la guardò senza particolare interesse. “Chiave e documento, prego.”
Elena sentì il cuore fermarsi. Julian non le aveva lasciato alcun documento, solo la chiave. “Mio marito mi ha detto che la chiave sarebbe stata sufficiente… è un conto speciale, a nome della società portuale.”
L’impiegato aggrottò la fronte, digitando qualcosa sul suo computer. “Vediamo… Cassetta 402. Intestata a un trust anonimo. Le istruzioni dicono: ‘Libero accesso per chiunque possieda la chiave fisica, previa registrazione oraria’. Nessun documento richiesto. Siete fortunata, signora. Seguitemi.”
Elena lasciò andare un respiro che non sapeva di trattenere. Scesero nel caveau, un luogo freddo e sterile, circondato da pareti di acciaio inossidabile. L’impiegato le condusse in una saletta privata, le consegnò la lunga scatola di metallo numero 402 e le lasciò sole.
Elena appoggiò la scatola sul tavolo e la aprì con mani tremanti. All’interno c’era un plico voluminoso sigillato con ceralacca, una chiavetta USB nera, e una spessa busta di carta kraft.
Aprì prima la busta. Ne estrasse un passaporto. Era per Maya, ma il cognome non era Vance; era Rossi. C’era anche un passaporto per una donna, con la foto di una giovane che assomigliava vagamente a Elena. Sotto i documenti, c’erano mazzette di contanti. Migliaia di euro, dollari e sterline. E infine, un altro biglietto scritto a mano.
Se stai leggendo questo, spero che tu abbia Maya con te. I documenti nel plico e la USB contengono le prove di anni di traffico illegale di armi e riciclaggio di denaro da parte della flotta Vance. Consegnateli alla Procura Federale, non alla polizia locale. Poi, prendete il treno per Genova. Andate al Molo Vecchio, cercate il cantiere nautico ‘Corsaro’. Chiedete di un uomo chiamato ‘Il Greco’. Lui vi porterà da me. Vi amo entrambe. Resisti, Maya. Papà sta aspettando.
Le lacrime rigarono il viso di Elena. Julian aveva pianificato tutto. Aveva preparato una via di fuga.
“Cos’è quello, Elena?” chiese Maya, indicando i soldi e i documenti.
“È il nostro biglietto per la libertà,” disse Elena, asciugandosi in fretta le guance. Infilò tutto nello zaino che aveva portato con sé. “Ora dobbiamo muoverci. Genova ci aspetta.”
Ma il destino aveva altri piani.
Mentre uscivano dalla banca, la città era illuminata da un freddo sole invernale. Elena si fermò sui gradini, orientandosi per dirigersi verso la stazione ferroviaria. Fu in quel momento che un SUV nero coi vetri oscurati svoltò l’angolo e inchiodò davanti a loro.
Le portiere si aprirono e ne scesero tre uomini imponenti. A guidarli c’era Silas, il volto segnato da una cicatrice sottile che gli attraversava la guancia sinistra, lo sguardo freddo come quello di un predatore.
“La signora Vance manda i suoi saluti,” disse Silas, la voce profonda e minacciosa. Fece un passo avanti, la mano che scivolava sotto la giacca, chiaramente verso un’arma.
L’istinto di sopravvivenza prese il sopravvento. Senza pensare, Elena lanciò lo zaino in faccia a Silas, colpendolo duramente, e afferrò Maya. “Corri!” urlò.
Si lanciarono lungo la strada affollata, zigzagando tra i passanti ignari che imprecavano sorpresi. Sentì dei passi pesanti dietro di loro, Silas e i suoi uomini che le inseguivano senza curarsi di chi travolgevano.
Elena svoltò in uno stretto vicolo, sperando di trovare un labirinto di strade, ma si accorse con orrore che era un vicolo cieco, sbarrato da un alto cancello di ferro chiuso da un lucchetto arrugginito.
Erano in trappola.
Si voltò, spingendo Maya dietro di sé, nascondendola con il proprio corpo. Silas apparve all’imbocco del vicolo, ansimando leggermente, un sorriso crudele sulle labbra. Estrasse una pistola con silenziatore, un tubo metallico opaco che sembrava assorbire la luce.
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