“Affari che terminano questa sera,” rispose lui inesorabile. Fece un cenno impercettibile con la mano, e due uomini della sicurezza, grandi come armadi, si materializzarono dietro Victoria. “Le tue quote nei nostri progetti di sviluppo a South Loop saranno liquidate domani mattina al valore di mercato. Sei fuori dal consiglio di amministrazione della Fondazione. E se scopro che hai pronunciato una sola parola contro mia nonna o contro questa ragazza,” indicò Emma con un cenno del mento, “farò in modo che non ci sia un singolo club, ristorante o banca in questa città disposto ad accettare il tuo nome. Scortatela fuori. Dalla porta di servizio.”
“Non puoi farmi questo! Julian!” urlò Victoria, perdendo l’ultimo brandello di dignità mentre le guardie la afferravano per le braccia e la trascinavano via, il suo abito verde smeraldo che strisciava pateticamente sul pavimento.
Mentre i suoi strilli si affievolivano lungo il corridoio, Julian si voltò verso la folla inebetita. “La musica può riprendere. Godetevi la serata.”
Fu come se un incantesimo si fosse spezzato. L’orchestra riattaccò a suonare con un’urgenza nervosa, e gli ospiti ricominciarono a mormorare, fingendo disperatamente che tutto fosse normale. Halloway, il direttore, si asciugò il sudore dalla fronte e fece per avvicinarsi a Emma, con un sorriso servile stampato in faccia, pronto a rimangiarsi il licenziamento.
Ma Emma non aveva intenzione di aspettare. Il cuore le batteva ancora all’impazzata e l’adrenalina stava svanendo, lasciandole addosso un senso di vertigine e stanchezza. Si voltò sui tacchi bassi delle sue scarpe nere d’ordinanza e si diresse rapidamente verso le porte a spinta della cucina. Aveva fatto ciò che doveva. Ora voleva solo sparire.
Attraversò il caos acciaio e vapore delle cucine, ignorando gli sguardi confusi dei cuochi e dei lavapiatti. Raggiunse gli spogliatoi nel seminterrato, si strappò via i guanti bianchi e iniziò a sbottonarsi la camicia della divisa. Le sue mani tremavano così tanto che faticava a liberare i piccoli bottoni di plastica.
Si guardò nel piccolo specchio scheggiato dell’armadietto. A ventiquattro anni, aveva gli occhi segnati da occhiaie scure e l’espressione di chi porta troppo peso sulle spalle. Studiava infermieristica di giorno e serviva champagne ai ricchi di notte. Il suo fratellino, Leo, aveva bisogno di farmaci per l’asma che la sua assicurazione non copriva interamente. Quel lavoro al catering era la sua ancora di salvezza. Halloway l’aveva licenziata, e nonostante Julian Sterling l’avesse difesa, Emma sapeva come funzionava il mondo reale. I miliardari facevano la loro mossa eroica e poi tornavano nei loro castelli, mentre la servitù veniva silenziosamente rimpiazzata. Halloway gliel’avrebbe fatta pagare in un modo o nell’altro. Era meglio andarsene subito.
Infilò i suoi jeans sbiaditi, un maglione di lana infeltrita e prese il suo zaino. Ma quando aprì la porta dello spogliatoio per uscire verso il vicolo sul retro, si trovò la strada sbarrata.
Un uomo alto, vestito con un abito grigio e un auricolare all’orecchio, la stava aspettando.
“Signorina Carter?” chiese l’uomo.
Emma si irrigidì. “Come sa il mio nome?”
“Sono il signor Vance, capo della sicurezza del signor Sterling. Mi è stato chiesto di scortarla nella biblioteca privata. Il signor Sterling e sua nonna desiderano parlarle.”
“Non c’è bisogno,” disse Emma, stringendo le cinghie dello zaino. “Ho finito il mio turno. Anzi, sono stata licenziata. Voglio solo tornare a casa.”
“Temo di dover insistere, signorina,” rispose Vance, con un’educazione che non ammetteva repliche. Fece un passo di lato, indicando il corridoio che portava agli ascensori privati. “Non le ruberanno molto tempo. E le assicuro che non ha nulla da temere.”
Emma deglutì. Scappare avrebbe solo confermato che era una codarda, e lei non lo era mai stata. Annuì e seguì l’uomo nell’ascensore rivestito in legno di mogano. Salirono in silenzio, lontano dal rumore della festa, fino all’ultimo piano della tenuta.
Le porte si aprirono su un corridoio silenzioso e ovattato. Vance la guidò fino a una doppia porta intarsiata e la aprì. La biblioteca era una stanza circolare mozzafiato, con pareti coperte da scaffali di libri antichi, un enorme camino di pietra in cui scoppiettava un fuoco rassicurante, e ampie vetrate che offrivano una vista vertiginosa sulle luci scintillanti di Chicago.
Eleanor Sterling era seduta su una poltrona di pelle vicino al fuoco, una coperta di lana posata sulle ginocchia. Julian era in piedi accanto alla finestra, un bicchiere di cristallo con del liquore ambrato in mano. Quando Emma entrò, lui si voltò.
“Signorina Carter,” disse Julian, la voce vellutata e profonda. “Prego, si accomodi.”
Emma rimase in piedi. “Preferisco stare in piedi, signore. Se mi ha fatto chiamare per offrirmi dei soldi per il disturbo, non li voglio. Ho fatto solo quello che chiunque avrebbe dovuto fare.”
Eleanor lasciò sfuggire una risatina debole. “Oh, mia cara, ti sbagli di grosso. Nessuno in quella sala avrebbe alzato un dito per difendere un’anziana, se non avesse saputo che il mio cognome era Sterling. Tu lo hai fatto credendo che io fossi una povera vecchia senza importanza. È questo che fa la differenza.”
Emma guardò la donna. Da vicino, i segni dell’età e della fragilità erano ancora più evidenti, ma c’era un’intelligenza feroce dietro quei vecchi occhi. “Perché quella donna l’ha attaccata? Ha detto che le aveva rovesciato il tè, ma…”
“Ma era una bugia,” concluse Julian, posando il bicchiere. “Mia nonna non beve tè la sera. Victoria era furiosa. Da mesi cercava di ottenere un incontro privato con Eleanor per convincerla a non vendere un appezzamento di terreno nel centro storico che Victoria voleva disperatamente acquistare a basso costo. Mia nonna le ha detto di no. Victoria non è abituata a sentirsi dire di no. Ha perso la testa, credendo che in quel corridoio appartato nessuno la stesse guardando.”
“Pensava di potermi spaventare,” aggiunse Eleanor, con un sorriso sottile. “Pensava che, siccome il mio corpo è debole, anche il mio spirito lo fosse. Non sapeva che ero pronta a piantarle il mio fermaglio per capelli nella mano se si fosse avvicinata di più. Ma tu sei stata più veloce.”
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