passeggeri e non rivolgetegli la parola per nessun motivo al mondo.” L’uomo d’affari non oppose la benché minima resistenza fisica all’ordine impartito. Si lasciò afferrare docilmente per le braccia e ammanettare con le spesse fascette di contenimento. Continuava semplicemente a sorriderle in modo inquietante, come se stesse recitando una parte ben scritta in uno spettacolo teatrale. Laura lo guardò dritto negli occhi oscuri un’ultima volta, memorizzando ogni suo tratto somatico. Poi chiuse violentemente la porta blindata e inserì i pesanti e freddi catenacci d’acciaio. Il forte rumore metallico della chiusura ermetica segnò il ritorno immediato alla spaventosa realtà della cabina di pilotaggio. Ortega la guardava sbalordito, con gli occhi sbarrati dal terrore puro e dall’incomprensione. “Cosa diavolo sta succedendo là fuori, Laura?” chiese il anziano comandante, sudando copiosamente nella sua camicia bianca. “Quell’uomo ha deliberatamente avvelenato il suo copilota,” rispose lei senza mezzi termini, avvicinandosi a grandi passi ai comandi. “E molto probabilmente ha anche manomesso i delicati sistemi informatici di bordo dell’aeromobile.” “Adesso dobbiamo far atterrare questo bestione di metallo prima che i suoi sadici giochetti ci uccidano tutti.” Laura afferrò il pesante corpo inerme del copilota passandogli energicamente le braccia sotto le ascelle sudate. Con l’aiuto prezioso ma goffo di Ortega, riuscirono a sollevarlo di peso dal comodo sedile di destra. Lo adagiarono con molta cura sul pavimento rigido, nello spazio angusto e buio vicino alla porta blindata. Lo assicurarono con delle cinghie di emergenza per evitare che il suo corpo inerte rotolasse durante le brusche manovre di volo. Il respiro del giovane era diventato ormai un rantolo debolissimo, un sussurro spezzato. Il suo polso al collo era quasi impercettibile e la pelle del viso aveva assunto un macabro colorito grigiastro. Laura si sedette immediatamente e senza esitazione al posto del copilota, regolando la distanza del sedile con un colpo secco. Si allacciò rapidamente le cinghie delle cinture di sicurezza a cinque punti, stringendole al petto fino a farsi quasi male. Le sue mani esperte si mossero in modo del tutto istintivo sui comandi a lei estranei. La sua mente addestrata mappò rapidamente e infallibilmente la complicata disposizione degli strumenti commerciali. L’interfaccia elettronica era molto diversa da quella del suo vecchio e amato Eurofighter Typhoon. Ma la complessa fisica dell’aria e la logica basilare del volo rimanevano universali, eterne e del tutto immutabili. “Qual è l’esatta situazione dei sistemi diagnostici?” domandò Laura, la voce ora fredda, analitica, distaccata e squisitamente professionale. “Abbiamo continui avvisi multipli e totalmente contraddittori fra loro,” rispose Ortega, cercando di leggere gli schermi lampeggianti di rosso. “Il computer centrale segnala una massiccia perdita di pressione idraulica nel sistema principale di sinistra.” “Allo stesso identico tempo, c’è un insistente allarme incendio nel vano avionico posteriore che non riusciamo a tacitrare.” “I sensori di altitudine esterni stanno impazzendo, fornendo al computer dati completamente discordanti.” “Sono tutti dannati falsi allarmi, comandante,” sentenziò Laura con assoluta, incrollabile sicurezza. “Come fa a dirlo con tanta arrogante certezza, maledizione?” ribatté Ortega, sull’orlo del panico totale. “Perché, nonostante tutto quel rosso sugli schermi, l’aereo vola in modo perfettamente stabile e i motori mantengono la spinta costante.” “Quell’uomo ha fisicamente manomesso l’elettronica, probabilmente usando un dispositivo di disturbo wireless o introducendo un malware nel nodo diagnostico.” “Il suo oscuro obiettivo è farci credere che l’aereo stia letteralmente cadendo a pezzi nel cielo.” “Vuole costringerci a compiere mosse disperate e indurci inevitabilmente all’errore umano fatale.” “Se seguiamo ciecamente le procedure di emergenza scritte sul manuale per questi finti guasti, peggioreremo irrimediabilmente la situazione.” “Finiremo per spegnere volontariamente motori o sistemi idraulici vitali che in realtà, al momento, funzionano in modo perfetto.” Ortega annuì lentamente, comprendendo appieno la diabolica gravità e genialità della situazione in cui si trovavano. “Quindi, in nome di Dio, cosa facciamo adesso?” chiese il comandante, affidandosi ormai completamente all’esperienza militare della donna. “Passiamo in modalità manuale pura,” dichiarò Laura, allungando una mano e indicando il pannello centrale di controllo superiore. “Spegniamo immediatamente l’autopilota e isoliamo fisicamente il computer di gestione del volo per fermare i dati corrotti.” “Voleremo alla vecchia e faticosa maniera, sentendo l’aereo rispondere con le nostre stesse mani.” “Ci affideremo esclusivamente all’orizzonte artificiale meccanico di backup e ai tubi di Pitot analogici esterni.” Ortega esitò un lunghissimo e angosciante momento, il sudore gli gocciolava sulla fronte. Era una manovra estremamente, follemente rischiosa su un moderno e pesantissimo aereo passeggeri di linea. Volare “al buio” nella notte, con tutta l’elettronica primaria volutamente spenta, era l’incubo peggiore di ogni pilota di linea. Ma guardando la determinazione d’acciaio che ardeva negli occhi nocciola di Laura, prese coraggiosamente la sua amara decisione. Allungò la mano tremante e staccò con forza il grosso interruttore principale dell’autopilota. Un allarme stridulo e fastidioso riempì la cabina, segnalando la disconnessione dei computer di volo. L’aereo ebbe un sussulto improvviso, sordo e spaventosamente violento in avanti. Fu come se il gigantesco velivolo di linea si fosse improvvisamente risvegliato da un placido e lungo sonno profondo. La cloche davanti a loro divenne immediatamente pesante, dura e incredibilmente difficile da spostare. Senza l’ausilio dei computer, richiedeva una forza fisica notevole per essere mantenuta nella posizione corretta di volo. “Ho io i comandi,” disse Laura a voce alta, afferrando saldamente la sua cloche con entrambe le mani nodose. “Ha lei i comandi,” confermò Ortega, allentando leggermente ma con apprensione la presa sulla sua barra di comando. Laura chiuse gli occhi per una minuscola, vitale frazione di secondo per resettare i suoi sensi. Sentì la vibrazione intensa, ritmica e rassicurante dei due possenti motori trasmettersi attraverso i palmi delle sue mani. Percepì la massiccia resistenza dell’aria gelida scorrere con prepotenza sulle ali enormi, attraversando la lunga struttura della fusoliera. Questo velivolo non era affatto un agile, leggero e scattante caccia militare progettato per la guerra aerea. Era un mastodontico gigante di metallo, pesante, lento nelle reazioni e carico di vite umane innocenti. Eppure lei riusciva meravigliosamente a capirne il linguaggio segreto e meccanico, anticipandone i minimi e lenti movimenti strutturali. L’aereo iniziò a scendere dolcemente tra le nuvole nere, ubbidendo
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