Erano senza dubbio due guardie private assunte di recente da Javier, che pattugliavano la zona boschiva con fare minaccioso e armi alla mano.
Il piccolo gruppo si accovacciò terrorizzato dietro un denso e pungente cespuglio di more selvatiche, trattenendo il respiro nel petto per non farsi assolutamente scoprire.
Sombra rimase incredibilmente immobile come una statua di granito, dimostrando un addestramento innato e un’intelligenza che andavano ben oltre ogni logica spiegazione terrena.
Quando le guardie giurate si allontanarono svoltando l’angolo cieco del pazo, Álvaro fece un rapido cenno con la mano alle donne ordinando loro di avanzare in silenzio.
Si arrampicarono con grande fatica su un ripido pendio di terra scivolosa ricoperto di edera velenosa, fino a raggiungere infine una zona piana invasa dalle erbacce più alte.
Lì, parzialmente seminascosta da rami secchi incrociati e foglie morte accumulate negli anni, c’era una pesantissima porta di legno di quercia incorniciata da pietre sapientemente scolpite a mano.
Era esattamente la stessa e identica porta che figurava nella vecchia fotografia in bianco e nero, quella con l’antico stemma nobiliare della famiglia Varela ancora parzialmente visibile sotto il muschio.
Una grossa e spessa catena arrugginita teneva saldamente chiuse le due ante di legno, bloccata in modo apparentemente inespugnabile da un lucchetto di ottone massiccio.
Álvaro estrasse dal taschino la grossa chiave trovata nel tubo di latta e la inserì con le mani che tremavano per l’adrenalina nella stretta fessura del lucchetto antico.
La complessa serratura emise un secco e rassicurante clic meccanico, scattando aperta con una facilità a dir poco sorprendente, quasi come se fosse stata amorevolmente oliata di recente da qualcuno.
Una volta tolta la pesante catena di metallo, i tre spinsero tutti insieme la massiccia porta di quercia, che gemette rumorosamente sui suoi cardini ossidati dallo scorrere inesorabile del tempo.
Un odore fortissimo e pungente di terra umida, di pregiato vino invecchiato e di polvere secolare li investì in pieno non appena misero coraggiosamente piede all’interno della grotta.
Accesero contemporaneamente le torce dei loro moderni telefoni cellulari, illuminando con fasci di luce bianca uno spazio sotterraneo incredibilmente vasto e maestoso, dalle volte alte e arcuate.
Lungo le fredde pareti di pietra si allineavano decine e decine di grandi botti di rovere pregiato, coperte da fitte ragnatele grigie e segnate a fuoco col simbolo inequivocabile dei Varela.
Ma non era certo il vino invecchiato ciò che quel bizzarro gruppo stava disperatamente cercando in quel luogo buio e dimenticato dal resto del mondo.
Il fedele Sombra abbaiò debolmente e corse trotterellando verso il fondo scuro della vasta cantina, fermandosi di scatto davanti a una vecchia scrivania padronale realizzata in legno massiccio.
Sopra il ripiano impolverato della scrivania c’era una scatola di metallo rinforzato, protetta in modo rudimentale ma efficace da una semplice combinazione numerica a quattro cifre.
Álvaro ricordò le criptiche parole che suo padre gli aveva sussurrato sul letto di morte e provò istintivamente a inserire la data di nascita della sua defunta madre.
La serratura meccanica non si aprì, lasciandolo per un attimo terribile in preda alla disperazione e allo sconforto più totale.
Elena si avvicinò alla cassa e osservò i numeri consunti dall’uso, provando successivamente a digitare la tragica data in cui il pazo era stato illegalmente diviso e sottratto alla sua famiglia.
Anche in questo secondo tentativo il vecchio meccanismo rimase inesorabilmente bloccato, rifiutandosi categoricamente di rivelare i suoi preziosi e scottanti segreti.
Fu proprio allora che Lucía ebbe un’intuizione geniale e del tutto improvvisa, ricordando la lettura del testamento notarile e il disprezzo profondo e crudele manifestato da Javier.
“Prova a inserire l’anno di nascita di Sombra, Álvaro”, suggerì la donna con voce tremante per l’eccitazione, accarezzando dolcemente la schiena del vecchio e saggio mastino.
Álvaro annuì senza esitazione, e le sue dita scorsero rapidamente e con precisione sulle ghiere metalliche, componendo le quattro cifre dell’anno in cui il cucciolo era entrato nelle loro vite.
Il coperchio pesante scattò all’istante verso l’alto, sollevandosi sui suoi cardini con un leggero ma inconfondibile sibilo metallico che suonò come una liberazione.
All’interno del contenitore blindato c’erano spessi plichi di documenti ufficiali, contratti notarili originali e, al centro di tutto, un logoro quaderno rilegato in preziosa pelle nera.
Álvaro aprì il quaderno con riverenza e riconobbe subito la calligrafia estremamente ordinata, elegante e meticolosa di suo padre Mateo.
Le pagine ingiallite rappresentavano un vero e proprio diario dettagliato che spiegava per filo e per segno come Javier avesse astutamente orchestrato la gigantesca frode per sottrarre le terre ai Varela.
Mateo confessava con parole cariche di vergogna di essere stato brutalmente ricattato dal suo stesso figlio maggiore, il quale aveva falsificato i bilanci della tenuta in modo fraudolento e irreparabile.
Il perfido Javier aveva minacciato di denunciare e mandare in prigione Mateo per frode fiscale se il vecchio non lo avesse aiutato attivamente a ingannare il buon Ignacio Varela.
“Ho vissuto immerso in una vergogna insopportabile per oltre trent’anni”, recitava l’ultima e commovente pagina scritta con inchiostro blu dal vecchio patriarca pentito.
“Ho lasciato tutto a Javier nel mio testamento pubblico solo per non destare i suoi sospetti, ma la vera e unica giustizia riparatrice si trova nascosta in questa cantina dimenticata.”
“Álvaro, figlio mio adorato, ti prego di perdonarmi per la mia inescusabile codardia e ti imploro di restituire alla povera Elena ciò che le spetta di diritto.”
Elena si coprì il viso stanco con entrambe le mani, completamente sopraffatta da un’onda anomala di dolore acuto e di immensa gioia allo stesso tempo.
La verità storica era finalmente e clamorosamente venuta a galla, scritta in modo netto e inconfutabile, pronta a distruggere per sempre l’impero costruito sulle menzogne di Javier.
Álvaro prese i fragili documenti e il prezioso diario, riponendoli con estrema e maniacale cura all’interno di uno zaino impermeabile che aveva portato con sé.
L’uomo sapeva di avere ora tra le mani un’arma legale potentissima e letale, capace di annientare suo fratello ma anche di redimere finalmente l’anima tormentata di suo padre.
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