Eleanor bevve un sorso di whisky, il liquido che bruciava come fuoco disinfettando la gola secca. “Non è una fuga di gas. Hanno preso la mia casa, Carlo. Hanno preso la mia famiglia.”
Raccontò tutto. Del brindisi, del silenzio irreale, del liquido nero che ingoiava l’oro dello champagne, degli occhi vuoti degli ospiti più potenti della città, e della ferita di Serena che sanguinava oscurità.
Carlo ascoltò, il sigaro che gli pendeva dalle labbra, l’espressione impassibile. Se qualcun altro gli avesse raccontato una storia simile, avrebbe chiamato la psichiatria. Ma Eleanor non era donna da vaneggiamenti. Era la logica incarnata.
“Un culto parasitario,” mormorò Carlo. “Robaccia vecchia, atavica. Mia nonna, nel sud, parlava de ‘I Figli della Linfa Nera’. Leggende di stregoneria e sangue infetto che controlla le menti umane. Dicevano che la ‘Regina’ deve nutrirsi di potere per espandere le radici del suo giardino.”
Eleanor alzò lo sguardo, i suoi occhi scuri infiammati da una nuova, fredda determinazione. “Ha scelto l’alta società perché sono i nodi del potere. Politici, banchieri, magnati della sicurezza. Controllandoli, Serena ha in mano le chiavi della città. Mio figlio era solo il cavallo di Troia per portarla dentro la mia casa.”
Si alzò, ignorando il dolore pulsante ai piedi. Si avvicinò al tavolo e prese in mano una semiautomatica calibro 45, controllando il caricatore con gesti fluidi e familiari che le sue mani non avevano dimenticato dai giorni di strada.
“Serena ha detto che le mie ricchezze saranno il carburante per il loro risveglio,” disse Eleanor, inserendo un colpo in canna con un rumore metallico e secco. “Ma non ha calcolato una cosa essenziale. L’impero Bellini non è fatto di soldi o di ricevimenti in giardino. È fatto di ossa, sangue e polvere. È stato costruito sui cadaveri di chi ha cercato di schiacciarmi. E non lascerò che una puttana con le vene piene di catrame si prenda ciò che è mio.”
“Trenta persone,” le ricordò Carlo, iniziando a caricare un fucile a pompa calibro 12. “Senza contare le tue guardie del corpo che ora lavorano per lei. Sono automi. Non sentono dolore. E c’è tuo figlio, Eleanor. Saresti disposta a sparare ad Adrian?”
Eleanor chiuse gli occhi per un secondo. Il volto di Adrian, la sua supplica fuori dal finestrino del Land Rover. Smettiamo di lottare.
“Il sangue nero nel volto di Serena,” sussurrò Eleanor, aprendo gli occhi. “Quando l’ho colpita, per un secondo, Adrian è caduto in ginocchio. La rete si è spezzata. Lei è la Queen Bee, l’ape regina. Il server centrale. Se uccido la radice, il giardino infetto muore. Salverò mio figlio tagliando la testa al serpente.”
L’orologio segnava la mezzanotte quando Eleanor e Carlo tornarono al perimetro della tenuta Bellini. Avevano lasciato il furgone di Carlo nascosto a due chilometri di distanza, avanzando attraverso i boschi a piedi, vestiti con abiti tattici neri scovigliati nel magazzino. Eleanor indossava pesanti stivali da combattimento e aveva i capelli legati in una stretta coda. Sembrava lontanissima anni luce dalla signora dell’alta società umiliata con un tubo dell’acqua poche ore prima. Era tornata a essere la Leonessa.
La villa era illuminata a giorno, ma di un’illuminazione sinistra. I potenti fari alogeni del giardino erano stati orientati non verso le sculture, ma verso un punto centrale sul prato, dove prima c’era il gazebo per il ricevimento.
Nascosti tra le fronde di un antico salice piangente, Eleanor e Carlo osservarono la scena. I trenta ospiti, ancora nei loro abiti formali ormai sporchi di terra e di quel liquido nerastro, stavano scavando. Usavano le mani nude, i cucchiai d’argento presi dai tavoli del buffet, frammenti di sedie. Scavavano la terra curata del giardino Bellini con un ritmo ossessivo e sincronizzato, creando una voragine enorme, scura, che sembrava pulsare.
Al centro, seduta su una sedia a trono di vimini, c’era Serena. Il taglio sulla sua fronte aveva smesso di sanguinare, ma vene nere e ramificate le segnavano il collo e il viso, pulsando visibilmente sotto la pelle pallida. Accanto a lei, in piedi come una statua, c’era Adrian.
“Stanno piantando qualcosa,” sussurrò Carlo, passandole un binocolo a infrarossi.
Eleanor guardò. Nel fondo della voragine, un enorme rigonfiamento del terreno sembrava respirare. Il liquido nero che gli ospiti avevano bevuto veniva rigurgitato lentamente dai loro corpi direttamente nella terra, nutrendo la creatura sotterranea che Serena stava chiamando.
“Dobbiamo agire prima che quella cosa emerga,” disse Eleanor. “Carlo, tu prendi il perimetro ovest. Usa le cariche incendiarie. Distrai i droni. Fai rumore, fai fuoco. Il fuoco li spaventa, o almeno rallenta la loro linfa.”
“E tu?”
“Io vado al centro. Prendo Serena.”
Non ci fu bisogno di altre parole. Carlo scivolò nell’ombra, fondendosi con la notte.
Eleanor avanzò furtivamente, strisciando lungo la bassa siepe di bosso. L’odore ferroso era opprimente, inquinava il profumo dei suoi amati gigli e delle rose. Il suo cuore batteva all’unisono con il respiro sotterraneo della voragine.
All’improvviso, il silenzio della notte fu squarciato da un’esplosione violenta. Una colonna di fuoco arancione eruttò dalla parte ovest della tenuta, incendiando le antiche querce e lanciando detriti in aria. L’onda d’urto fece tremare il terreno.
L’intero branco di ospiti smise di scavare. All’unisono, le trenta teste si voltarono verso l’incendio. Anche le guardie infette si mossero verso le fiamme, le armi spianate, attratte dal disturbo come insetti attirati dalla luce.
Serena si alzò dal trono di vimini, furiosa. “Difendete il seme!” urlò, e la sua voce era una sovrapposizione di suoni gutturali e acuti che fecero sanguinare leggermente le orecchie di Eleanor.
Era il momento.
Eleanor scattò fuori dal suo nascondiglio, la pistola in pugno. Non corse in linea retta, ma a zig-zag, saltando oltre i tavoli ribaltati e le sedie di ferro battuto.
Adrian si voltò verso di lei. Sotto l’ordine silenzioso di Serena, il figlio sollevò una mano, afferrando uno spesso ramo di metallo divelto. “Madre,” sussurrò con quella voce vuota, frapponendosi tra Eleanor e Serena.
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