L’atmosfera di Milano, a novembre, è spesso avvolta da una nebbia malinconica e da una pioggia sottile che lucida i sanpietrini neri delle strade antiche. Il punto d’incontro che Volkov aveva organizzato, tramite una serie di messaggi criptati, era un caffè letterario poco illuminato, incastrato in un vicolo vicino alla Pinacoteca di Brera. Un luogo frequentato da intellettuali e studenti fuori sede, dove nessuno badava agli sconosciuti.

Indossavo un sobrio cappotto di lana blu scuro su un dolcevita grigio. Un Rolex d’acciaio al polso: costoso ma non ostentato, l’orologio di un analista finanziario di successo, non di un miliardario ombra. Ero seduto in un angolo, con un caffè nero intatto davanti a me, e una cartellina di cuoio sul tavolo.

Livia Morosini entrò esattamente alle otto di sera. La riconobbi subito, ma la foto del tablet non le rendeva giustizia. Dal vivo, emanava un’energia elettrica, nervosa. Indossava un trench di pelle logoro e stivaletti neri. I suoi occhi saettarono nel locale prima di posarsi su di me. Si avvicinò senza esitazioni e si sedette di fronte.

«Alexander,» disse. La sua voce era profonda, leggermente roca.

«Livia,» risposi.

Lei si sfilò il cappotto, appoggiandolo sulla sedia. Fissò la cartellina di cuoio sul tavolo, poi guardò me. Non sembrava intimidita. Al contrario, mi stava studiando con l’attenzione di un chirurgo che osserva un sintomo.

«Sei giovane per avere accesso ai livelli apicali di cui mi parlavi nei messaggi,» commentò subito, incrociando le braccia. «Chi mi garantisce che non sei un passacarte che ha fotocopiato dei report mensili inutili e cerca di vendermeli per fare carriera?»

«Non ti ho chiesto soldi, Livia,» replicai, con calma. «E non sono un passacarte. Sono la persona che progetta gli algoritmi che permettono alle banche su cui stai indagando di far sparire milioni di dollari in frazioni di secondo, sfruttando le latenze delle fibre ottiche tra Francoforte e Wall Street.»

I suoi occhi si assottigliarono. L’esca era stata gettata. E lei l’aveva morsa, seppur con diffidenza.

«Parliamo del collasso della famiglia Hayes, allora,» disse, appoggiandosi al tavolo. «Tre banche diverse hanno ritirato i prestiti in una sola notte. Questo non è un algoritmo. Questo è un ordine umano. Un ordine che proviene dall’alto. Da molto in alto. Il mio tracciamento si ferma a una fiduciaria svizzera, che a sua volta è controllata da un fondo fantasma nelle Cayman. Voglio il nome del burattinaio. Chi ha distrutto Richard Hayes?»

Aprii la cartella di cuoio. Trassi fuori una serie di documenti sapientemente falsificati da Sir Pendelton. Era un capolavoro di depistaggio. Puntavano tutti verso un consorzio di oligarchi russi avversari di Volkov, un gruppo che cercavamo di eliminare dal mercato da anni. Usare l’inchiesta di Livia per farli arrestare dalle autorità europee era un colpo di biliardo perfetto.

Le feci scivolare i documenti davanti. «Gli Hayes non sono stati distrutti per cattiveria, Livia. Sono stati distrutti perché stavano riciclando denaro sporco attraverso i loro hotel di lusso per conto del consorzio Sokolov. Quando i Sokolov hanno scoperto che Hayes era sotto indagine dall’Interpol, hanno staccato la spina finanziaria per evitare che l’incendio raggiungesse Mosca. Qui ci sono i bonifici mascherati.»

Livia prese i fogli. Lesse per dieci, lunghi minuti, nel silenzio interrotto solo dal rumore della pioggia sul vetro e dal chiacchiericcio sommesso degli altri tavoli. Guardavo il modo in cui i suoi occhi correvano sui numeri, la rapidità con cui il suo cervello univa i puntini. Era straordinariamente acuta.

Ma quando alzò lo sguardo, non c’era trionfo sul suo volto. C’era un sorriso amaro.

«È un bel lavoro, Alexander. Davvero,» disse, rimettendo a posto i fogli. «Questi documenti sono perfetti. I conti offshore tornano, i tempi di trasferimento coincidono.»

«E allora qual è il problema?» chiesi, stringendo impercettibilmente la mascella.

«Il problema è che è troppo perfetto,» rispose lei, appoggiandosi allo schienale. «Conoscevo Richard Hayes di fama. L’ho studiato. Era un idiota ambizioso, un arrampicatore sociale disperato, ma era un vigliacco. Non avrebbe mai avuto lo stomaco per riciclare soldi per la mafia russa. Si sarebbe spaventato a morte solo all’idea. No. Questo è un depistaggio.»

Un brivido freddo, il primo brivido genuino di incertezza che provavo da mesi, mi corse lungo la schiena. Questa donna aveva appena invalidato il piano impeccabile di tre dei più grandi manipolatori finanziari d’Europa basandosi unicamente sull’analisi psicologica del bersaglio.

«Hai una fervida immaginazione, giornalista,» dissi, mantenendo la facciata di ghiaccio. «Ti sto consegnando lo scoop dell’anno e lo scarti per un presentimento?»

«Lo scarto perché ho parlato con una delle damigelle d’onore della figlia di Hayes,» rivelò Livia, piegandosi in avanti, gli occhi accesi di sfida. «Chloe Hayes doveva sposarsi la notte prima che la sua famiglia crollasse. Una festa di fidanzamento saltata misteriosamente. C’era un incidente. Uno screzio con la madre dello sposo. Il nome dello sposo è sparito dai registri dell’hotel e persino dalla mente degli invitati. Nessuno parla. E quando il miliardario medio ha paura di pronunciare un nome, significa che quel nome appartiene al vero potere.»

Sapevo di dover stroncare questa conversazione immediatamente, o lei avrebbe collegato me all’uomo misterioso. Mi alzai in piedi, prendendo i documenti e infilandoli nel cappotto.

«Se preferisci inseguire fantasmi romantici su matrimoni falliti piuttosto che prove bancarie documentate, non abbiamo niente da dirci,» dissi freddamente. «Addio, Livia.»

«Aspetta,» mi chiamò lei. Quando mi voltai, aveva in mano un piccolo registratore digitale. «Non so chi sei, ‘Alexander’. Non so se lavori per chi ha distrutto Hayes o se sei solo un sicario aziendale mandato a depistarmi. Ma sappi questo: il fondo che state proteggendo ha un’impronta termica nell’economia mondiale. E io troverò chi c’è al centro. Non importa quanto si creda invisibile.»

Uscii dal caffè senza voltarmi indietro. La pioggia mi sferzava il viso. Mentre camminavo verso l’auto che mi attendeva, composi un numero sul mio telefono criptato.

«Julian?» rispose Volkov, la voce pesante di sonno interrotto.

«Il piano A è fallito,» dissi. «La Morosini non ha abboccato. Ha un intuito che sfiora il paranormale. E sta scavando nella notte della festa di fidanzamento.»