Silas si voltò verso uno dei suoi luogotenenti più fidati, un uomo imponente con una cicatrice sull’occhio che si chiamava Marcus.
“Marcus,” chiamò Silas, senza alzare la voce. “Scorta la signorina Hale fuori dalla mia proprietà.”
La sala da ballo esplose in un sussurro soffocato, collettivo e scandalizzato. Vivienne sgranò gli occhi, le mani portate al petto ricoperto di diamanti. “Scortarmi fuori? Silas, stiamo celebrando il nostro fidanzamento! Ci sono i giornalisti, ci sono i governatori! Non puoi farmi questo per una serva!”
“Il nostro fidanzamento,” dichiarò Silas, la sua voce che rimbombava implacabile sopra i mormorii della folla, “è concluso. L’anello che porti al dito è stato un errore di calcolo. Pensavo stessi sposando una donna calcolatrice ma dotata di raziocinio. Invece, scopro che stavo per legare il nome Blackwood a una creatura piccola, stupida e pateticamente insicura, che ha bisogno di picchiare chi non può difendersi per sentirsi importante.”
A quelle parole, il mondo sembrò fermarsi. L’umiliazione sul viso di Vivienne fu totale, devastante. Nessuno l’aveva mai descritta così. Nessuno l’aveva mai ridotta in polvere con tanta chirurgica precisione di fronte all’intera élite di New York.
“Tu non puoi…” balbettò Vivienne, le lacrime nere di mascara che iniziavano a rovinarle il trucco perfetto. “Mio padre…”
“Tuo padre,” la interruppe Silas freddamente, “dipende dai miei porti per importare la sua merce. Tuo padre domattina riceverà una mia chiamata, e ringrazierà il cielo che io mi sia limitato a cacciarti e non ti abbia fatto seppellire sotto le fondamenta di questo palazzo per aver osato versare il sangue di una donna sotto la mia protezione. Marcus. Fuori. Subito.”
Marcus e un’altra guardia avanzarono inesorabili. Afferrarono Vivienne per le braccia, ignorando le sue urla isteriche, i suoi calci e i suoi singhiozzi, e la trascinarono via lungo il corridoio principale, lontano dalle luci dei lampadari di cristallo.
La sala rimase in un silenzio tombale, spezzato solo dai deboli lamenti della ragazza del catering dietro Ivy.
Silas si voltò di nuovo verso la folla. “La festa è finita. Sgombrate la mia casa. Chiunque sarà ancora qui tra tre minuti verrà considerato un intruso ostile.”
Non ci fu bisogno di ripeterlo. L’orchestra mise via gli strumenti in un battito di ciglia, i politici affrettarono il passo inciampando l’uno sull’altro, i miliardari recuperarono i loro cappotti con un’urgenza disperata. In meno di due minuti, l’immenso salone fu completamente svuotato dei suoi illustri e arroganti ospiti. Rimasero solo le guardie, Silas, Ivy e la giovane Clara.
Ivy era sotto shock. Le gambe le tremavano violentemente, il dolore lancinante alla spalla mescolato all’incredulità assoluta per ciò che era appena successo. L’uomo più pericoloso della città aveva appena umiliato la sua futura moglie e annullato un matrimonio strategico per difendere lei. Una domestica grassa, invisibile, senza un soldo.
La testa le girò vertiginosamente, la pressione sanguigna in crollo per lo stress, il dolore e lo spavento. Chiuse gli occhi, sentendo le forze abbandonarla, pronta all’impatto con il marmo duro.
Ma non cadde mai.
Due braccia incredibilmente forti la afferrarono prima che potesse toccare terra. Ivy sentì il calore del petto di Silas contro il viso, l’odore di cedro e fumo che la circondava, ancorandola alla realtà. Silas la sollevò senza alcuno sforzo, come se il peso che lei disprezzava tanto non fosse altro che piume per lui.
“Ti ho presa,” le mormorò Silas, il respiro caldo contro i suoi capelli scuri. “Sei al sicuro, Ivy.”
“Signor Blackwood, io posso camminare…” sussurrò lei, le guance in fiamme, vergognandosi del suo peso, vergognandosi del fatto che un uomo così potente stesse reggendo il suo corpo voluminoso.
“Zitta,” disse lui, ma non c’era cattiveria, solo una ferma e possessiva urgenza.
Si voltò verso uno dei suoi uomini, un giovane soldato che guardava la scena con gli occhi spalancati. “Porta questa ragazza,” disse Silas indicando Clara, “nelle cucine. Assicurati che riceva il triplo della paga per questa serata, e dille che domani inizierà a lavorare al sicuro nel dipartimento contabile dei nostri uffici aziendali, lontano dai ricevimenti. Nessuno deve toccarla.”
Clara scoppiò in un nuovo pianto, questa volta di sollievo, e ringraziò a mani giunte prima di essere scortata via.
Silas si incamminò a grandi passi verso l’ascensore privato, stringendo Ivy contro il suo petto. Le porte si aprirono al suo avvicinarsi, scivolando fluide. Entrò, premette il pulsante per l’attico: i suoi alloggi privati, un luogo in cui nessuna domestica era mai entrata, un santuario inaccessibile.
“Signore, la prego,” mormorò Ivy, sentendo le lacrime di umiliazione e confusione pungerle gli occhi. “Il mio sangue… sto rovinando il suo abito. Il suo smoking costa più di quanto io guadagni in dieci anni. Mi metta giù.”
Silas guardò in basso verso di lei, la mascella rigida. “L’abito non ha importanza. Il tuo sangue, sì. E tu smetterai di scusarti per la tua esistenza, Ivy. Hai fatto una cosa che nessuno di quei codardi miliardari là sotto avrebbe avuto il coraggio di fare. Ti sei messa tra il pericolo e l’innocenza. Sei stata l’unica cosa pura in quella stanza schifosa.”
Le porte dell’ascensore si aprirono sull’attico: un open space immenso, dominato da vetrate che si affacciavano sulla skyline notturna di New York, arredato con toni scuri, pelle, legno di noce e opere d’arte inestimabili. Silas ignorò la vista spettacolare. Camminò con passo fermo fino al suo bagno privato, grande quanto l’intero appartamento di Ivy, interamente rivestito di marmo nero.
La fece sedere con cura sul bordo dell’immensa vasca da bagno, sostenendole la schiena finché non fu certo che non sarebbe svenuta. Poi, si tolse la giacca dello smoking macchiata di sangue, gettandola distrattamente a terra. Si sbottonò i polsini, arrotolandosi le maniche della camicia bianca, rivelando avambracci muscolosi e segnati da vecchie cicatrici.
Andò all’armadietto dei medicinali e tornò con un kit di pronto soccorso, asciugamani puliti e una bacinella di acqua calda. Si inginocchiò. L’onnipotente Silas Blackwood si inginocchiò sul marmo nero, proprio di fronte a lei.
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