A quel punto, l’avvocato De Santis aprì con un gesto secco la cartella di cuoio. Estrasse un fascicolo spesso tre dita, rilegato con nastro giudiziario blu.
«Signor Keller-Marquetti,» intervenne l’avvocato, scandendo le sillabe con precisione chirurgica. «Alle ore diciotto e quarantacinque di oggi, il Fondo d’Investimento Valadier, detentore del settantun per cento delle obbligazioni convertibili della Marquetti & Keller, ha dichiarato l’immediata escussione del pegno per violazione delle clausole di moralità e per grave dissesto doloso. Contestualmente, la Procura della Repubblica ha iscritto il suo nome e quello della dottoressa Vanessa Laurent nel registro degli indagati per bancarotta fraudolenta preferenziale, appropriazione indebita aggravata e frode fiscale internazionale.»
Vanessa lanciò un grido strozzato, portandosi le mani alla bocca: «Io non c’entro! Io eseguivo solo le direttive contabili di Damen! È stato lui a volere quei trasferimenti!»
«I documenti d’apertura del conto a Vaduz portano la sua firma biometrica, dottoressa Laurent,» proseguì De Santis senza neppure guardarla in viso, voltando una pagina con il pollice. «E le registrazioni ambientali effettuate all’interno dell’attico di via Condotti — immobile che, per inciso, appartiene a una controllata del gruppo Moretti — dimostrano chiaramente che lei ha personalmente architettato lo svuotamento dei conti aziendali in vista della quotazione in borsa.»
De Santis sollevò lo sguardo, puntandolo su Damen.
«Ma c’è un’altra questione. Meno finanziaria, più terrena. Alle ore diciannove e dodici di questa sera, davanti a duecento testimoni qualificati, lei ha percosso fisicamente la signora Isabelle Marquetti, provocandole lesioni personali evidenti. Considerato lo stato di gravidanza accertato della signora, il reato si configura come lesioni gravissime con l’aggravante della crudeltà e del vincolo coniugale.»
L’avvocato fece un cenno con il capo verso il fondo della sala. Uno dei funzionari della Guardia di Finanza estrasse dalla giacca un paio di manette e avanzò a passo svelto.
«No… no, aspettate!» Damen indietreggiò, urtando il tavolo dei fiori. Uno dei vasi d’orchidee che Isabelle aveva preparato con tanta cura cadde a terra, infrangendosi in mille pezzi d’argilla e spargendo terra bagnata sulle sue scarpe lucide. «Isabelle, ti prego! Siamo una famiglia! Possiamo parlare! È stato un momento di follia, ero sotto stress… la pressione della borsa mi stava distruggendo! Dimmi che mi ami ancora, ricordati di Testaccio! Ricordati delle nostre promesse!»
Damen cercò di allungare le mani verso di lei, cadendo quasi in ginocchio tra i cocci del vaso.
Isabelle non si ritrasse. Non tremò. Abbassò lo sguardo sull’uomo che per cinque anni era stato il centro del suo universo, e non vi trovò traccia né di rabbia né di pietà. Solo il riflesso di un guscio vuoto.
Portò lentamente la mano destra alla gola.
Afferrò la catenina sottile con il diamante a goccia che Damen le aveva regalato quella notte di tanti anni prima. Tirò con un gesto secco, misurato. L’oro si spezzò senza un suono.
Isabelle aprì le dita. La catenina cadde sul mucchio di terra nera e cocci d’argilla, ai piedi di Damen.
«Testaccio non è mai esistita per te, Damen,» disse lei, la voce fredda come l’inverno alpino. «Tu volevi solo un pubblico che applaudisse la tua recita. Ora il sipario è calato.»
Donna Costanza Valadier avanzò di un passo, battendo il bastone d’argento proprio accanto alle ginocchia tremanti dell’uomo.
«Mio nipote,» disse la vecchia signora, fissando Damen dall’alto in basso come si fissa un insetto fastidioso su un tappeto persiano, «crescerà con il nome dei Valadier. E non saprà mai chi eri, se non una nota a piè di pagina in una procedura fallimentare archiviata.»
I due finanzieri afferrarono Damen per le braccia, sollevandolo a forza e bloccandogli i polsi dietro la schiena con uno scatto metallico che rimbombò nella sala. Vanessa, in lacrime, con il mascara nero che le colava lungo le guance dipinte, venne scortata verso l’uscita da un terzo agente, coprendosi inutilmente il volto con le mani per sfuggire agli sguardi spietati degli stessi colleghi e banchieri che fino a mezz’ora prima le avevano baciato la mano.
Gli invitati rimasero incollati ai loro posti, incapaci di muoversi o di parlare.
Costanza Valadier si voltò lentamente verso la sala. I suoi occhi penetranti spazzarono via ogni residuo di sussiego dai presenti.
«La festa è finita, signori,» disse la matriarca con un tono che non ammetteva repliche. «Troverete i vostri cappotti al guardaroba. E consiglio a chiunque tra voi abbia ancora in essere contratti con la Marquetti & Keller di presentarsi domani mattina alle otto presso la sede della Valadier Holdings con i propri legali. Chiunque decida di non presentarsi verrà considerato complice del dissesto.»
Nessuno fiatò. Uomini e donne cominciarono a defluire verso le uscite laterali a passi svelti e silenziosi, lasciando dietro di sé calici semivuoti e composizioni di orchidee intatte.
Nel giro di cinque minuti, il salone monumentale del Grand Hotel De La Ville tornò a essere deserto.
Erano rimasti solo loro quattro. Isabelle, sua nonna, Matteo e l’avvocato De Santis.
L’avvocato chiuse la cartella di cuoio con uno scatto rassicurante. «Ho già fatto disporre il presidio medico per Isabelle al piano di sopra, Donna Costanza. Il primario di ostetricia del Gemelli è già in arrivo per una visita di controllo cautelativa. Le telecamere di sicurezza della sala hanno registrato l’aggressione da tre angolazioni diverse con audio sincronizzato; il procuratore aggiunto ha già firmato il decreto di fermo.»
«Grazie, Vittorio,» disse Isabelle, sfiorandosi la guancia che pulsava ancora di calore. «Hai fatto un lavoro impeccabile.»
De Santis chinò leggermente il capo con un rispetto profondo: «È stato un dovere, signorina Isabelle. Suo padre sarebbe fiero di come ha retto il colpo.»
L’avvocato si congedò con un cenno discreto, lasciando la sala insieme agli ultimi collaboratori.
Matteo si avvicinò a Isabelle, le posò una mano calda e rassicurante sulla spalla sana e le sorrise: «I miei uomini hanno già cambiato le serrature della villa sull’Appia e del tuo vecchio studio. Tutto ciò che apparteneva a quel parassita è già stato caricato su un furgone e spedito al deposito giudiziario. Non dovrai più vedere nemmeno la sua ombra.»
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