«Sto bene», risposi, appoggiando la testa per un solo istante contro la sua spalla. Per vent’anni avevo sognato questo momento. Avevo immaginato mio padre come un eroe invincibile, un fantasma venuto da un mondo di ombre per salvarmi. Ora che era qui, non era un mito: era un uomo in carne e ossa, segnato dalle cicatrici del tempo e dei tradimenti, ma era mio padre. «Ho sofferto di più quando ho scoperto che Mark sapeva tutto. Sapeva chi ero. Mi aveva fatto credere di amarmi, ma mi stava solo usando per scalare le quote della fondazione di suo padre.»
Vittorio strinse i denti, e un lampo di gelida determinazione attraversò il suo sguardo. «Non ti preoccuperai più di Mark Sterling, né della sua famiglia. Quella gente non possiede più nulla. L’impero finanziario che hanno costruito in vent’anni è fondato sui beni che Matteo Rossi ha sottratto alla nostra famiglia e intestato fittiziamente a loro. Ora che abbiamo ripreso il controllo dei server e dei registri legali, gli Sterling sono solo dei mendicanti in abito sartoriale.»
«E Matteo?» chiesi, guardandolo dritto negli occhi. «Dove lo stanno portando?»
«Al magazzino di Red Hook», rispose Vittorio con voce piatta. «Nel posto esatto dove vent’anni fa ha cercato di farmi fuori, tradendo la mia fiducia e condannandoti a una vita di solitudine. C’è un conto in sospeso che aspetta di essere saldato da due decenni.»
La limousine scivolava silenziosa tra il traffico di Manhattan, diretta verso i moli meridionali di Brooklyn. Fuori dal finestrino, i grattacieli scintillanti della città lasciavano lentamente il posto a capannoni industriali dismessi, gru arrugginite e strade bagnate dalla pioggia sottile che continuava a cadere dal cielo plumbeo.
Il magazzino di Red Hook era una cattedrale di cemento armato e ferro battuto, affacciata sulle acque scure dell’East River. Le onde sbattevano pesantemente contro le banchine di pietra, producendo un suono cupo che riecheggiava all’interno dell’enorme struttura vuota.
Quando la nostra auto si fermò all’interno del perimetro illuminato solo da fari mobili della sicurezza, due degli uomini del clan ci aprirono lo sportello.
L’aria all’interno sapeva di salsedine, umidità e ruggine. Al centro del pavimento in cemento grezzo, legati a due pesanti sedie di metallo con robuste fascette di plastica ai polsi e alle caviglie, c’erano Richard Sterling e Matteo Rossi.
Richard era irriconoscibile. Lo smoking di alta sartoria che aveva indossato per il matrimonio era coperto di polvere e macchiato di fango; i suoi capelli perfettamente cotonati erano arruffati, e il suo volto tradiva un terrore così assoluto da fargli tremare le labbra senza sosta. Accanto a lui, Matteo manteneva un contegno più rigido, ma i suoi occhiali rotti e l’assenza della montatura lasciavano scoperte le occhiaie profonde e il sangue rappreso sul mento.
Quando ci videro avanzare, Richard emise un gemito strozzato.
«Vittorio… per favore…» implorò, scivolando in avanti con la sedia finché le ruote non toccarono il cemento. «È stato un errore! Un malinteso! Potevamo fare un accordo… le nostre famiglie potevano dominare Wall Street insieme!»
Vittorio non rispose. Si fermò a pochi metri da loro, le mani infilate nelle tasche del cappotto nero, lo sguardo fisso su Matteo Rossi.
Il secondo in comando alzò lentamente la testa. Non c’era più traccia del sorriso affabile e del tono accademico che aveva usato per anni nei salotti finanziari di Manhattan. C’era solo l’odio freddo di un uomo che sapeva di non avere più scampo.
«Quindi è così che finisce, Vittorio?» disse Matteo, con voce roca ma stabile. «Dopo trent’anni passati a ripulire il tuo sporco, a gestire i tuoi affari quando eri ricercato dall’FBI, a costruire l’impero che ti ha reso quello che sei… mi tratti come un cane rognoso per una ragazzina che non sapeva nemmeno come stavano le cose?»
Vittorio fece un passo avanti. La sua espressione non cambiò, ma la tensione nei muscoli del suo corpo era palpabile.
«Non hai pulito il mio sporco, Matteo», disse Vittorio, con un tono così basso che sembrava quasi un sussurro. «Hai rubato il mio nome. Hai cercato di uccidermi, hai fatto credere a mia figlia di essere sola al mondo, e hai usato il denaro insanguinato della mia famiglia per comprarti una rispettabilità che non ti sarebbe mai appartenuta.»
«Il mondo cambia, Vittorio!» urlò improvvisamente Matteo, rompendo la compostezza e sputando sangue sul pavimento. «Tu eri rimasto legato alle vecchie regole della strada! Le pistole, il sangue, i moli di Brooklyn! Io ho portato la famiglia nel ventunesimo secolo! Ho trasformato il denaro sporco in fondi d’investimento, in partecipazioni bancarie, in potere politico! Senza di me, tu saresti rimasto solo un caposorpasso di quartiere destinato a finire in una cella di isolamento!»
«Eppure eccoci qui, Matteo», intervenni io, facendomi avanti e fermandomi accanto a mio padre.
Matteo sollevò lo sguardo su di me. Per la prima volta, i suoi occhi tradirono un lampo di vera paura mista a disgusto. «Tu… tu mocciosa viziata. Se solo fossi arrivato un minuto prima in quel magazzino vent’anni fa, ti avrei fatto sparire insieme a tuo padre.»
Non fu necessario che io rispondessi.
Un movimento fulmineo alla mia sinistra: Vittorio estrasse dalla fondina sotto l’abito una pistola semiautomatica con silenziatore inserito e, senza esitare un solo secondo, premette il grilletto.
Il proiettile sfiorò l’orecchio di Matteo, conficcandosi nel pilastro di cemento alle sue spalle con un tonfo secco che fece saltare una pioggia di calcinacci.
Richard Sterling urlò terrorizzato, bagnandosi letteralmente i pantaloni per lo spavento.
«La prossima non mancherà il bersaglio, Matteo», disse Vittorio, con una calma glaciale che gelò l’aria del capannone. «Ma non ti sporcherò le mani con la mia giustizia oggi. Non qui. Non adesso.»
Vittorio fece un cenno con la mano agli uomini della sicurezza. «Caricateli sul gommone. Li portiamo nella nostra tenuta sul fiume Hudson. C’è una vecchia cantina che ha bisogno di nuovi ospiti. Lì avranno tutto il tempo del mondo per riflettere su come si gestisce un impero.»
Mentre i guardiani sollevavano di peso le sedie con i due prigionieri urlandi e scalcianti, trascinandoli verso l’uscita che dava sui moli bui, mio padre rimase immobile a guardare il pavimento.
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