Ivy trattenne il respiro, schiacciandosi contro il bordo della vasca. “Signore… non può. Lasci che chiami l’infermiera della tenuta. È improprio… è indecente che lei si curi di me in questo modo.”

Silas sollevò lo sguardo, e la dolcezza ferina in quegli occhi d’acciaio la zittì all’istante. “Ivy, ascoltami attentamente. Da quando sei arrivata a lavorare in questa casa, otto mesi fa, non c’è stato un singolo giorno in cui io non ti abbia guardata. Pensi di essere invisibile perché cerchi di esserlo, perché abbassi la testa e ti nascondi nelle cucine. Ma io ho visto ogni cosa. Ho visto come sorridi quando pensi che nessuno stia guardando. Ho visto come dividi sempre il tuo pranzo con i randagi vicino all’ingresso merci. Ho visto la grazia e la forza che porti dentro, intrappolata in un mondo che ti ha convinta di non essere abbastanza.”

Ivy scosse la testa, le prime lacrime che scivolavano libere sulle guance piene. “Non dica così. Lei stava per sposare Vivienne. Lei è bellissima, magra, perfetta per un uomo del suo calibro.”

Il viso di Silas si indurì in una smorfia di repulsione al nome della sua ex. Allungò una mano, ignorando le regole della convenienza, e le sfiorò la guancia umida con il pollice, raccogliendo una lacrima.

“Vivienne era un’acquisizione politica. Un accordo d’affari. Non c’è mai stata bellezza in lei per me, solo fredda convenienza. Credevo di potermi accontentare di un mostro egoista pur di mantenere la pace con il suo cartello, ma vedendola alzare le mani su di te… ho capito che avrei bruciato la città intera piuttosto che permetterle di torcerti un capello.”

Le sue parole erano un terremoto che scuoteva le fondamenta del mondo di Ivy. L’uomo per cui tutte le donne della città avrebbero ucciso era in ginocchio, confessandole un’ossessione silenziosa che lei non aveva mai nemmeno sospettato.

“Ora,” continuò Silas, la voce che si abbassava in un sussurro roco e intimo, “devo toglierti questa divisa per curarti la ferita. Sii brava, Ivy. Lasciami prendermi cura di te.”

Le mani di Silas furono incredibilmente gentili, in contrasto totale con la reputazione di un uomo capace di spezzare le ossa a mani nude. Con movimenti precisi, le sbottonò il colletto della divisa. Ivy chiuse gli occhi, divorata dalla vergogna. Odiava il proprio corpo. Odiava le proprie forme morbide, i rotolini sui fianchi, le cosce spesse. Essere mezza nuda davanti a un uomo come Silas, abituato a modelle e attrici perfette, la faceva sentire esposta e vulnerabile.

Lui le abbassò delicatamente la stoffa scura e insanguinata, esponendo la spalla sinistra e parte del petto, rivelando la pelle bianca e morbida e la profonda ferita rossa lasciata dal cuoio del frustino, che aveva tagliato la carne. Silas emise un sibilo acuto a quella vista, i muscoli della mascella che guizzavano di nuovo di rabbia assassina.

“Pagherà per questo. Lo giuro sulla mia vita, le toglierò tutto,” sussurrò lui, prendendo un panno imbevuto di disinfettante.

“Brucerà un po’, tesoro,” mormorò, e quell’appellativo – tesoro – pronunciato dalla sua bocca spietata, fece esplodere qualcosa nel petto di Ivy.

La medicò con cura maniacale. Lavò via il sangue, disinfettò il taglio e vi applicò una pomata lenitiva prima di bendarle la spalla con una maestria che rivelava quanto spesso quell’uomo avesse dovuto curare le proprie ferite sul campo. Durante l’intero processo, il tocco di Silas non fu mai clinico o distaccato. Le sue dita calde indugiavano sulla sua pelle, tracciando accarezzando la morbidezza della sua spalla intatta, sfiorando il candore del suo collo. Non c’era giudizio nel suo tocco. Non c’era disgusto. C’era solo un’adorazione profonda, bruciante, riverente.

Quando ebbe finito, prese una sua vestaglia di seta nera dal gancio sulla porta e gliela avvolse intorno alle spalle per coprirla, stringendo la cintura intorno alla sua vita formosa. La seta scura contrastava magnificamente con la sua pelle chiara.

“Sei bellissima,” mormorò Silas, i suoi occhi grigi oscurati da un desiderio che le mozzò il fiato. “Assolutamente, fottutamente bellissima.”

“Signore…” Ivy si morse il labbro inferiore. “Perché io? Perché si sta comportando così? Lei è Silas Blackwood. Io sono solo… Ivy.”

Silas si alzò in piedi, afferrandola delicatamente per la vita e sollevandola finché non furono a un passo di distanza. La sovrastava di quindici centimetri, la sua ombra protettiva e dominante su di lei.

“Perché sei reale, Ivy. In un mondo di vipere e mostri, tu sei l’unica cosa vera che ho mai desiderato,” confessò, sollevando una mano per intrecciare le dita nei folti capelli scuri di lei, tenendola ferma. “Questa sera, il mondo ha capito una cosa. Tutti coloro che erano in quella sala da ballo ora sanno che nessuno, nemmeno la famiglia più potente della costa est, può toccare la donna di Silas Blackwood.”

Il respiro di Ivy si bloccò. La donna di Silas Blackwood.

“Ma io non lo sono,” sussurrò lei, tremando sotto l’intensità del suo sguardo.

“Lo sarai,” rispose lui, abbassando il viso verso il suo. “Da stasera in poi, tu non indosserai mai più l’uniforme di una domestica. Non luciderai l’argento, non abbasserai la testa davanti a nessuno. Sarai la regina in questa casa, e se qualcuno oserà mancarti di rispetto, farò piovere fuoco su di lui. Hai capito?”

Non aspettò la sua risposta. Le labbra di Silas si abbassarono sulle sue in un bacio che la consumò all’istante. Non fu un bacio delicato. Fu affamato, possessivo, territoriale, il culmine di mesi di attese represse e di desiderio nascosto nell’ombra. Ivy, inizialmente paralizzata dallo shock, si sciolse contro di lui, lasciandosi avvolgere dalle sue braccia di ferro. Il sapore di lui, oscuro e inebriante, la stordì completamente. Tutto il dolore, la vergogna e le ferite degli anni passati sembrarono svanire, spazzati via dalla forza di quell’uragano umano che la teneva stretta come il tesoro più prezioso del mondo.