Sombra, avvertendo immediatamente la tensione improvvisa del suo padrone, emise un ringhio basso e profondo verso la figura misteriosa nascosta tra i filari.
L’intruso non perse tempo e si voltò di scatto, iniziando a correre a perdifiato tra i terrazzamenti geometrici e scoscesi delle vigne di mencía.
Álvaro fece d’istinto un passo in avanti per inseguirlo, ma i suoi pesanti stivali scivolarono pericolosamente sul fango rossastro e bagnato dalla rugiada.
In una frazione di secondo decise che la priorità assoluta non era catturare quella spia, ma proteggere a ogni costo ciò che suo padre gli aveva lasciato.
Richiamò il vecchio cane con un fischio leggero e si incamminò a passi svelti e nervosi verso il sentiero sicuro che portava alla via del ritorno.
Il paesaggio mozzafiato della Ribeira Sacra, con i suoi pendii quasi verticali che si tuffavano nelle acque scure del fiume Sil, sembrava osservarlo in un silenzio complice.
La fitta nebbia mattutina iniziava lentamente a diradarsi sotto i primi raggi del sole, rivelando in lontananza i contorni imponenti del pazo che un tempo chiamava casa.
Ora, quella grande struttura signorile di pietra grigia gli appariva solo come una prigione ostile, dominata interamente dall’avidità e dalla crudeltà di suo fratello Javier.
Mentre camminava a passo spedito, la mente di Álvaro era un turbine caotico di dubbi, paure e domande senza apparente risposta.
Chi era mai quella figura incappucciata che lo aveva appena fotografato di nascosto?
Si trattava di un dipendente del pazo corrotto da suo fratello o di qualcuno che stava da tempo cercando il segreto inconfessabile del padre?
Arrivò alla piccola e modesta casa di Roque Salgado col fiato corto, i vestiti umidi e il cuore che gli martellava furiosamente nel petto.
Sua moglie Lucía stava già preparando il caffè sui fornelli, e l’aroma caldo e rassicurante della bevanda riempiva ogni angolo dell’angusta cucina.
Il piccolo Nico era seduto al tavolo di legno, ancora con indosso il pigiama a righe, mentre accarezzava teneramente la testa del mastino che si era appena sdraiato ai suoi piedi.
Álvaro chiuse a doppia mandata la porta d’ingresso dietro di sé e si appoggiò pesantemente alla parete, cercando disperatamente di riprendere fiato e ritrovare la calma.
Lucía notò immediatamente l’insolito pallore sul volto del marito e si avvicinò a lui con un’espressione carica di preoccupazione e ansia.
“Cosa è successo là fuori, Álvaro, perché sei così stravolto?”, chiese la donna con voce tremante, posandogli una mano delicata sulla spalla.
L’uomo non rispose subito alla sua domanda, ma estrasse lentamente il tubo di latta dalla giacca e lo posò con cura sul tavolo da pranzo.
Roque, che fino a quel momento stava leggendo tranquillamente il giornale quotidiano sulla sua sedia a dondolo, abbassò gli occhiali da vista e fissò incuriosito l’oggetto sporco di terra.
“Quello mi sembra proprio un vecchio contenitore stagno per documenti importanti, di quelli che si usavano nelle cantine sotterranee parecchi decenni fa”, mormorò il vecchio e saggio viticultore.
Álvaro forzò il tappo arrugginito con i pollici e tirò fuori l’intero contenuto del tubo con mani che tremavano per l’agitazione.
Distese la fotografia sgualcita e leggermente umida sul tavolo, affinché tutti i presenti potessero vederla chiaramente sotto la luce della lampada.
La vecchia immagine ritraeva un giovane e sorridente Mateo Roldán in piedi accanto a un uomo visibilmente più alto, caratterizzato da folti baffi scuri e uno sguardo fiero.
Alle loro spalle, nell’immagine in bianco e nero, si intravedeva chiaramente l’ingresso di una massiccia cantina con un grande stemma araldico scolpito nella pietra viva.
“Conosci per caso l’identità di quest’uomo, Roque?”, domandò Álvaro in tono speranzoso, affidandosi all’infinita memoria storica dell’anziano ospite.
Roque si alzò in piedi con un piccolo gemito e si avvicinò al tavolo, stringendo gli occhi per mettere bene a fuoco l’immagine ingiallita dall’inesorabile scorrere del tempo.
Un’espressione di profonda e antica tristezza attraversò all’istante il volto segnato dalle rughe profonde del vecchio agricoltore.
“Sì, purtroppo lo conosco fin troppo bene, ragazzo mio”, sospirò Roque con voce carica di rimpianti, sedendosi pesantemente su una sedia impagliata.
“Quest’uomo fiero si chiamava Ignacio Varela, ed era senza alcun dubbio il miglior produttore di vino di tutta la nostra regione.”
Lucía si sedette immediatamente accanto al marito, ascoltando con la massima attenzione e in religioso silenzio ogni singola parola pronunciata dall’anziano.
“La storica famiglia Varela possedeva le terre più fertili del versante, quelle baciate dalla fortuna che ricevevano il sole caldo per l’intero arco della giornata”, continuò Roque con tono nostalgico.
“Poi, circa trent’anni fa, ci fu una terribile epidemia di peronospora che distrusse gran parte dei loro meravigliosi e abbondanti raccolti.”
“I Varela furono tragicamente costretti a chiedere un grosso prestito in denaro per non perdere tutto quello che i loro antenati avevano costruito in intere generazioni di duro lavoro.”
Álvaro lesse di nuovo tra sé e sé la breve nota scritta da suo padre, e un pezzo cruciale di quel macabro puzzle cominciò a incastrarsi perfettamente al suo posto.
“Vuoi forse dirmi che mio padre prestò loro il denaro necessario per salvarsi?”, intuì Álvaro, temendo già nel profondo del cuore l’imminente risposta.
“Tuo padre Mateo fece ufficialmente da garante per la banca, o almeno così disse a tutti gli abitanti del paese in quel periodo burrascoso”, spiegò Roque con un tono improvvisamente amaro e freddo.
“Ma quando arrivò il crudele momento di riscuotere i debiti, spuntò dal nulla un contratto privato con clausole nascoste che il povero Ignacio non aveva mai compreso appieno.”
“In una sola, tragica notte, i Varela persero per sempre la loro meravigliosa tenuta, che fu immediatamente annessa ai possedimenti del pazo dei Roldán.”
“Ignacio morì letteralmente di crepacuore pochi mesi dopo quella truffa legalizzata, e la sua famiglia, ormai in rovina, lasciò la valle per sempre portando con sé solo la propria dignità.”
Un silenzio grave e opprimente cadde come un macigno nella piccola cucina, rotto esclusivamente dal respiro tranquillo e cadenzato del cane Sombra che dormiva.
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