Eleanor non rallentò e non gli puntò l’arma contro. Quando fu a due metri da lui, si lasciò scivolare sull’erba bagnata, passando sotto il suo arco di guardia e colpendolo violentemente dietro le ginocchia con il calcio della pistola. Adrian crollò a terra pesantemente.

“Tu non hai il diritto di chiamarmi madre,” ringhiò Eleanor, balzando in piedi.

Serena era proprio davanti a lei, le mani sollevate. Dalle sue unghie gocciolava l’icore nero, pronto a infettarla. “Sei testarda, vecchia donna,” sibilò la creatura. “Ma la tua resistenza è inutile. Noi siamo infiniti.”

“E io sono Eleanor Bellini,” rispose freddamente, alzando la calibro 45 a livello degli occhi della creatura. “E tu sei nel mio giardino.”

Premette il grilletto.

Il proiettile colpì Serena al petto. L’impatto la scaraventò all’indietro, sbalzandola oltre il bordo della voragine fangosa. Non ci fu sangue rosso, ma un’esplosione di fluido denso e nerastro che schizzò sull’erba.

Un urlo sovrumano, composto da trenta voci diverse, esplose in tutto il giardino. Gli ospiti, lontani e vicini, caddero in ginocchio tenendosi il petto, come se il proiettile avesse colpito ognuno di loro contemporaneamente.

Eleanor avanzò fino al bordo della buca. Serena giaceva sul fondo, rantolando, il suo sangue nero che veniva assorbito rapidamente dalla terra pulsante sotto di lei. Ma non era morta. Le ferite della creatura stavano già iniziando a chiudersi, filamenti oscuri che ricucivano la carne lacerata.

Serena sorrise, un’espressione orribile e zannuta. “Non… puoi… ucciderci con il ferro.”

“Lo so,” disse Eleanor. Si sfilò dalla cintura tattica una delle granate incendiarie termobariche al fosforo bianco che Carlo le aveva fornito, roba militare pesante rubata dai vecchi contatti. Tolse la sicura. “Ecco perché ho portato il fuoco.”

Lasciò cadere la granata direttamente sul petto di Serena e si voltò, tuffandosi in avanti per coprire Adrian con il proprio corpo.

L’esplosione non fu solo rumorosa; fu un’eruzione di calore bianco e accecante. Le fiamme al fosforo consumarono istantaneamente l’ossigeno nella buca, generando un vortice di fuoco inestinguibile che incenerì Serena, il seme pulsante e il terreno circostante a tremila gradi centigradi.

Un grido stridulo di puro terrore psichico riverberò nell’aria, per poi spezzarsi in un silenzio tombale.

Eleanor alzò lentamente la testa, scuotendosi di dosso la terra bruciata. Sentì un gemito flebile sotto di lei.

“M-mamma?”

La voce era incrinata, debole, spaventata. Umana.

Eleanor si spostò, guardando il volto di suo figlio. Gli occhi di Adrian non erano più velati. Il nocciola caldo era tornato, insieme alle lacrime di confusione e dolore. Il fluido nero che prima gli sporcava le labbra stava iniziando a dissolversi in una sottile polvere cinerea, spazzata via dal vento notturno.

Intorno a loro, il giardino sembrava un campo di battaglia. Gli illustri ospiti della famiglia Bellini giacevano svenuti sull’erba, liberati dal controllo parassitario, ignari di ciò che avevano fatto o detto nelle ultime ore. Il fuoco nella buca bruciava ancora, ma l’opprimente aura di malvagità che permeava l’aria si era dissipata.

Carlo emerse dalle ombre, il fucile abbassato, un sorriso sghembo sul volto sfregiato. “Ottimo lavoro, Leonessa. Il disinfestatore è arrivato puntuale.”

Eleanor aiutò Adrian a mettersi seduto, stringendolo a sé con una forza feroce che non sapeva di possedere ancora. Guardò le fiamme consumare l’ultima traccia dell’oscurità che aveva cercato di rubarle la dinastia.

Il ricevimento era decisamente rovinato, e la sua reputazione nell’alta società avrebbe impiegato anni a riprendersi da quella notte grottesca. Ma mentre teneva stretto il figlio guarito, Eleanor capì che l’impero non era mai stato fatto di apparenze. Era fatto di sangue, fuoco e della spietata, inesorabile determinazione a difendere ciò che le apparteneva. Nessun parassita, per quanto antico, avrebbe mai potuto comprendere la furia di una madre.