«Tenuta di Capalbio o l’appartamento a Palazzo Valadier?» domandò l’autista, guardando nello specchietto retrovisore.

«Palazzo Valadier,» rispose Costanza senza esitare. «Il professor Montanari ci raggiungerà lì tra venti minuti. E voglio che i cancelli della corte interna rimangano sorvegliati tutta la notte. Nessun giornalista, nessun messaggero, nessuna telefonata che non passi attraverso il centralino cifrato di Vittorio.»

La vettura scivolò via nel traffico di una Roma addormentata, superando Piazza Barberini e infilandosi nei vicoli stretti e nobili del centro storico. Isabelle appoggiò la testa contro il poggiatesta, lasciando che il battito cardiaco, rimasto martellante per ore, trovasse finalmente un ritmo costante.

Sotto la mano sinistra, il suo grembo sembrava custodire un segreto che adesso non era più solo una speranza, ma un baluardo.

«A cosa stai pensando, Isabelle?» chiese la nonna, allungando le dita ricoperte di velluto per stringere la mano della nipote.

«Penso a quanto sia facile per un uomo credere di aver costruito un impero, quando in realtà stava solo camminando su fondamenta gettate da qualcun altro,» rispose Isabelle, guardando le sagome illuminate dei palazzi patrizi che sfilavano veloci oltre il vetro. «Damen non si è mai reso conto di dove finisse la sua bravura e dove cominciasse la mia protezione. Gliel’ho lasciata credere io. Per cinque anni ho finto di essere invisibile perché credevo che la sua autostima fosse il collante del nostro matrimonio. Che stupida sono stata.»

«Non sei stata stupida, bambina mia,» replicò la vecchia signora, e la sua voce severa si addolcì di una venatura di malinconica saggezza. «Sei stata generosa. Ma la generosità, quando viene donata a chi non ha nobiltà d’animo, viene scambiata per debolezza. I parassiti non ringraziano mai l’albero di cui succhiano la linfa; credono semplicemente di avere il diritto divino di farlo seccare. Tuo padre Lorenzo aveva lo stesso difetto: credeva che tutti gli uomini possedessero una scintilla di lealtà originaria. Ha dovuto perdere quasi tutto nei cantieri navali prima di capire che certi lupi non vanno addomesticati, vanno solo eliminati dalla rotta.»

Capitolo I: La Visita nella Notte
Palazzo Valadier si ergeva massiccio tra i vicoli che collegano Piazza Navona al Tevere: una fortezza secentesca di travertino grezzo, con un portone monumentale borchiato e un cortile a logge dove fontane di marmo sussurravano da quattrocento anni. Lì dentro, le guerre di Roma erano passate senza lasciare una scalfittura; principi, papi, imperatori e speculatori avevano cercato di espugnare quella famiglia, scomparendo uno dopo l’altro nel buio della storia.

Quando l’auto varcò l’arco del cortile, una squadra di sicurezza privata chiuse le massicce inferriate alle loro spalle.

Al piano nobile, illuminato solo dai grandi camini accesi e dalle lampade a stelo in bronzo, attendeva il professor Montanari, primario emerito di ostetricia del Policlinico Gemelli, insieme a un’infermiera e a una valigetta di strumentazione portatile per ecografie ad alta risoluzione. Montanari conosceva la famiglia Valadier da quarant’anni; aveva curato tre generazioni di quella dinastia con una discrezione pari soltanto alla sua perizia clinica.

«Isabelle, cara,» disse il medico, alzandosi dal divano in damasco rosso non appena la ragazza entrò, accompagnata dalla nonna. «Vieni, accomodati subito. Ho allestito lo studio di tuo padre.»

La visita si svolse in un silenzio reverente. L’ecografo portatile emise una serie di ronzii discreti mentre il freddo del gel da ultrasuoni faceva rabbrividire la pelle di Isabelle. Montanari fece scorrere la sonda con mano ferma e delicata, osservando lo schermo monocromatico con sopracciglia aggrottate e un’attenzione meticolosa.

Isabelle tratteneva il respiro, le nocche sbiancate mentre afferrava il bracciolo della poltrona da visita. Dopo il colpo ricevuto, dopo lo shock devastante di quella sala gremita di duecento persone, il terrore che quell’onda di violenza avesse strappato via anche la vita che portava dentro era stato un tarlo costante, soffocato solo dalla determinazione di non cedere davanti a Damen.

Poi, improvviso, un suono ritmico, metallico e potente riempì la stanza.

Thump-thump. Thump-thump. Thump-thump.

Era un battito veloce, limpido come un tamburo di guerra in miniatura, rapido e inarrestabile.

Isabelle sentì una lacrima, una sola, calda e silenziosa, scendere lungo la guancia destra, sfiorando il segno ancora evidente dello schiaffo.

«Camera gestazionale intatta,» annunciò il professor Montanari, indicando il piccolo punto luminoso pulsante sullo schermo con un sorriso che gli distese le rughe intorno agli occhi. «Nessun distacco placentare, nessun ematoma retroplacentare. La frequenza è di centocinquantadue battiti al minuto: perfetto per la sesta settimana. Il bambino è forte, Isabelle. Molto più forte dell’uomo che pensava di potervi abbattere.»

Donna Costanza, rimasta immobile nell’ombra della biblioteca alle spalle del medico, lasciò andare un lungo respiro controllato. Le sue dita strinsero con forza l’impugnatura d’argento del suo bastone da passeggio.

«Scriva il referto, professore,» ordinò la matriarca con un filo di voce che conteneva il peso di una sentenza definitiva. «Descriva dettagliatamente la stabilità del feto ma anche il quadro acuto di minaccia d’aborto indotta da trauma cranio-facciale diretto e stress da aggressione premeditata. Ogni sillaba di questo documento sarà la corda con cui impiccheremo legalmente Damen Keller al soffitto della sua stessa mediocrità.»

«Il referto è già stilato, Donna Costanza,» rispose Montanari porgendole una busta sigillata. «Con allegata perizia fotografica delle ecchimosi zigomatiche e mandibolari. La Procura ha materiale a sufficienza per chiedere la custodia cautelare in carcere senza deroga ai domiciliari.»

Capitolo II: L’Alba del Collasso
Alle prime luci dell’alba, una nebbia densa e lattiginosa risaliva le anse del Tevere, avvolgendo i ponti di Roma in una coltre spettrale. Ma nei palazzi del potere finanziario e giudiziario, nessuno aveva dormito.

Nella grande sala riunioni della sede della Valadier Holdings, al quarto piano di Palazzo Valadier, i terminali finanziari continuavano a lampeggiare con cascate di numeri rossi. Intorno al monumentale tavolo in noce scuro sedevano l’avvocato De Santis, Matteo Moretti e un manipolo di revisori contabili forensi e consulenti legali specializzati in diritto societario e fallimentare.

Sulle pareti scorrevano le proiezioni dei grafici di borsa: il titolo provvisorio della Marquetti & Keller Logistica, ammesso al mercato alternativo dei capitali in attesa della quotazione formale prevista per la settimana successiva, era stato congelato per eccesso di ribasso teorico prima ancora dell’apertura delle contrattazioni.