pezzo di metallo scuro e opaco. Era accuratamente e asetticamente sigillato all’interno di una bustina di plastica trasparente, come un trofeo malato o una prova inconfutabile per i posteri. Laura prese la fredda bustina di plastica tra le dita tremanti, avvicinandola alla luce dei neon della cabina. Riconobbe l’esatto pezzo meccanico in un solo, terribile, devastante istante di totale lucidità tecnica. Era indiscutibilmente una delicata valvola di sovrappressione, appartenente al cuore della turbina principale del motore a reazione. Un componente minuscolo ma assolutamente e vitale per il corretto, bilanciato funzionamento del sistema propulsivo del caccia intercettore Eurofighter Typhoon. Ma c’era fin da subito qualcosa di profondamente, palesemente e fatalmente sbagliato nella fattura di quel piccolo frammento metallico. Il microscopico numero di serie alfanumerico, inciso solitamente a laser sul bordo curvo del metallo, era grossolanamente e leggermente disallineato. Il colore specifico e il peso specifico della lega non corrispondevano a quelli del titanio certificato e lucido richiesto dal rigido protocollo dell’acciaio aeronautico militare internazionale. Assomigliava piuttosto a una riproduzione economica, un malvagio falso ingegneristico creato in segrete fonderie clandestine di paesi in via di sviluppo. Era, senza alcuna ombra di dubbio logico o tecnico, una parte meccanica pesantemente e volutamente contraffatta. Una copia illegale e mortale, venduta sottobanco nel mercato nero per lucrare vergognosamente sugli enormi costi di manutenzione dell’aeronautica militare statale. Oppure, peggio ancora e molto più probabile, era stata inserita deliberatamente nei motori per causare un sabotaggio mirato, letale e inscopribile. Laura ricordò con immensa, vomitevole amarezza i risultati fasulli dell’inchiesta militare ufficiale seguita al terribile incidente di Diego. Il voluminoso rapporto finale della commissione d’indagine, freddamente redatto in inutile burocratese governativo, aveva concluso lapidariamente un’altra realtà. Avevano scritto nero su bianco che la causa primaria e inequivocabile dello schianto era stata un “grave, ingiustificabile errore umano del pilota”. I generali le avevano ripetuto sfacciatamente in faccia che Diego, preso da stupida euforia, aveva spinto inutilmente l’aereo ben oltre i suoi rigidi limiti strutturali di volo. Le avevano detto con sdegno che la sua stupida incoscienza adolescenziale aveva irrimediabilmente provocato lo stallo fatale e irreversibile del motore sinistro. Laura aveva sempre saputo e sperato, nel profondo della sua anima ferita, che il suo amico Diego fosse un pilota troppo esperto, troppo attento e metodico per commettere un errore così banale e suicida. Adesso, in piedi in quel freddo aereo passeggeri fermo sulla pista spagnola, aveva finalmente la prova schiacciante e tangibile tra le sue mani sudate. Diego non aveva sbagliato assolutamente nulla durante quel maledetto e ventoso pomeriggio fatale di esercitazioni aeree. Era stato barbaramente, silenziosamente assassinato da quel piccolo e insignificante pezzo di metallo economico e falsificato. Una valvola strutturalmente difettosa e inadeguata inserita a tradimento e di nascosto nel ventre del suo amato aereo da persone potenti che giocavano cinicamente con le vite altrui. Persone orribili e senza scrupoli, cinicamente disposte a uccidere i migliori piloti aerei della nazione unicamente per profitto economico o per proteggere oscuri e marci interessi militari governativi. E l’uomo d’affari elegante e spocchioso che lei aveva appena fatto arrestare e consegnare alla polizia faceva chiaramente parte di quella losca e tentacolare rete di spietati assassini seriali col colletto bianco. Forse ne era addirittura la mente malvagia e pensante, il vertice assoluto e intoccabile della piramide di corruzione che inquinava l’intero ministero della difesa. L’opprimente senso di colpa paralizzante e il dolore cronico di Laura mutarono istantaneamente e radicalmente forma nella sua mente. Si trasformarono, come per magia nera, in una rabbia fredda, lucida, chirurgicamente calcolata e assolutamente, fottutamente implacabile. Rimise con estrema e delicata cura la letale valvola contraffatta e la fotografia segreta nella loro esatta e originaria posizione millimetrica. Chiuse il pesante coperchio della valigetta di pelle nera con un singolo gesto fermo, abbassando brutalmente e con forza le due serrature argentate per bloccarla. In quel preciso istante, Laura capì di non essere mai più la debole donna spezzata e rassegnata che, per due anni, aveva disperatamente cercato di nascondersi dagli sguardi del mondo intero. Non era più la noiosa istruttrice civile malinconica e anonima, tristemente rintanata in una piccola, polverosa aula di una squallida accademia di volo nella periferia industriale di Getafe. Il tragico e movimentato volo intercontinentale di stasera, l’emergenza mortale sventata e le crudeli parole sussurrate dall’uomo non erano affatto stati un caso fortuito del caotico destino. L’incidente mortale e devastante che le aveva strappato via Diego non era mai stato, fin dal primo secondo, un drammatico scherzo del fato crudele. Un giovane e sudato agente della Guardia Civil tornò indietro nel corridoio deserto a cercarla, interrompendo bruscamente il flusso ininterrotto dei suoi cupi, sanguinosi e vendicativi pensieri. “Signora Sanz, la prego cortesemente, dobbiamo chiederle l’obbligo di scendere subito da questo mezzo,” disse il poliziotto, indicando nervosamente l’uscita anteriore con la torcia accesa. “Questo aeromobile è ora formalmente e legalmente posto sotto sequestro giudiziario per tentata strage e sta diventando a tutti gli effetti una zona rossa, una intoccabile scena del crimine isolata.” Laura annuì silenziosamente e obbedientemente all’uomo in divisa, mantenendo intatta e perfetta la sua imperscrutabile maschera di pietra e ghiaccio finto. Afferrò saldamente nella mano destra il robusto manico di pelle della valigetta nera rinvenuta sul sedile incriminato. “Vengo subito, signor agente, mi scusi per l’attesa ma stavo solo recuperando il mio bagaglio personale,” rispose dolcemente Laura, mentendo spudoratamente all’ufficiale e mascherando magistralmente le sue letali, reali intenzioni criminali future. Scese lentamente le ripide, fredde e scivolose scale metalliche esterne dell’aereo, stringendo protettivamente e possessivamente la borsa rubata al proprio petto che ansiva. Respirò profondamente a pieni polmoni l’aria frizzante, inquinata ma incredibilmente viva e pungente della gelida notte che avvolgeva la periferia di Madrid. Le assordanti sirene dei veicoli di emergenza continuavano ininterrottamente a suonare in lontananza, tagliando a metà e rompendo il vuoto silenzio dell’enorme aeroporto ormai chiuso e interdetto a tutto il traffico civile globale. Il famelico mostro governativo senza volto che, un tempo, le aveva codardamente ucciso il migliore amico Diego Robles, ora aveva finalmente, e stupidamente, fornito un’identità precisa e
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