“Che cazzo?!” Arthur ruggì, il volto cremisi di rabbia mentre si alzava di scatto. “Sai chi sono?! Ti rovinerò! Io—”

Arthur si strozzò con le sue stesse parole.

L’uomo che stava sopra di lui era più alto, più robusto e avvolto in un completo su misura nero mezzanotte a tre pezzi che costava più dell’intera collezione di auto sportive di Arthur. La sua postura era immobile, la mascella scolpita nel granito indomibile, e i suoi occhi—penetranti, ossidiani e letali—fissavano Arthur non con rabbia, ma con il disprezzo totale che un uomo potrebbe offrire a uno scarafaggio che stava decidendo se schiacciare.

Parlò lo straniero. La sua voce era pericolosamente bassa, vibrando attraverso il soffitto a volta come tuoni rotolanti:

“Tocca di nuovo mia moglie.”

***

Il rumore sordo della mia spalla contro il vetro blindato riecheggiò nel silenzio improvviso della boutique. La commessa, che fino a un attimo prima mi stava sorridendo, si coprì la bocca con le mani, gli occhi spalancati per il terrore.

Marco, il mio ex marito, scoppiò in una risata fredda e crudele. «Oh, scusa tanto, sei inciampata? Sei sempre stata così goffa e patetica. Non capisco nemmeno come ti abbiano fatto entrare qui dentro. Questo non è un posto per i falliti come te.»

Il dolore mi lancinava il braccio, ma l’umiliazione bruciava molto di più. Sentivo gli sguardi degli altri clienti puntati su di me, sussurri indignati che si levavano nell’aria profumata del negozio. Chiusi gli occhi, pregando che il pavimento si aprisse per inghiottirmi, cercando disperatamente di ritrovare l’equilibrio.

Fu in quel momento che accadde.

Un’ombra scura coprì la luce dei lampadari di cristallo. Una mano grande, con un orologio d’oro massiccio al polso, scattò in avanti come la morsa di un predatore, afferrando il polso di Marco con una forza tale che lo sentii ansimare per il dolore.

«Tocca di nuovo mia moglie.»

Quattro parole. Pronunciate con un tono così basso, gelido e intriso di autorità che l’intera boutique sembrò congelarsi.

Aprii gli occhi e mi voltai. L’uomo che aveva parlato era alto, imponente, vestito con un abito sartoriale scuro che gridava potere in ogni singola cucitura. Aveva lineamenti affilati, capelli scuri pettinati all’indietro e occhi neri come l’ossidiana che fissavano Marco con un disprezzo assoluto. Non avevo mai visto quell’uomo in vita mia, eppure la sua presenza era come uno scudo impenetrabile attorno a me.

Marco sbiancò. Il suo sorriso arrogante svanì all’istante, sostituito da una smorfia di dolore e confusione mentre cercava inutilmente di liberarsi dalla presa dello sconosciuto.

«T-Tua moglie?» balbettò Marco, guardando prima l’uomo e poi me. «Cosa stai dicendo? Questa è la mia ex moglie! È una nullità! E tu chi diavolo sei per metterti le mani addosso? Lasciami subito o chiamo la polizia!»

L’uomo non lo lasciò andare. Anzi, strinse ancora di più la presa. Sentii quasi il rumore delle ossa di Marco scricchiolare.

«Chi sono io?» sussurrò lo sconosciuto, inclinando leggermente la testa. Un sorriso spietato gli incurvò le labbra. «Io sono l’uomo che potrebbe comprare te, la tua aziendina da quattro soldi e l’intera tua miserabile esistenza, per poi distruggerle prima dell’ora di cena. Mi chiamo Alessandro Della Rovere. E tu hai appena commesso l’errore più grande della tua vita.»

Il nome ebbe l’effetto di una scossa elettrica. Marco smise di lottare, il suo volto perse ogni traccia di colore, diventando grigio come la cenere. Tutti in città, persino io, conoscevamo il nome Della Rovere. Era a capo di uno dei conglomerati finanziari e immobiliari più grandi d’Europa. La stessa boutique in cui ci trovavamo era, con molta probabilità, situata in un edificio di sua proprietà.

«S-Signor Della Rovere…» sussurrò Marco, la voce tremante di terrore. L’arroganza era stata completamente spazzata via, sostituita dalla pura e semplice paura. «Io… io non lo sapevo. Le chiedo scusa. Non avevo idea che lei fosse…»

«Non devi chiedere scusa a me,» lo interruppe Alessandro, la voce tagliente come una lama. Con un movimento fluido e sprezzante, lasciò andare il polso di Marco, come se toccarlo lo disgustasse. «Devi chiedere scusa a lei. In ginocchio.»

Marco esitò, guardandomi con un misto di odio residuo e terrore assoluto. L’idea di umiliarsi davanti a me lo stava lacerando, ma lo sguardo di Alessandro non ammetteva repliche. Era una condanna. Lentamente, tremando di rabbia e paura, il mio ex marito si piegò sulle ginocchia proprio lì, sul pavimento di marmo lucido del negozio.

«Scusa,» mormorò Marco a denti stretti, fissando il pavimento.

«Non ti ho sentito,» disse Alessandro, incrociando le braccia al petto.

«Mi dispiace!» gridò quasi Marco, alzando gli occhi disperati verso di me. «Mi dispiace, ok?!»

Alessandro fece un cenno con la mano verso le guardie della sicurezza, che nel frattempo si erano avvicinate di corsa, pallide e sudanti. «Portate via questa spazzatura. E assicuratevi che il suo nome venga inserito nella lista nera di ogni singola struttura, hotel, ristorante e boutique di proprietà della mia holding. Se lo vedo ancora a meno di cento metri da mia moglie, considererò voi personalmente responsabili.»

«Certamente, signor Della Rovere!» rispose il capo della sicurezza, afferrando Marco per le braccia e trascinandolo via senza alcuna delicatezza. Mentre veniva spinto fuori dalle porte a vetri, Marco mi lanciò un ultimo sguardo, ma non c’era più traccia del mostro che mi aveva tormentata per anni. C’era solo un uomo distrutto.

Quando la porta si chiuse, il silenzio scese di nuovo nella boutique. Il direttore del negozio si precipitò verso di noi, balbettando scuse e offrendo champagne, ma Alessandro lo ignorò completamente.

Si voltò verso di me. La freddezza nei suoi occhi svanì, sostituita da una morbidezza inaspettata. Si avvicinò, abbassando lo sguardo sul mio braccio che stavo ancora massaggiando per il dolore.

«Stai bene?» mi chiese, la voce ora calda e profonda.

«S-sì,» balbettai, ancora sotto shock. «Io… io non so come ringraziarla, signor Della Rovere. Ma perché ha detto che sono sua moglie? Non ci siamo mai visti.»