“Dobbiamo assolutamente andare via da qui prima che le guardie ci scoprano”, sussurrò Álvaro, spegnendo la torcia del telefono per non farsi notare dall’esterno.
Proprio mentre il gruppo si voltava in fretta verso l’uscita della grotta, la vasta cantina fu improvvisamente e violentemente inondata da una luce alogena accecante.
Qualcuno all’esterno aveva appena acceso il grosso generatore a gasolio, e i vecchi fari industriali appesi sul soffitto a volta presero vita ronzando minacciosamente.
Sulla soglia di pietra, affiancato dalle due robuste guardie private e dalla misteriosa figura incappucciata che aveva scattato la foto del mattino, c’era in piedi Javier in persona.
Il volto elegante del fratello maggiore era ora contratto in una maschera grottesca di rabbia feroce e disprezzo totale, mentre stringeva nervosamente tra le mani un pesante bastone da passeggio con l’impugnatura d’argento.
“Davvero pensavi, stupido illuso, di poter fare l’eroe dei fumetti con quel cane zoppo, decrepito e inutile, usando solo una chiave arrugginita?”, sputò Javier con labbra intrise di veleno.
“Il vecchio era palesemente rimbambito e senile negli ultimi anni della sua patetica vita, ma sapevo che prima o poi avrebbe cercato di fare qualche stupidaggine imperdonabile per lavarsi la coscienza.”
Álvaro si parò istintivamente davanti al corpo tremante di Lucía e a quello di Elena, stringendo i pugni con tanta forza da farsi sbiancare le nocche.
“La tua recita è finita per sempre, Javier”, disse Álvaro con una voce straordinariamente calma, profonda e assolutamente risoluta, sollevando lo zaino in bella vista.
“Ho qui dentro la confessione olografa scritta di nostro padre e tutti i documenti originali dell’epoca che provano senza ombra di dubbio la tua ignobile e calcolata frode.”
Javier esplose in una risata sguaiata e crudele, un suono vuoto e privo di anima che echeggiò in modo spettrale e sinistro tra le grandi e antiche botti di rovere.
“Quei vecchi fogli di carta straccia non usciranno mai vivi da questa stanza sotterranea, mio caro e ingenuo fratellino”, minacciò Javier con tono glaciale, facendo un rapido e letale cenno alle sue guardie del corpo.
I due uomini imponenti e muscolosi fecero un pesante passo in avanti, palesemente pronti a usare la forza bruta per recuperare a ogni costo le prove compromettenti.
Ma l’arrogante Javier, nel suo delirio di onnipotenza, non aveva minimamente fatto i conti con il coraggio silente del mastino Sombra.
Il vecchio cane dal pelo grigio, che fino al giorno prima sembrava a malapena in grado di camminare dritto, tirò improvvisamente fuori un’energia e un coraggio ancestrali e feroci.
Con un balzo inaspettatamente agile, potente e fulmineo, Sombra si lanciò a fauci spalancate contro la guardia più vicina, azzannandole saldamente e senza pietà l’avambraccio protetto dalla giacca.
Il possente uomo armato urlò di dolore e di terrore, cercando disperatamente di divincolarsi dalla morsa d’acciaio dell’animale, creando così un momento di totale caos e confusione sulla soglia d’ingresso.
Approfittando di quella provvidenziale e inaspettata distrazione, Elena afferrò da terra una pesante bottiglia di vino vuota e la scagliò con tutta la sua forza contro i fari principali, facendoli esplodere in una pioggia di scintille e vetri rotti.
L’enorme cantina piombò quasi istantaneamente nella penombra più totale, illuminata fiocamente solo dalla debole e pallida luce della luna che filtrava attraverso la polvere dall’ingresso principale.
“Correte via, adesso!”, urlò Álvaro a squarciagola, spingendo con forza le due donne verso uno stretto corridoio laterale di pietra che ricordava perfettamente dai suoi antichi giochi d’infanzia.
Lui conosceva a menadito quel tunnel segreto perché lui e Javier vi giocavano spesso a nascondino da bambini, ma il fratello maggiore, cresciuto nella bambagia della città, lo aveva palesemente e fatalmente dimenticato.
Sombra capì l’ordine, mollò coraggiosamente la presa sanguinosa e seguì fedelmente il suo padrone nell’oscurità, zoppicando vistosamente per lo sforzo ma muovendosi comunque con una sorprendente e vitale velocità.
I fuggiaschi sbucarono dopo pochi minuti di corsa affannosa in un vigneto isolato, situato su un terrazzamento molto inferiore, lontani dagli occhi furiosi, increduli e accecati di Javier.
Senza fermarsi un solo secondo a riprendere fiato o a guardarsi indietro, corsero disperatamente attraverso i lunghi filari di viti fino a raggiungere l’auto di Elena, che avevano prudentemente nascosto tra gli alberi del bosco.
La mattina seguente, sotto un cielo finalmente limpido e azzurro, il modesto commissariato di polizia di Monforte di Lemos divenne il teatro ufficiale della fine ingloriosa dell’impero dei Roldán.
Álvaro in persona presentò al magistrato inquirente di turno tutti i documenti originali recuperati, il prezioso diario confessionale di Mateo e la sua formale e dettagliata testimonianza giurata.
Le prove cartacee fornite erano così inequivocabili e schiaccianti che l’inflessibile giudice emise immediatamente e senza esitazione un mandato di perquisizione e di arresto per il pazo.
Il superbo Javier fu rintracciato e arrestato dalla polizia poche ore dopo, venendo formalmente accusato di frode aggravata, appropriazione indebita continuata e grave estorsione ai danni del proprio genitore.
Le fredde manette di metallo scattarono inesorabili ai suoi polsi curati proprio mentre l’uomo stava cercando vigliaccamente di fuggire verso il vicino confine portoghese portando con sé una valigia piena di mazzette di contanti.
Mentre veniva scortato a testa bassa verso l’auto della polizia a sirene spiegate, Javier incrociò per un lunghissimo istante lo sguardo calmo di Álvaro, ma quest’ultimo non provò alcuna gioia, né trionfo né inutile compassione.
Il fratello minore provò solo un profondo, radicato e indescrivibile senso di pace interiore, sapendo con certezza di aver finalmente rispettato l’ultima, vera e onesta volontà di suo padre.
I mesi che seguirono a quegli eventi burrascosi furono un periodo di grande e faticosa rinascita per tutti coloro che erano stati profondamente feriti dall’infinita avidità umana.
Il tribunale provinciale annullò formalmente il testamento notarile falsato e, dopo una breve procedura burocratica, restituì ufficialmente le terre rubate ai loro legittimi e storici proprietari.
Elena Varela divenne di nuovo l’orgogliosa proprietaria di metà dell’immensa tenuta agricola e decise, con grande commozione, di riaprire e restaurare l’antica cantina in pietra della sua famiglia.

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