Scossi la testa lentamente. “Non c’è spazio in questo atelier per i ladri, Sienna.”

Si alzò in piedi, il viso contorto in una maschera di disperazione e rabbia repressa. “Sei senza cuore.”

“No,” risposi, indicando un intricato cuore umano di seta rossa ricamato su una giacca nera in vetrina. “Il mio cuore è proprio lì. E batte fortissimo. È solo che non batte più per te.”

Andai alla porta d’ingresso e la aprii, invitando la gelida aria invernale a spazzare via la sua presenza patetica. “Trovati una strada, Sienna. Ma non cercare più di camminare sulla mia. Buona notte.”

Sienna esitò, capendo finalmente che non c’era speranza. La roccia su cui aveva sempre fatto affidamento, la sorella che aveva dato per scontata, si era trasformata in un muro di granito invalicabile. Si strinse nel cappotto, abbassò lo sguardo e uscì dall’atelier, scomparendo inghiottita dall’oscurità e dalla neve che iniziava a cadere.

Chiusi la porta. Girai il lucchetto. Spensi l’insegna luminosa all’esterno.

Tornai al centro del mio mondo. La quiete dell’atelier era sacra. Non sentii il bisogno di versare una lacrima o di gioire per la sua rovina. Non c’era senso di trionfo meschino nel mio petto, solo la serena consapevolezza che l’universo aveva riequilibrato la sua bilancia. Ognuno raccoglieva ciò che seminava. Loro avevano seminato inganno, e ora mietevano polvere. Io avevo seminato dedizione, sangue sulle dita e notti insonni, e ora ero circondata dalla bellezza.

Mi sedetti al mio sgabello, presi l’ago d’argento tra le dita e lo infilai con un lungo filo di seta d’oro puro.

Il mio prossimo progetto non avrebbe avuto fiori. Avrebbe avuto fenici, creature mitologiche che nascono dalle proprie ceneri, ali spiegate e fiammanti, pronte a bruciare i cieli di Parigi.

Iniziai a cucire, un punto alla volta, perfetta e indistruttibile.

Finito.