I suoi occhi stanchi cercarono quelli di Laura, carichi di una muta e disperata richiesta di aiuto. Dietro di loro, il giovane copilota continuava a giacere sul pavimento metallico, respirando a fatica in un sonno indotto chimicamente. Laura Sanz non esitò un solo istante, sentendo scattare qualcosa di antico e letale dentro di sé. L’addestramento militare prese immediatamente il sopravvento sulle paure accumulate nel corso degli ultimi due anni. Si avvicinò allo spioncino della pesante porta blindata e guardò fuori nel lungo corridoio passeggeri. L’area antistante alla cabina era illuminata a malapena dalle fioche luci di emergenza rossastre. Proprio lì, immobile e dritto come una statua di marmo, c’era un uomo di mezza età. Indossava un abito sartoriale impeccabile di colore blu scuro, tagliato su misura per nascondere una muscolatura asciutta. La sua cravatta di seta era perfettamente annodata, senza una singola piega, nonostante l’ora tarda e il caos palpabile a bordo. Apparteneva sicuramente alla sfarzosa prima classe, il tipico dirigente abituato a dettare le regole del gioco in ogni stanza in cui entra. Il suo volto era rilassato, disteso, persino divertito dalla tragedia che si stava consumando intorno a lui. Le hostess spaventate stavano cercando invano di farlo arretrare verso il suo lussuoso posto a sedere. Una di loro, tremando, gli aveva persino afferrato la manica della giacca, ma lui sembrava non accorgersene minimamente. Laura guardò il comandante Ortega e fece un cenno affermativo e deciso con la testa. “Apra questa maledetta porta, ma resti pronto a qualsiasi eventualità,” sussurrò Ortega, con la voce incrinata dalla forte tensione psicologica. “Non sappiamo chi sia quest’uomo, né tantomeno cosa voglia da noi.” Laura sbloccò con fermezza il meccanismo di sicurezza principale della paratia rinforzata. Poi girò la fredda maniglia d’acciaio e aprì la porta di appena pochi centimetri, bloccando l’apertura col proprio stivale per impedirne l’accesso. L’uomo non cercò affatto di forzare l’ingresso, né fece movimenti bruschi che potessero tradire aggressività. Rimase fermo esattamente dov’era, con le mani infilate con studiata disinvoltura nelle tasche dei pantaloni eleganti. Il suo sguardo glaciale incrociò quello di Laura e un sorriso spietato gli increspò le labbra sottili. Sembrava conoscerla da moltissimo tempo, sondando i suoi segreti più oscuri. Sembrava quasi che stesse aspettando esattamente lei fin dal momento in cui l’aereo era decollato da New York. “Vedo che i signori della cabina hanno finalmente trovato il loro piccolo eroe militare,” disse l’uomo con una voce calma, suadente e incredibilmente profonda. Il suo accento era colto, privo di inflessioni, misurato e calcolato in ogni singola sillaba pronunciata. Laura sentì un brivido di puro ghiaccio scenderle lungo la spina dorsale. Eppure, mantenne un’espressione totalmente impassibile, come aveva imparato a fare sotto la brutale pressione degli interrogatori militari di simulazione. “Torni al suo posto immediatamente, signore, o sarò costretta a farla spostare con la forza,” ordinò Laura con un tono fermo, tagliente e autoritario. “Questa è un’area rigorosamente riservata all’equipaggio e stiamo gestendo una gravissima emergenza medica.” L’uomo ignorò del tutto il suo comando formale, come se a parlare fosse stato un bambino capriccioso. Inclinò leggermente la testa grigia, sporgendosi appena per poter osservare oltre l’esile spalla di Laura. I suoi occhi scuri si posarono compiaciuti sul corpo esanime del copilota disteso a terra. “Un vero, enorme peccato per il giovane ragazzo lì dietro, non trova anche lei?” mormorò l’uomo, fingendo compassione. “Una reazione allergica così improvvisa, così inaspettata, così severa e fatale.” Laura strinse i pugni lungo i fianchi, sentendo la rabbia cieca iniziare a montare violentemente dentro di lei. Aveva capito subito che quel piccolo, lucido tappo metallico trovato sul pavimento era esclusivamente opera sua. Quell’oggetto era un innesco per siringhe, la prova inconfutabile della sua spietata colpevolezza. “Chi diavolo è lei?” domandò la donna, bloccando l’intero accesso visivo con il proprio corpo in modo che l’uomo non potesse studiare i pannelli di controllo. Il sorriso dell’uomo si allargò ulteriormente, mostrando denti bianchissimi nella penombra angosciante del corridoio. “Diego credeva anche lui di poter sistemare cose che non capiva affatto,” disse l’uomo lentamente, scandendo ogni parola come se stesse conficcando dei chiodi. Il mondo intero di Laura si fermò bruscamente in quell’istante preciso. Il tempo sembrò congelarsi all’interno del gigantesco aereo in volo sopra l’oceano Atlantico. Il nome sacro di Diego, pronunciato da quello sconosciuto a diecimila metri di altezza, fu come una pugnalata letale al cuore. I ricordi repressi dell’incidente riemersero con una violenza psicologica inaudita e devastante. Rivedeva il fumo nero e denso che si alzava all’orizzonte sopra le colline aride. Risentiva il suono assordante e continuo degli allarmi all’interno del suo casco di volo. Riascoltava la voce spezzata di Diego alla radio che cercava disperatamente di riavviare il maledetto motore sinistro in avaria. Rivedeva le pesanti bare di legno coperte dalla bandiera nazionale durante il freddo funerale di stato. Tutto il suo trauma tornò a galla in una frazione di secondo, minacciando di sopraffare la sua precaria sanità mentale. Come faceva quest’uomo distinto a conoscere la vera storia di Diego Robles? Come faceva a sapere del suo doloroso passato militare e del senso di colpa che la divorava viva? La mente analitica di Laura vorticava furiosamente alla ricerca di risposte sensate. Ma l’istinto primordiale del pilota da caccia spense immediatamente ogni singola emozione superflua e controproducente. Non era il momento adatto per discutere del passato, né per cedere al dolore. Non era il momento di fare domande esistenziali o cercare assurde vendette verbali. C’era un enorme aereo commerciale in avaria da salvare e quasi trecento vite innocenti in imminente, catastrofico pericolo. Laura non rispose affatto a quella crudele e mirata provocazione. Non gli diede minimamente la soddisfazione di vedere il suo enorme dolore, il suo stupore o le sue lacrime represse. Si raddrizzò, ignorando la tempesta emotiva che le squarciava l’anima. “Bloccatelo, fatelo ora,” ordinò Laura, rivolgendosi alla capocabina terrorizzata e a due robusti steward che si erano avvicinati timidamente. “Usate le doppie fascette di sicurezza di plastica dura e legatelo stretto a un sedile vuoto nell’ultima fila.” “Mettetelo lontano dagli altri

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