I due agenti lo spinsero con fermezza sulla sedia di ferro di fronte a lei, rimanendo poi a braccia conserte davanti alla porta sbarrata.
Isabelle non si mosse. Rimase immobile, le mani incrociate sul tavolo, osservandolo con una freddezza che sembrava abbassare la temperatura dell’intera stanza.
«Siediti, Damen,» disse lei con tono calmo e controllato. «E smettila di frignare. Stai sprecando il poco fiato che ti rimane.»
Damen si aggrappò al bordo del tavolo, sporgendosi verso di lei con gli occhi sbarrati dalla disperazione: «Isabelle, ascoltami! È stata Vanessa! Ha architettato tutto lei! Mi ha plagiato, giuro su Dio che mi ha manipolato fin dal primo giorno in cui è entrata in azienda! È stata lei a dirmi di accelerare la quotazione, lei a creare quei conti a Vaduz… io non sapevo nulla di quei prelievi dal fondo pensione dei dipendenti! Volevo solo darti la vita che meritavi, volevo che fossimo al vertice del mondo insieme!»
«Davvero?» domandò Isabelle, inclinando appena il capo di lato. «È per darmi la vita che meritavo che ieri sera, davanti a duecento persone, hai dichiarato di avermi mantenuta per cinque anni e che non valevo la polvere dei tuoi mocassini?»
Damen ritrasse le mani come se la formica del tavolo scottasse, abbassando lo sguardo con vergogna patetica: «Ero fuori di me… la pressione della borsa mi stava uccidendo, il Fondo Valadier minacciava di ritirarsi… non sapevo cosa dicevo. E quello schiaffo… Isabelle, ti giuro sulla memoria di mio padre che non volevo colpirti! È stato un riflesso, un crollo nervoso… ti supplico, ritira la denuncia per lesioni gravissime! L’avvocato De Santis ha allegato al fascicolo un’accusa per tentato omicidio preterintenzionale a danno di feto e violenza privata aggravata! Se non ritiri le accuse, il giudice mi terrà in custodia cautelare fino al processo di primo grado! Rischio anni di carcere vero, Isabelle!»
Isabelle aprì lentamente la cartella di cuoio ed estrasse un fascicolo di fogli bianchi fitti di testo notarile e tabelle contabili.
«Non rischierai anni di carcere, Damen,» disse lei, guardandolo con una calma implacabile. «Li sconterai per intero. Fino all’ultimo giorno dell’ultima condanna che De Santis otterrà contro di te.»
Un tremito incontrollabile scosse il corpo di Damen. Le sue labbra sbiancarono: «Tu… tu non puoi odiarmi così tanto. Siamo stati felici, Isabelle! Ricordi il nostro primo viaggio in Grecia? La casa al Pigneto dove dormivamo sul materasso per terra perché non avevamo i soldi per la rete a doghe? Mi amavi… mi amavi più della tua stessa vita!»
«Amavo l’uomo che fingevi di essere,» rispose Isabelle, e la sua voce tagliò l’aria come un bisturi affilato. «Amavo l’illusione di un ragazzo laborioso che voleva costruire un futuro con me. Ma quell’uomo non è mai esistito. Esisteva solo un arrampicatore mediocre, vanitoso e debole, che alla prima occasione di arricchirsi ha venduto la propria dignità, la propria azienda e la donna che lo proteggeva dall’ombra.»
Fece scivolare il fascicolo verso di lui, facendolo fermare a pochi centimetri dalle sue dita tremanti.
«Che cos’è questo?» mormorò lui con voce spezzata.
«È la cessione volontaria e irrevocabile di tutte le tue quote della Marquetti & Keller Logistica, della villa sull’Appia Antica, delle quote societarie delle holding collegate e di ogni proprietà intellettuale registrata a tuo nome. In cambio, il Fondo Valadier si impegnerà a coprire il buco di bilancio da quaranta milioni di euro verso i piccoli fornitori e a garantire la continuità aziendale per i trecento dipendenti della rete logistica che stavi per gettare sul lastrico per pagare i gioielli di Vanessa Laurent.»
Damen fissò i fogli con gli occhi colmi di orrore: «Se firmo questo… io rimango senza niente. Non mi rimarrà un singolo centesimo. Sarò un mendicante!»
«Se non firmi,» continuò Isabelle senza la minima esitazione, «entro le sedici di oggi la Valadier Holdings avvierà l’istanza di fallimento immediato con liquidazione giudiziale. I tuoi debiti personali verranno perseguiti fino al pignoramento dei vestiti che indossi. Ma soprattutto, De Santis depositerà alla Procura Generale i tabulati delle tue comunicazioni con il porto di Gioia Tauro di due anni fa. Ti ricordi, Damen? Quando hai fatto passare quel carico doganale non dichiarato per fare un favore a quegli intermediari calabresi?»
Damen spalancò gli occhi in un terrore puro, animale. «Come… come fai a sapere di quella spedizione? Quei documenti erano cifrati… erano nell’archivio protetto del mio computer personale!»
«Nulla di ciò che hai fatto in quella società è mai stato nascosto a me, Damen,» rispose Isabelle con un sorriso freddo e amaro. «Io ho fondato i sistemi di rete della tua logistica prima ancora che tu imparassi cosa significasse una bolla doganale. Ho passato anni a ripulire i tuoi errori, a cancellare le tue tracce prima che la Finanza ti bussasse alla porta, credendo che lo stessi facendo per difendere la nostra famiglia. Ma adesso quelle prove sono al sicuro nella cassaforte di mia nonna. Se non firmi, l’accusa si trasformerà in associazione a delinquere finalizzata al contrabbando internazionale. E da Regina Coeli non uscirai prima di aver compiuto sessant’anni.»
Damen cadde all’indietro contro lo schienale della sedia, con il fiato corto e le lacrime che cominciavano finalmente a rigargli le guance scavate. Tremava come una foglia in balia di una tempesta.
«Sei un mostro…» mormorò con disprezzo impotente. «Sei sempre stata tu a tirare i fili. Mi hai lasciato credere di essere un re per poi farmi cadere dall’alto.»
«Ti ho dato le ali, Damen. Ma tu hai preferito volare direttamente nella spazzatura,» concluse lei, estraendo dalla tasca una penna stilografica d’oro massiccio e facendola rotolare sul tavolo verso di lui. «Firma. Adesso.»
Con dita incerte che quasi non riuscivano a reggere il peso della penna, Damen Keller firmò ogni singola pagina. La sua firma, che per anni aveva campeggiato arrogante su contratti milionari e ordini di servizio, era ora un ghirigoro sconnesso, umiliato, tracciato con l’inchiostro blu su fogli che cancellavano per sempre la sua esistenza dal mondo che aveva sognato di dominare.
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