Il respiro le bruciava nei polmoni come acido, ogni passo sui ciottoli acuminati del vialetto era una fitta di dolore che le risaliva lungo le gambe, ma Eleanor non rallentò. Alle sue spalle, il suono non era più quello di un elegante ricevimento pomeridiano, ma il calpestio disarticolato e furioso di un branco. Non c’erano grida umane, solo un sibilo collettivo, un ronzio vibrante che le faceva vibrare le ossa.

Il capanno degli attrezzi, una struttura in legno scuro nascosta dietro un muro di edera secolare, era a soli venti metri. Eleanor vi si lanciò contro, sbattendo la spalla sulla porta non chiusa a chiave. Si chiuse all’interno, spingendo il pesante chiavistello di ferro proprio nel momento in cui il primo corpo si schiantava contro il legno dall’esterno. Il capanno tremò.

Nel buio, illuminato solo dalla luce polverosa che filtrava da una piccola finestra, individuò il vecchio fuoristrada Land Rover scuro usato dai giardinieri per trasportare terriccio e attrezzature pesanti. Si lanciò verso la portiera del guidatore. Con le mani tremanti, frugò sotto il parasole, poi nel vano portaoggetti, finché le sue dita non si chiusero sul metallo freddo delle chiavi.

“Madre.”

La voce proveniva dalla finestrella. Eleanor si bloccò, la chiave a un millimetro dal blocco di accensione. Adrian era lì, il viso premuto contro il vetro sporco. I suoi occhi nocciola erano ancora velati, ma c’era una traccia di disperazione che lottava per emergere sotto quella coltre nera e opaca. Dalla sua bocca, un rivolo del liquido scuro colava macchiando il colletto bianco della camicia sartoriale.

“Apri la porta, madre. Serena vuole solo perdonarti. La Comunione non fa male. Smettiamo di lottare. Non c’è più bisogno di lottare.”

Le parole di Adrian trafissero il cuore di Eleanor più di qualsiasi coltellata. Il ragazzo brillante, spietato negli affari ma sempre devoto alla famiglia, era stato ridotto a un megafono di carne per un parassita atavico.

“Ti riporterò indietro, Adrian,” sussurrò Eleanor, le lacrime che si mescolavano all’acqua fredda che ancora le imperlava il viso. “Te lo giuro sul sangue di tuo padre.”

Infilò la chiave e girò. Il motore diesel ruggì, riempiendo il piccolo spazio di fumo e rumore. Mettendo in prima, Eleanor affondò il piede sull’acceleratore. Non c’era tempo per aprire le porte del capanno. Il Land Rover sfondò le doppie porte di legno marcio con uno schianto assordante, scagliando via due degli ospiti che stavano cercando di forzare il chiavistello. Il Senatore Vance venne sbalzato nei cespugli di rose, rialzandosi con una legnosità inumana, ignorando completamente le spine che gli laceravano la giacca e la pelle.

Eleanor sterzò bruscamente, tagliando attraverso il prato curato, distruggendo aiuole e abbattendo statue di marmo. Vide Marco, il suo capo della sicurezza, estrarre la pistola di ordinanza. L’uomo prese la mira con una precisione meccanica. Eleanor si abbassò sotto il volante appena in tempo. Un proiettile frantumò il parabrezza, riempiendo l’abitacolo di schegge di vetro scintillanti.

Premette ancora più a fondo il pedale. Il fuoristrada saltò oltre un cordolo di pietra, piombando sul viale di ghiaia principale che conduceva ai cancelli di servizio sul retro della tenuta. I cancelli erano chiusi da un pesante lucchetto, ma Eleanor non frenò. Strinse il volante, preparandosi all’impatto. Il pesante paraurti di metallo del Land Rover colpì il ferro battuto, spezzando i cardini e proiettando i battenti all’esterno.

Il fuoristrada sgommò sull’asfalto della strada provinciale, sbandando pericolosamente prima che Eleanor riuscisse a riprenderne il controllo. Guardò nello specchietto retrovisore un’ultima volta. Il suo bellissimo giardino, il gioiello dell’impero Bellini, pullulava di figure silenziose e immobili, tutte rivolte verso la strada, che la guardavano sparire in lontananza. Al centro di loro, una macchia bianca inondata di fluido scuro: Serena.

Eleanor guidò per quaranta minuti, addentrandosi nei quartieri industriali periferici della città, dove l’alta società non metteva mai piede e dove le telecamere di sicurezza erano spesso rotte o assenti. Parcheggiò il veicolo distrutto e fumante all’interno di un vicolo cieco, dietro una fila di cassonetti arrugginiti.

Si asciugò il viso sanguinante con la manica della giacca bagnata e rovinata. Prese il cellulare di scorta, un vecchio modello non tracciabile che teneva sempre nascosto in uno scomparto segreto del Land Rover per le emergenze. Compose un numero che non chiamava da oltre quindici anni.

“Sì?” rispose una voce maschile, ruvida come carta vetrata.

“Sono Eleanor. Ho bisogno del rifugio ai vecchi moli. E ho bisogno che tu ci porti tutto l’arsenale che non hai ancora venduto, Carlo. Ora.”

Dall’altra parte della linea ci fu un momento di silenzio, rotto solo dal suono di un fiammifero che accendeva un sigaro. “L’imperatrice scende dai suoi grattacieli. Pensavo ti fossi dimenticata di come si respira la polvere da sparo, Leonessa. Sarò lì tra venti minuti.”

Il rifugio era un vecchio magazzino di stoccaggio per il pesce, abbandonato dagli anni ’90. Puzzava di salsedine, olio motore e vecchia ruggine. Quando Eleanor vi entrò, i piedi nudi e coperti di tagli, i capelli arruffati e il tailleur distrutto, Carlo la stava aspettando. Era un uomo massiccio, con il viso segnato da cicatrici e un passato che si intrecciava con i primi, spietati anni in cui Eleanor e il suo defunto marito avevano costruito il loro impero sfidando la criminalità locale.

Carlo non fece domande sull’abito o sui piedi scalzi. Sapeva che chi fa domande a Eleanor Bellini senza esserne invitato perde rapidamente il diritto di parlare. Si limitò a indicare un tavolo di metallo coperto da un telo cerato. Sotto c’erano fucili a pompa, pistole semiautomatiche, scatole di munizioni e una vecchia borsa medica.

Eleanor si sedette su una cassa di legno, prese una pinzetta dalla borsa medica e iniziò a estrarsi metodicamente le schegge di vetro dalle braccia, senza emettere un suono.

“Che cosa è successo al ricevimento, Eleanor?” chiese infine Carlo, passandole una bottiglia di whisky di contrabbando. “Ho sentito alla radio della polizia che la tua tenuta è stata messa in quarantena privata. I tuoi agenti di sicurezza hanno bloccato tutte le strade d’accesso. Dicono ci sia stata una fuga di gas. Nessuno entra e nessuno esce.”