Lui fece un piccolo sorriso, un sorriso che gli illuminò il viso e mi fece battere il cuore in modo strano. «Era il modo più rapido per distruggere il suo ego. Uomini del genere non rispettano le donne, rispettano solo il potere di altri uomini. Dire che eri sotto la mia protezione assoluta era l’unico linguaggio che quel parassita potesse comprendere.»

Fece una pausa, poi mi porse la mano. «Mi chiamo Alessandro, comunque. E non c’è bisogno che tu mi dia del lei.»

«Elena,» risposi, accettando la sua mano. La sua stretta era ferma, rassicurante, un contrasto totale con la violenza che avevo appena subito.

«Bene, Elena,» disse Alessandro, voltandosi poi verso il direttore del negozio che stava sudando freddo a pochi passi da noi. «Quale collana stava ammirando la mia fidanzata prima di essere disturbata?»

Il direttore sbiancò, per poi indicare con mano tremante la vetrina dove c’era la magnifica collana di diamanti che stavo guardando all’inizio, un pezzo da centinaia di migliaia di euro. «Q-Quella, signor Della Rovere. La collana Lacrime di Stella.»

«La prendiamo,» disse Alessandro con nonchalance, estraendo una carta nera dal portafoglio.

Sgranai gli occhi. «Cosa? No! Assolutamente no, Alessandro. Costa una fortuna, non posso permetterglielo, è un malinteso!»

Lui si chinò leggermente verso di me, in modo che solo io potessi sentirlo. Il profumo del suo dopobarba, un misto di legno di cedro e agrumi, mi avvolse i sensi. «Elena, abbiamo un pubblico,» sussurrò, i suoi occhi scuri che danzavano con un pizzico di divertimento. «Se non te la compro, penseranno che il grande Alessandro Della Rovere sia un tirchio, o peggio, un bugiardo. Lasciami salvare le apparenze. Consideralo un regalo di scuse da parte dell’universo per aver dovuto sopportare quell’idiota.»

Prima che potessi protestare ulteriormente, il direttore aveva già preso la carta e stava correndo verso la cassa con l’entusiasmo di un bambino la mattina di Natale. Dieci minuti dopo, eravamo fuori dalla boutique. L’aria fresca del pomeriggio mi colpì il viso, aiutandomi a respirare di nuovo. In mano tenevo una borsa di velluto contenente la collana più costosa che avessi mai visto.

«Non posso tenerla,» gli dissi, fermandomi sul marciapiede.

«Allora buttala nel fiume,» rispose lui alzando le spalle, con un sorriso divertito. «Ma credo sarebbe un peccato. In alternativa, potresti permettermi di offrirti un caffè. Sembri ancora scossa, e vorrei assicurarmi che la tua spalla stia bene.»

C’era qualcosa di così genuino e protettivo nel suo sguardo che, per la prima volta da anni, sentii che potevo abbassare le mie difese. Annuii lentamente.

Mi accompagnò in una caffetteria privata lì vicino, un posto tranquillo ed elegante dove apparentemente tutti lo conoscevano e gli riservarono il tavolo più isolato. Mentre sorseggiavo il mio cappuccino, gli raccontai, non so nemmeno io perché, frammenti del mio passato. Gli raccontai di come Marco mi avesse progressivamente distrutto l’autostima, isolata dai miei amici, e infine lasciata per una donna più giovane, non prima di avermi rovinata economicamente.

Alessandro ascoltò in silenzio. La sua espressione era imperscrutabile, ma vedevo una fiamma di rabbia fredda nei suoi occhi ogni volta che nominavo Marco.

«Sei una donna forte, Elena,» disse infine, posando la sua tazza. «Sei sopravvissuta a un manipolatore. Quello che è successo oggi… non doveva succedere. Nessuno dovrebbe mai trattarti in quel modo.»

«Grazie, Alessandro. Per tutto. Mi hai salvato da una situazione terribile.»

Lui estrasse un bigliettino da visita elegante e me lo porse. Sul cartoncino nero c’era stampato solo il suo nome e un numero di telefono privato. «Questo è il mio numero personale. Se quel vigliacco dovesse farsi vivo ancora, o se avessi bisogno di qualsiasi cosa, chiamami. Promettimelo.»

Presi il bigliettino, sentendo uno strano calore espandersi nel petto. «Lo prometto.»

Pensavo che la nostra storia sarebbe finita lì. Un cavaliere dall’armatura moderna che salva la damigella e poi scompare nel suo mondo dorato. Ma mi sbagliavo.

Due giorni dopo, la vera natura vendicativa di Marco venne fuori.

Lavoravo in una piccola agenzia di design d’interni. Era una mattinata tranquilla, finché la porta a vetri dell’ufficio non venne spalancata con violenza. Marco entrò come una furia, il viso paonazzo. Era evidente che avesse passato gli ultimi giorni a bere e a covare rabbia.

«Dove credi di scappare, eh?!» urlò, attirando l’attenzione dei miei colleghi terrorizzati. «Ho fatto le mie ricerche, brutta bugiarda! Della Rovere non è sposato! Non lo è mai stato! Hai inscenato quel teatrino per umiliarmi! Hai assunto un attore? O forse gliela stai solo dando per farti difendere?»

«Marco, esci subito di qui o chiamo la polizia!» gridai, alzandomi dalla scrivania, il cuore che mi batteva all’impazzata.

Lui si avvicinò minacciosamente, ribaltando una sedia. «La mia azienda ha perso due contratti vitali ieri perché qualche idiota ha messo in giro la voce che sono sulla lista nera dei Della Rovere! Tu hai rovinato me! E ora io rovinerò te!»

Fece per afferrarmi, ma il mio capo, un uomo anziano e gentile, cercò di frapporsi. Marco lo spinse via con violenza, facendolo cadere a terra.

Mentre Marco si voltava di nuovo verso di me con gli occhi fuori dalle orbite, feci l’unica cosa a cui riuscivo a pensare. Presi il cellulare, composi l’unico numero salvato tra i preferiti e urlai: «Alessandro, aiutami!» prima che Marco mi strappasse il telefono dalle mani e lo scagliasse contro il muro, frantumandolo.

«Nessuno verrà a salvarti oggi!» sibilò Marco, afferrandomi per il colletto della camicetta.

Ma non aveva fatto i conti con la realtà. Non passò nemmeno un quarto d’ora. Sentimmo il suono di sirene della polizia, seguite dallo stridere di pneumatici di auto di grossa cilindrata che si fermavano di colpo fuori dall’agenzia.

La porta fu aperta di nuovo, e questa volta la figura che entrò oscurò la luce del sole. Alessandro. Dietro di lui c’erano due agenti di polizia e le sue guardie del corpo. L’espressione di Alessandro era quella di un demone appena uscito dall’inferno.

Marco si immobilizzò, mollando la presa sulla mia camicia. Sbiancò di nuovo, indietreggiando.