«So perfettamente cosa sto dicendo!» gridai, e la mia voce rimbalzò contro le volte affrescate della cattedrale. «Vent’anni fa, la notte dell’attentato a Red Hook, io non avevo sei anni. Ne avevo sette. E non ero a casa con la baby-sitter come vi piace raccontare a tutti!»
Vittorio sbiancò. «Elena… tu eri a casa. Ti ho lasciata io nel tuo letto…»
«Ero nel bagagliaio della tua auto, papà!» le lacrime finalmente sbloccarono i miei occhi, ma non erano lacrime di debolezza. Erano lacrime di rabbia pura. «Mi ero nascosta lì perché volevo farti una sorpresa. Volevo venire con te al lavoro. Ero lì dentro quando le auto si sono fermate nel magazzino. Ero lì dentro quando sono cominciati gli spari!»
Il silenzio nella chiesa si fece glaciale. Persino gli uomini armati del clan Valenti sembrarono perdere per un attimo la loro compostezza metallica.
«Attraverso la fessura del sedile posteriore ho visto tutto», continuai, il dito ancora puntato verso Matteo. «Ho visto tre uomini che sparavano. Ho visto mio padre cadere a terra sanguinando. E ho visto chi ha aperto la porta del magazzino per farli entrare. Non era Richard Sterling. Sterling era solo un piccolo investitore che non avrebbe mai avuto il coraggio di attraversare il fiume senza copertura!»
Feci un altro passo. Ora ero a meno di un metro da Matteo Rossi.
«Chi ha dato il segnale ai sicari era l’uomo di cui mio padre si fidava di più. Sei stato tu, Matteo. Ti ho visto stringere la mano al capo dei sicari dopo che mio padre è caduto. Ti ho visto sparare al corpo del guidatore per non lasciare testimoni. E quando mio padre è svenuto per la perdita di sangue, non l’hai portato in salvo per lealtà. L’hai tenuto in vita, nascosto in una clinica privata in Europa, somministrandogli sedativi per anni, facendogli credere che la città fosse troppo pericolosa per il suo ritorno, solo per poter gestire tu l’intero impero dei Valenti attraverso le società schermo di Richard Sterling!»
«Mentitrice!» urlò Matteo, perdendo per un microsecondo il suo controllo aristocratica. La sua voce divenne stridula. «Vittorio, non ascoltarla! È isterica! Richard Sterling l’ha manipolata! Io ti ho salvato la vita! Ti ho servito per trent’anni!»
«Tu non mi hai salvata», continuai, ignorando le sue urla e guardando mio padre negli occhi. «Tre giorni fa, quando Richard Sterling ha scoperto chi ero veramente, non è stato tramite un suo investigatore. Qualcuno gli ha inviato un dossier anonimo con il mio certificato di nascita originale e le impronte digitali di mio padre. Qualcuno voleva che questo matrimonio finisse in un bagno di sangue. Qualcuno voleva che Richard mi umiliasse o mi uccidesse, sapendo che questo avrebbe costretto mio padre a uscire allo scoperto!»
Vittorio si voltò lentamente verso Matteo. La rabbia che prima bruciava nei suoi occhi per Richard Sterling si era trasformata in un abisso di oscurità pura. Il tatuaggio sul suo collo sembrava quasi pulsare sotto la pelle.
«Matteo…» disse Vittorio. La sua voce era scesa di un’ottava, diventando un sussurro che fece gelare il sangue a tutti i presenti. «Tre giorni fa… chi altro sapeva che stavamo per muoverci su New York?»
Matteo fece per parlare, ma le parole gli si stancarono in gola. Il suo sguardo balzò rapido verso gli uomini armati disposti lungo le navate. «Ragazzi! Prendeteli! Controlliamo la situazione! Sono io che vi ho pagato negli ultimi vent’anni! Sono io che vi do lo stipendio!»
Nessuno degli uomini in abito scuro si mosse di un millimetro.
I soldati del clan Valenti rispondevano a un solo nome. E quel nome era impresso sul collo dell’uomo che li comandava.
«Vittorio, ti prego…» balbettò Matteo, la maschera di finto intellettuale completamente distrutta. Il suo viso era ora una maschera di terrore. «È una trappola… la ragazza si sbaglia… ti ha confuso con qualcun altro… era solo una bambina!»
«Ero una bambina», dissi, raggiungendo il mio abito e tirando fuori da una tasca nascosta tra le pieghe della seta un piccolo oggetto metallico arrugginito. Un bossolo di calibro 9mm. «Ma quella notte, prima che i tuoi uomini mi trovassero nel bagagliaio e mi portassero via per lasciarmi davanti a un orfanotrofio lontano dalla città, ho raccolto questo dal pavimento del magazzino. Porta le tue iniziali incise sul fondello, Matteo. Le munizioni ricaricate a mano che ti vanti sempre di usare.»
Lanciai il bossolo per terra. Il metallo rimbalzò sul marmo con un suono acuto, fermandosi proprio ai piedi di Vittorio.
Vittorio si chinò. Raccolse il bossolo. Lo guardò per un lungo, interminabile secondo.
Quando si rialzò, la sua mano sinistra scattò come una vipera.
Afferrò Matteo per la gola, sollevandolo di peso da terra con una forza disumana e scagliandolo contro la balaustra in marmo dell’altare. Il rumore dell’impatto fu sordo, seguito dal grido di dolore di Matteo, a cui caddero gli occhiali, infrangendosi sul pavimento.
«Vent’anni…» mormorò Vittorio, sovrastando l’uomo che rantolava a terra. «Vent’anni mi hai tenuto in un letto di ospedale in Svizzera, raccontandomi che mia figlia era morta nell’incendio del magazzino! Vent’anni mi hai fatto credere che stavi vendicando la mia famiglia mentre tu e Sterling vi spartivate i miei territori!»
«Vittorio… ti prego…» supplicò Matteo, sputando sangue sulle pietre sacre. «L’ho fatto per la Famiglia… eravamo troppo deboli… dovevamo allearci con la finanza…»
«Tu non sei la Famiglia», rispose Vittorio.
Poi si voltò verso gli uomini armati. «Portateli via. Entrambi. Sterling e Rossi. Portateli al magazzino di Red Hook. Lo stesso magazzino.»
Quattro uomini si mossero immediatamente, trascinando via Richard Sterling, che urlava implorando pietà, e Matteo Rossi, ormai ridotto a un sacco svuotato di ossa e terrore.
La navata si riempì di nuovo del suono pesante dei passi che scortavano i due traditori verso l’uscita secondaria della cattedrale.
Nel mezzo di quel caos, Mark Sterling — il mio promesso sposo — rimase solo sull’altare. Il suo viso era bianco come un lenzuolo. Guardava me, poi guardava mio padre, poi guardava la scia di sangue che Matteo aveva lasciato sul marmo.
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