«Portatela fuori,» ordinò Alessandro, indicandola con disprezzo. «E assicuratevi che la polizia sia ad attenderla all’ingresso per aggressione e violazione di domicilio.»

«No! Alessandro, non puoi farmi questo! Noi eravamo destinati a stare insieme!» urlò Corisande, mentre le due guardie di sicurezza la afferravano per le braccia, sollevandola di peso dal pavimento intriso di vino. Scalciava, i tacchi che battevano a vuoto nell’aria, le mani sporche di champagne che cercavano di aggrapparsi agli orli delle tovaglie.

«La verità, Corisande,» disse Alessandro, facendo un passo verso di lei prima che la portassero via, «è che tu non sei mai stata l’amore della mia vita. Sei stata solo un errore da cui ho imparato una lezione preziosa. E la lezione è stata imparare a riconoscere una vera regina quando l’ho vista.»

Si voltò verso Isolde, voltando letteralmente le spalle all’ex fidanzata urlante.

Mentre Corisande veniva trascinata fuori dalle grandi porte a doppio battente di rovere, le sue urla isteriche si affievolirono lungo i corridoi dell’hotel, fino a scomparire del tutto, inghiottite dal suono delle porte che si chiudevano pesantemente alle sue spalle.

Il silenzio calò di nuovo.

Gli invitati erano immobili. Nessuno sapeva esattamente come reagire. La guancia di Isolde era ancora pericolosamente rossa dove aveva ricevuto lo schiaffo, ma lei si trovava al centro della pista da ballo, fiera, a testa alta, una dea guerriera vestita di bianco.

Alessandro le si avvicinò. Con una delicatezza infinita, alzò una mano, esitando per un attimo, e poi le sfiorò la guancia non colpita. I suoi occhi erano pieni di un misto di adorazione, rammarico e orgoglio.

«Stai bene, amore mio?» mormorò, abbastanza piano perché lo sentisse solo lei, ma l’intera sala stava trattenendo il respiro per cogliere le loro parole.

«Sto meravigliosamente, marito mio,» rispose Isolde. Poi, un sorriso autentico, luminoso e fiero le si dipinse sul volto. «Anche se credo di dover aggiustare il velo.»

Alessandro si lasciò sfuggire una risata, una risata vera, liberatoria. Si chinò in avanti e le baciò la fronte, poi le labbra, un bacio dolce che riempì l’aria di una nuova, palpabile tenerezza.

Isolde si staccò leggermente e guardò verso gli invitati. Molti di loro avevano ancora la bocca mezza aperta. Lo zio di Alessandro, un uomo burbero e noto per il suo pessimo carattere, iniziò ad applaudire lentamente. A lui si unì la migliore amica di Isolde, poi il padre di Alessandro, e in pochi secondi l’intera sala da ballo scoppiò in un fragoroso applauso e in acclamazioni di gioia. Avevano appena assistito a qualcosa di epico.

Isolde fece un cenno col capo verso un cameriere terrorizzato che teneva in mano una scopa e una paletta. «Per favore, fate pulire questo disastro,» disse con gentilezza. Poi, si voltò verso il direttore dell’orchestra, un anziano signore con i baffi bianchi che stava ancora stringendo la bacchetta come se fosse un’arma.

«Maestro,» lo chiamò Isolde, la voce carica di brio e autorità. «Eravamo nel mezzo del nostro primo ballo. Se non le dispiace, vorremmo riprendere dal ritornello.»

Il maestro d’orchestra sorrise, chinò il capo in segno di riverenza e batté la bacchetta sul leggio. Tre secondi dopo, le note fluide e appassionate di “At Last” di Etta James tornarono a riempire la grandiosa sala dell’hotel.

Alessandro cinse la vita di Isolde con un braccio saldo e la tirò a sé. Iniziarono a muoversi in perfetta armonia, scivolando sul marmo lontano dai vetri infranti. Gli ospiti tornarono ai loro tavoli o si radunarono intorno alla pista, sorridendo, scuotendo la testa increduli e sussurrando tra loro che quello sarebbe stato, senza alcun dubbio, il matrimonio del decennio.

«Sei stata magnifica,» le sussurrò Alessandro all’orecchio mentre la faceva volteggiare con grazia. «Non ho mai provato un tale terrore e una tale ammirazione allo stesso tempo. Quella mossa… judo?»

«Autodifesa, corso base del martedì sera all’università,» rispose Isolde con una risatina, posando la testa sul suo petto. Ascoltò il battito forte e regolare del cuore di lui. «Ma ti prego, dimmi che il fotografo ha ripreso la sua faccia mentre cadeva. Voglio incorniciarla.»

«Credo che l’abbia ripresa l’intera sala con i telefoni, tesoro. Saremo virali su internet entro mezzanotte.»

Isolde alzò lo sguardo verso di lui. Il rossore sulla guancia stava già svanendo, sostituito dal calore naturale della felicità e dall’adrenalina.

La serata proseguì senza ulteriori interruzioni. Fu, come Isolde aveva desiderato, indimenticabile, ma si trasformò in una celebrazione ancora più intensa di quanto avessero pianificato. C’era un’energia elettrica nell’aria. Le persone non parlavano solo di quanto fossero belli i fiori o di quanto fosse squisito il caviale; parlavano della forza della sposa, del legame indissolubile tra i novelli sposi.

Durante i discorsi dei testimoni, il fratello di Alessandro alzò il calice: «A mio fratello, che ha costruito un impero, e a mia cognata, Isolde, l’unica donna capace di stendere il passato con un colpo solo e continuare a ballare senza rovinarsi la manicure. Salute!» La sala esplose in una fragorosa risata e in un boato di brindisi.

Più tardi quella notte, quando gli ultimi ospiti ebbero lasciato l’hotel e la coppia si ritirò nella sfarzosa suite nuziale, il silenzio era dolce e accogliente. Isolde si tolse i tacchi, sospirando di sollievo mentre affondava i piedi nel morbido tappeto persiano.

Alessandro le si avvicinò da dietro, aiutandola a slacciare la fila di minuscoli bottoni di seta sulla schiena dell’abito.

«Mi dispiace,» disse lui all’improvviso, la voce carica di emozione e di stanchezza. «Mi dispiace che lei sia entrata e ti abbia…» Le sfiorò di nuovo la guancia.

Isolde si voltò, l’abito che le scivolava leggermente sulle spalle, e gli mise le mani sui lati del viso. Lo guardò dritto negli occhi, quegli occhi che amava più di ogni altra cosa al mondo.

«Non scusarti per qualcosa che non hai fatto tu,» rispose lei con dolcezza ma con assoluta fermezza. «Corisande è un fantasma. Ha cercato di infestare il nostro castello, e ha scoperto che le mura sono fatte di pietra, non di illusioni.»