«La situazione è chirurgica,» esordì De Santis, versandosi una tazza di caffè nero amaro e disponendo i fascicoli sul tavolo con ordine maniacale. «Durante la notte, i legali della Sterling Capital e della Lloyd’s Italia hanno inviato formale recesso unilaterale con richiesta di rientro immediato per tutte le posizioni debitorie aperte. Il motivo addotto è la violazione della clausola di “Material Adverse Change” derivante dall’arresto in flagranza dell’amministratore delegato e della direttrice finanziaria.»

Isabelle, che aveva sostituito l’abito di seta color crema con un sobrio completo di lana blu scuro e un maglione a collo alto che copriva i segni sul collo, sedeva al capotavola opposto a quello della nonna. Aveva gli occhi segnati dalla stanchezza, ma la sua mente era lucida, affilata come non lo era mai stata negli ultimi cinque anni.

«A quanto ammonta l’esposizione reale di Damen verso i fornitori della flotta?» chiese Isabelle, guardando verso Matteo.

Matteo accese un tablet e fece scorrere un elenco lunghissimo. «I leasing sui centoventi autoarticolati a idrogeno che Damen aveva ordinato per fare colpo sulla stampa tedesca sono garantiti da fideiussioni personali di Keller. Con la revoca delle linee di credito di Zurigo, la società di leasing ha iniziato alle sei di questa mattina il fermo amministrativo nei depositi di Verona, Piacenza e Civitavecchia. In questo momento preciso, non si muove un solo pneumatico con il marchio Marquetti & Keller in tutta la penisola.»

Matteo scosse la testa con una smorfia carica di cinico divertimento: «Il genio della logistica non aveva neppure calcolato le penali per mancata consegna delle merci deperibili verso la grande distribuzione. Le catene di supermercati hanno già attivato le clausole risarcitorie d’urgenza. Damen non è semplicemente insolvente; entro mezzogiorno sarà civilmente e penalmente sepolto sotto quaranta milioni di euro di debiti diretti.»

«E Vanessa Laurent?» domandò Isabelle, la voce ferma ma carica di un freddo rigore.

De Santis estrasse un fascicolo rilegato con nastro rosso. «La dottoressa Laurent ha passato la notte nelle celle di sicurezza di Regina Coeli. L’interrogatorio di garanzia si terrà alle undici davanti al Giudice per le Indagini Preliminari. Ma i suoi avvocati sanno già di non avere speranze. I nostri revisori hanno tracciato gli ultimi tre bonifici da lei disposti verso il conto della fiduciaria elvetica Aura Finanz: un milione e duecentomila euro sottratti direttamente dal fondo TFR dei dipendenti dell’azienda e dai conti di liquidità operativa. Ha firmato personalmente ogni singola transazione usando credenziali clonate da un server offshore. Il reato di appropriazione indebita aggravata e bancarotta distrattiva non ammette alcuna misura alternativa. Rischia fino a otto anni di reclusione effettiva.»

Costanza Valadier, che fino a quel momento aveva ascoltato in silenzio sorseggiando del tè al limone, posò la tazza sulla porcellana con un tocco quasi impercettibile.

«La prigione per la signorina Laurent è solo il primo passo, Vittorio,» intervenne la matriarca. «Voglio che la camera arbitrale di Ginevra venga informata prima delle nove della revoca immediata della sua abilitazione professionale all’albo dei revisori europei. Non deve mai più poter firmare un bilancio, neppure per amministrare un chiosco di gelati sul lago di Zurigo. E per quanto riguarda Damen…»

La vecchia signora spostò gli occhi su Isabelle, lasciando la frase sospesa a metà.

«Per quanto riguarda Damen,» disse Isabelle, prendendo la parola con una fermezza che fece voltare tutti i presenti verso di lei, «voglio che sia lui stesso a firmare la cessione totale del pacchetto azionario residuo. Ogni singola quota. Ogni brevetto. Ogni diritto sul marchio Marquetti.»

De Santis inarcò un sopracciglio, incuriosito: «Signora Isabelle, con le accuse penali che pendono sulla sua testa e con l’escussione del pegno già completata dal Fondo Valadier, la società è già tecnicamente sotto il nostro controllo commissariale. Non c’è alcun bisogno di ottenere il suo consenso.»

«C’è bisogno, invece,» rispose Isabelle, e nei suoi occhi grigi brillò una determinazione che non ammetteva repliche. «Damen ha passato cinque anni a ripetermi che senza il suo nome io non valevo nulla. Diceva che ero un’ombra decorativa, una donna che poteva essere sostituita con una firma e un assegno da liquidare. Voglio che guardi me, e soltanto me, mentre cede l’ultimo frammento di ciò che credeva di avermi rubato. Voglio che capisca che non è stata una manovra di borsa a distruggerlo, ma il fatto stesso di aver alzato la mano contro chi gli aveva donato una vita che non meritava.»

Matteo abbozzò un sorriso fiero, battendo il palmo sul tavolo: «Questa è la figlia di Lorenzo. Vittorio, organizza il colloquio straordinario nel carcere giudiziario. Isabelle andrà lì alle due di questo pomeriggio.»

Capitolo III: La Cella di Regina Coeli
L’aria all’interno della stanza dei colloqui riservati del carcere di Regina Coeli era fredda e sapeva di disinfettante a buon mercato, umidità vecchia e fumo stantio. La luce al neon appesa al soffitto sfarfallava con un ronzio fastidioso, proiettando ombre tremolanti sul tavolo di formica grigia fissato al pavimento con grossi bulloni di ferro.

Quando la pesante porta di metallo si aprì cigolando sui cardini, Damen Keller apparve sulla soglia, scortato da due agenti di polizia penitenziaria.

Non c’era più traccia dell’uomo sicuro di sé, impeccabile nel suo smoking su misura e con la risata arrogante che aveva sfoggiato al Grand Hotel De La Ville. Indossava ancora la camicia bianca della sera prima, ma il colletto era sgualcito e macchiato, la cravatta era stata rimossa per ragioni di sicurezza, e i primi bottoni erano strappati. Il viso era scavato da occhiaie scure e profonde; la barba incolta gli dava un’aria trasandata e disperata, mentre le mani, libere dalle manette ma tremanti in modo convulso, cercavano un appiglio invisibile.

Alla vista di Isabelle, seduta compostamente dall’altro lato del tavolo con una cartella in pelle nera davanti a sé, Damen si bloccò per un istante, come se avesse visto un fantasma.

«Isabelle…» sussurrò, con la voce rauca di chi ha gridato tutta la notte contro le mura di una cella d’isolamento. «Sei venuta… sapevo che saresti venuta. Devi aiutarmi, ti prego. È tutto un equivoco mostruoso. Quegli animali mi hanno rinchiuso insieme a rapinatori e spacciatori! Non mi hanno dato i miei ansiolitici, non mi lasciano telefonare al mio notaio…»