A novembre, quasi un anno dopo la loro fuga, l’autunno portò con sé cieli grigi e mareggiate violente che sferzavano la costa. Julian tornò a casa un pomeriggio con un’espressione cupa che Elena non vedeva da mesi. Aspettò che Maya andasse in camera sua a fare i compiti prima di parlare.
“C’è un uomo in paese,” disse Julian a bassa voce, chiudendo a chiave la porta d’ingresso e tirando le tende, un gesto di vecchia paranoia che fece gelare il sangue a Elena.
“Chi? Un poliziotto?” chiese lei, asciugandosi le mani nel grembiule.
“No. Qualcuno di molto peggio. Oggi al cantiere è venuto uno straniero. Indossava un cappotto costoso, scarpe inadatte per il nostro fango. Ha fatto domande. Cercava un ‘americano con una bambina’.” Julian iniziò a camminare avanti e indietro per la piccola cucina. “Ha detto al proprietario del cantiere che era un avvocato alla ricerca di un erede, ma non aveva l’aria di un avvocato. Aveva l’aria di un sicario.”
Il cuore di Elena iniziò a battere all’impazzata. “Evelyn è in prigione. Sta affrontando ergastoli multipli. Silas e i suoi uomini sono chiusi nel braccio di massima sicurezza. Chi può essere?”
“I registri che ho consegnato alla procura federale non hanno distrutto solo mia madre,” spiegò Julian, passandosi le mani tra i capelli con disperazione. “Hanno smascherato i suoi clienti. I cartelli della droga, i trafficanti d’armi russi, i signori della guerra. Gente a cui non importa dei tribunali. Hanno perso milioni, forse miliardi, a causa della mia soffiata. E ora vogliono la mia testa per dare l’esempio.”
“Come ci hanno trovati?”
“Non lo so. Una telecamera in aeroporto, un informatore in banca, un pagamento tracciato male… Non importa come. Importa che sono qui.” Julian si fermò e la guardò negli occhi, un misto di determinazione e disperazione. “Dobbiamo andarcene. Stanotte.”
Elena guardò verso la porta chiusa della camera di Maya. Pensò alla scuola, alle amiche, al pane caldo al mattino, al mare. Pensò a quanto Maya fosse finalmente felice, guarita. L’idea di strapparla di nuovo via, di ributtarla nel terrore e nella fuga costante, accese in lei una rabbia primordiale. Non era più la domestica spaventata che correva nella neve. Era una madre che proteggeva il suo cucciolo.
“No,” disse Elena, la voce ferma, dura come l’acciaio.
Julian sbatté le palpebre, sorpreso. “Elena, non capisci. Questa gente non si fa scrupoli. Uccideranno noi e prenderanno la bambina.”
“E noi scapperemo per sempre? Per il resto della nostra vita, guardandoci alle spalle? Cambiando nome ogni anno, impedendo a Maya di avere una vera casa?” Elena si avvicinò a lui, piantando un dito sul suo petto. “Abbiamo smesso di scappare nel momento in cui siamo arrivati qui. Questa è casa nostra. Se questo bastardo vuole farti del male, dovrà passare sul mio cadavere.”
Julian la guardò, sbalordito dalla ferocia nei suoi occhi. Poi, lentamente, il suo panico si trasformò in una fredda risoluzione. Aveva ragione. Scappare li avrebbe resi prede per l’eternità.
“D’accordo,” disse Julian. “Ma non possiamo affrontarlo a mani nude. Dobbiamo prepararci.”
Parte Terza: L’Assedio di Santa Marina
La tempesta si abbatté sul villaggio quella sera stessa. Il vento ululava attraverso i vicoli stretti, strappando via tegole e rami. La pioggia cadeva orizzontale, una tenda d’acqua gelida che cancellava il mare e inghiottiva la luce. A causa del maltempo, le linee elettriche del paese saltarono poco dopo le otto di sera, lasciando Santa Marina avvolta in un’oscurità totale.
Julian ed Elena lavorarono in fretta alla luce delle candele. Julian recuperò dal capanno degli attrezzi un fucile da caccia a doppia canna che il proprietario di casa usava per i cinghiali, insieme a un paio di scatole di cartucce. Non era un’arma militare, ma a distanza ravvicinata avrebbe fatto danni devastanti. Elena, nel frattempo, preparò Maya.
Disse alla bambina che stavano facendo un gioco, un “campeggio al buio” a causa della tempesta. La portò nella piccola cantina senza finestre sotto la cucina, dove tenevano le provviste e il vino. Ci mise delle coperte, una torcia e il suo inseparabile dinosauro di plastica.
“Maya, ascoltami bene,” le disse Elena, inginocchiandosi per guardarla negli occhi. Il tono era calmo ma serio. “Io e papà resteremo di sopra a controllare che il vento non apra le porte. Tu devi restare qui. Qualunque rumore tu senta – e potresti sentire dei rumori molto forti, come dei tuoni dentro casa – non devi urlare e non devi uscire. Promettimelo.”
Maya, che aveva vissuto l’incubo della fuga l’anno precedente, capì immediatamente che non si trattava di un gioco. I suoi occhi si riempirono di lacrime, ma annuì coraggiosamente. “Promesso, mamma.”
Era la prima volta che la chiamava così. Elena sentì il cuore fermarsi per un istante. Baciò la fronte della bambina, trattenendo a stento l’emozione. “Ti voglio bene, piccola mia. Torno presto.”
Chiuse a chiave la robusta porta di quercia della cantina e tornò al piano terra. Julian la stava aspettando nell’ombra del soggiorno. Aveva barricato la porta d’ingresso con il pesante tavolo da pranzo di legno massiccio e bloccato le finestre del piano terra con delle assi.
“Sta arrivando,” sussurrò Julian, tenendo il fucile tra le mani. “Ho sentito il cancello del giardino aprirsi.”
Elena annuì. Prese dal cassetto della cucina il coltello da macellaio più grande che avevano, la lama affilata personalmente da lei quella stessa mattina. Si posizionò dietro l’angolo del corridoio che portava al retro della casa.
Il rumore della tempesta copriva qualsiasi suono all’esterno. Rimasero immobili, in attesa, trattenendo il respiro. I minuti sembravano ore.
All’improvviso, un rumore sordo e violento. La porta sul retro, quella che dava sul giardinetto dei limoni, fu colpita con una forza incredibile. Il legno scricchiolò. Un secondo colpo, più forte, e la serratura cedette con uno schianto. Il vento e la pioggia irruppero nel corridoio, portando con sé l’odore del mare in burrasca e un’ombra scura e imponente.
L’uomo entrò con passo calmo, la pistola dotata di silenziatore spianata davanti a sé, una piccola torcia tattica montata sotto la canna che tagliava il buio come una lama di luce bianca. Indossava un impermeabile scuro gocciolante e guanti di pelle nera.
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