Dall’altra parte ci fu un lungo silenzio. «Capisco. Allora passiamo al piano B. Darò l’ordine ai nostri tecnici di spegnere i suoi server e distruggere la sua credibilità. Domani mattina, sarà considerata una squilibrata complottista dal mondo intero.»
«No,» dissi d’impulso, fermandomi in mezzo alla strada deserta.
«No?» ripeté Volkov, confuso. Nel nostro mondo, l’esitazione era letale.
«Non distruggetela,» dissi, guardando il mio riflesso in una pozzanghera scura. «È troppo intelligente per essere sprecata in un attacco frontale. Se la bruciamo, troverà un altro modo per perseguitarci, diventerà un cane randagio e rabbioso. La gestirò io. Voglio che la nostra agenzia di intelligence privata mi compri l’edificio in cui abita e quello in cui ha l’ufficio. Voglio il controllo su ogni telecamera nel suo raggio di mezzo chilometro. E soprattutto, voglio che usiate fondi anonimi per finanziare la sua pubblicazione indipendente.»
«Vuoi… finanziare la persona che cerca di distruggerci?» La voce del russo era incredula.
«Tieni i tuoi amici vicini, e i tuoi nemici a libro paga, Victor,» mormorai, un sorriso oscuro e affascinato che prendeva forma sulle mie labbra. «Voglio vedere fino a che punto arriva. Voglio giocare a scacchi con lei. E quando capirà chi sono, le darò una scelta: la distruzione… o il reclutamento.»
Chiusi la telefonata. La notte milanese sembrava improvvisamente carica di un’elettricità nuova. Avevo trovato qualcosa di più interessante di un nemico: avevo trovato una mente pari alla mia.
Nei sei mesi successivi, ingaggiai con Livia Morosini una partita a scacchi su scala globale. Era un gioco inebriante, invisibile a chiunque altro.
Mentre io dirigevo le operazioni del Vanguard Trust da Londra, Zurigo o New York, lei cercava instancabilmente la mia ombra. Ogni volta che Livia si avvicinava troppo alla verità, io muovevo un pezzo sulla scacchiera per distrarla. Creavo piccole bolle speculative in Asia, facevo crollare artificialmente azioni minori in Sud America, spingendola a indagare su crisi finanziarie che le sembravano enormi, ma che per me erano solo esche, specchietti per le allodole gettati per tenerla occupata.
Nel frattempo, attraverso dozzine di società di comodo, finanziavo la sua testata giornalistica. Le fornivamo software di decrittazione all’avanguardia e protezioni legali per farle continuare il suo lavoro contro i nostri veri nemici. Senza saperlo, Livia era diventata il braccio investigativo più efficiente del Vanguard Trust. Smascherava corrotti, faceva crollare corporazioni rivali e puliva il mercato, ignara che l’intero sistema era sovvenzionato dall’uomo che stava disperatamente cercando di smascherare.
Ogni tanto, tornavo a vestire i panni di ‘Alexander’. Ci incontravamo in aeroporti, in biblioteche silenziose o in parchi affollati. Discutevamo di macroeconomia, di etica del potere, di filosofia. Lei era un fuoco inestinguibile. Non si piegava, non si lasciava intimidire dai miei silenzi né ammaliare dai miei ragionamenti calcolatori. I nostri incontri erano duelli verbali serrati, affilatissimi. E, mio malgrado, scoprii che erano l’unica cosa per cui provassi una vera e sincera attesa nelle mie settimane scandite da sterili riunioni multimilionarie.
Ma i cani da tartufo, prima o poi, trovano il bersaglio.
La resa dei conti avvenne a Monaco. Il Trust stava ospitando, dietro infinite quinte e tramite un prestanome arabo, un vertice economico globale in uno dei resort più esclusivi delle Alpi Bavaresi. Io partecipavo come osservatore, mescolato tra i giovani rampolli delle dinastie bancarie.
Era quasi l’una di notte. Ero in piedi sul balcone della mia suite, che affacciava sulle montagne illuminate dalla luna, quando sentii il clic inequivocabile della serratura magnetica della mia porta che veniva forzata con un dispositivo professionale.
Non mi voltai. Sapevo già chi fosse.
Livia entrò silenziosamente, chiudendosi la porta alle spalle. Sentii i suoi passi fermarsi a due metri da me.
«Il dispositivo di hacking che hai usato per aprire quella porta è tecnologia militare israeliana. Non si compra su internet, Livia,» dissi, parlando al buio, guardando il paesaggio innevato.
«Me lo ha procurato un hacker tedesco. Che, guarda caso, è stato finanziato dallo stesso fondo fiduciario panamense che da sei mesi sovvenziona il mio giornale,» rispose lei, la voce tesa, vibrante di un’emozione incontrollabile. «Un fondo che risale a una holding irlandese, che fa capo a una banca del Lussemburgo… e così via, in una matrioska infinita, fino al cuore del Blackwood Vanguard Trust.»
Mi voltai lentamente. Livia indossava abiti scuri per passare inosservata. I suoi occhi erano dilatati, il respiro affannoso. Aveva l’aria di chi aveva appena guardato nell’abisso e l’abisso aveva restituito lo sguardo.
«Complimenti,» le dissi, appoggiandomi alla ringhiera del balcone, con un bicchiere di scotch in mano. «Sei arrivata in fondo al labirinto. È un’impresa che i servizi segreti di tre nazioni non sono riusciti a compiere.»
Livia avanzò nella luce soffusa della stanza. Sfilò una fotografia spiegazzata dalla tasca della giacca e la lanciò sul tavolo di cristallo. Era una vecchia foto sgranata, un ritaglio di giornale di cronaca rosa di due anni prima. Ritraeva me e Chloe Hayes alla festa di fidanzamento, pochi minuti prima del disastro.
«Alexander. L’analista pentito,» sibilò, la delusione e la rabbia che si mescolavano nella sua voce. «O dovrei dire, Julian Blackwood? Il principe ereditario del Trust. L’uomo la cui madre muove i fili di mezzo mondo occidentale. Hai giocato con me per tutto questo tempo. Mi hai usata per distruggere i tuoi concorrenti mentre io credevo di combattere il sistema!»
«Hai combattuto il sistema in modo egregio, Livia. Solo che, a tua insaputa, il sistema che difendevi ero io.» Bevevi un sorso di scotch, godendomi il bruciore del liquore. «Come hai fatto il collegamento finale?»
«Sei stato tu a tradirti,» rispose, incrociando le braccia, tremando impercettibilmente per l’adrenalina o per la rivelazione. «La scorsa settimana, mi hai dato una soffiata per far cadere un oligarca del petrolio norvegese. Ma mi hai citato a memoria una frase di un trattato di economia del diciannovesimo secolo, introvabile in rete. Un libro rarissimo. Ho cercato i registri delle aste internazionali. L’ultima copia è stata acquistata privatamente dalla famiglia Blackwood vent’anni fa. Da lì, trovare la foto del figlio della fantomatica Eleanor Blackwood è stato solo questione di scavare nei posti giusti.»
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