Trenta persone. Trenta tra i membri più influenti, ricchi e spietati dell’alta società, persone che fino a un’ora prima le baciavano le guance e le sussurravano complimenti calcolati, ora ridevano con le bocche spalancate, i volti distorti da una crudeltà grottesca.

Eleanor Bellini non si mosse. Non si portò una mano al viso per coprire il rossore, né incrociò le braccia per proteggersi dal freddo o dall’umiliazione. La dinastia Bellini non era stata forgiata nella debolezza, e lei ne era l’imperatrice assoluta. Alzò lentamente lo sguardo su Serena. La giovane donna, avvolta in un abito bianco che la faceva sembrare una creatura eterea e innocente, la stava guardando con un sorriso che non aveva nulla di umano. Era il sorriso di un predatore che aveva appena azzannato la giugulare della sua preda.

Ma fu quello che accadde un momento dopo con i bicchieri di champagne a trasformare una scena di bullismo sociale in un incubo a occhi aperti.

Mentre le risate raggiungevano il loro apice, Serena sollevò lentamente la mano destra, le dita sottili tese verso il cielo limpido. Come se un burattinaio invisibile avesse tirato i fili di trenta marionette, le risate cessarono. Non ci fu un brusio che sfumava, non ci furono colpi di tosse imbarazzati. Il silenzio calò in un singolo, agghiacciante istante. Trenta paia di occhi si svuotarono di ogni emozione e si fissarono su Eleanor con una rigidità cadaverica.

Un cameriere, muovendosi con la fluidità silenziosa di uno spettro, si fece avanti portando un vassoio d’argento. Sopra di esso riposavano due flute di cristallo Baccarat, colmi di champagne dorato le cui bollicine sembravano immobili, congelate nel tempo. Serena prese entrambi i bicchieri. Ne porse uno a Eleanor.

Eleanor lo ignorò, i suoi occhi scuri fissi in quelli della sua futura nuora. “Dov’è mio figlio?” domandò, la voce fredda e tagliente come il vetro rotto.

“Adrian è esattamente dove deve essere, madre,” rispose Serena, la voce che risuonava con una risonanza innaturale nel silenzio del giardino. “Ha finalmente aperto gli occhi. Prendi il bicchiere, Eleanor. È un brindisi. Al passaggio di consegne.”

Quando Eleanor non si mosse, Serena fece spallucce, un gesto troppo fluido, troppo calcolato. Portò il proprio bicchiere all’altezza del viso. E fu allora che l’orrore si svelò in tutta la sua macabra coreografia.

All’unisono perfetto, senza il minimo fruscio di vestiti o passi, i trenta ospiti alzarono i loro bicchieri di champagne. Nessuno guardava il proprio vicino. Tutti guardavano Eleanor. Ma non era la sincronia militare a gelare il sangue nelle vene della matriarca. Era il liquido all’interno dei bicchieri.

Mentre i bicchieri venivano sollevati contro la luce del sole pomeridiano, lo champagne dorato iniziò a cambiare colore. Dal fondo dei flute di cristallo, una spirale densa e scura, simile a inchiostro cremisi o sangue coagulato, si diffuse verso l’alto, divorando l’oro. In pochi secondi, ogni ospite teneva in mano un calice di liquido nero-rossastro, torbido e pulsante.

Eleanor indietreggiò di un passo, il respiro che le si mozzava in gola. Riconobbe la spilla sul bavero del Senatore Vance, il bracciale di diamanti di Lady Harrington. Erano i suoi pari, i suoi rivali, le sue pedine. Ora, però, sembravano gusci vuoti, automi programmati per una singola funzione.

“Che diavolo hai fatto?” sussurrò Eleanor, la sua solita maschera di controllo che iniziava a incrinarsi.

“Li ho liberati,” disse Serena, sorridendo dolcemente. Portò il bicchiere alle labbra.

Nello stesso millesimo di secondo, i trenta ospiti portarono i bicchieri alle labbra e bevvero. Nessuno deglutì con naturalezza. Ingoiarono il liquido oscuro come se stessero compiendo un rito sacrificale, i colli tesi, gli occhi spalancati e vacui. Quando abbassarono i bicchieri, un sottile rivolo rosso-nero macchiava gli angoli delle loro bocche, contrastando violentemente con i loro abiti immacolati e i sorrisi di porcellana che lentamente riapparvero sui loro volti.

“Adrian!” urlò Eleanor, la paura che finalmente rompeva gli argini della sua compostezza. “Adrian!”

Le porte a vetri della villa padronale si aprirono con un lieve clic. Adrian, il suo unico figlio, l’erede dell’impero Bellini, emerse dall’ombra del salone. Indossava il suo completo sartoriale grigio, ma qualcosa nel modo in cui camminava era profondamente sbagliato. I suoi passi erano rigidi, misurati. Non guardò sua madre, inzuppata e tremante sul prato. Camminò direttamente verso Serena, posandosi al suo fianco come un soldato a guardia del suo sovrano.

“Adrian, guardami,” supplicò Eleanor, facendo un passo verso di lui. “Questa donna… cosa ti ha fatto? Cosa ha fatto a tutti loro?”

Adrian voltò la testa. I suoi occhi, un tempo caldi e vivaci, della stessa tonalità nocciola di quelli di suo padre, erano ora velati da una patina opaca, come se l’anima dietro di essi fosse stata recisa o addormentata. Quando aprì la bocca, la voce che ne uscì era piatta, monocorde.

“Serena ci ha mostrato la verità, madre. Il tuo tempo è finito. La dinastia del sangue deve lasciare il posto all’Eternità. Abbiamo brindato al nostro nuovo inizio. E alla tua fine.”

Eleanor sentì il terreno cedere sotto i piedi. L’acqua fredda del tubo da giardino non era stata solo un’umiliazione infantile; era stata un battesimo inverso, un rito di purificazione per mondare il giardino dalla sua autorità prima che il vero rituale avesse inizio. La sostanza nei bicchieri, qualunque cosa fosse, parasita, tossina o chimica letale, aveva già preso il controllo dell’intero vertice della città.

“Non credere di aver vinto, ragazzina,” sibilò Eleanor, raddrizzando la schiena. L’acqua le colava lungo le gambe, ma il suo sguardo era tornato a essere quello della leonessa che aveva costruito un impero dai bassifondi di Milano fino ai grattacieli di New York. “Non so quale intruglio tu abbia versato nei loro calici, o quale setta di pazzi tu abbia portato in casa mia, ma ti distruggerò. Distruggerò te e chiunque ti abbia mandata.”

Serena rise. Fu un suono cristallino, delizioso, che fece eco nei sorrisi spenti degli ospiti intorno a loro. “Oh, Eleanor. Non hai ancora capito. Non mi ha mandata nessuno. Io sono qui dall’inizio. Ho solo aspettato che il giardino fosse pronto per il raccolto.”