“Agenti, grazie al cielo siete finalmente qui, vi prego di aiutarmi,” gridò Victoria, singhiozzando convulsamente e portandosi una mano al petto per aggiungere drammaticità.
“Questa donna, la nostra domestica, ha perso completamente la ragione, è entrata in una crisi psicotica e mi ha aggredito brutalmente con quel bastone prima di cercare di fuggire con la bambina,” accusò senza esitazione.
Il più anziano ed esperto degli agenti, un uomo dai capelli brizzolati e lo sguardo stanco, annuì gravemente prendendo per buone le parole della signora della casa.
Estrasse le manette d’acciaio con un movimento fluido e inesorabile, derivato da anni di lunga e grigia esperienza sulle strade cittadine.
Si diresse verso di me con un’espressione severa che non ammetteva repliche, spiegazioni o futili tentativi di giustificazione per le mie azioni.
“Signora, per favore non opponga resistenza, la dichiaro ufficialmente in arresto,” dichiarò l’agente con voce fredda, monotona e del tutto impersonale.
“Le accuse formali a suo carico sono tentato furto aggravato in residenza privata, aggressione a mano armata e tentato sequestro aggravato di minore,” elencò rapidamente l’uomo in divisa.
Detto questo, mi afferrò rudemente per il braccio illeso, costringendomi ad alzarmi dal pavimento con una forza spropositata che mi fece gemere.
Lanciai un urlo involontario di dolore fisico e di disperazione emotiva mentre un altro agente si avvicinava per strapparmi Lily dalle braccia materne protettive.
La bambina, percependo il pericolo imminente, iniziò a strillare terrorizzata come non aveva mai fatto prima d’ora nella sua pur breve e travagliata vita.
Lily si dimenava con tutta la forza che aveva nel suo corpicino, tendendo disperatamente le sue piccole mani paffute verso di me mentre veniva allontanata con forza.
“No, vi prego, vi scongiuro per l’amor di Dio, non portatela via,” urlai a squarciagola, le mie corde vocali che bruciavano per lo sforzo immane.
“È la mia bambina, è la mia unica figlia, vi prego di ascoltarmi, mi ha aggredito lei con il bastone, io stavo solo cercando di difendere la piccola!” gridai, lottando inutilmente.
Cercai di divincolarmi contro la presa ferrea e inamovibile dell’agente di polizia che mi costringeva a rimanere brutalmente bloccata in posizione eretta e sottomessa.
Fu in quel momento preciso, mentre sentivo che il mondo intero mi stava letteralmente crollando addosso schiacciandomi sotto il suo peso insopportabile.
Fu allora che Nathan, che era rimasto in ginocchio silenzioso come sotto shock, si alzò in piedi con un’agilità e una potenza sorprendenti per un uomo della sua statura.
La sua imponente ed elegante figura si frappose fisicamente e in modo minaccioso tra il mio corpo tremante e la linea compatta degli agenti di polizia.
“Fermatevi immediatamente e lasciate andare mia figlia,” tuonò Nathan, la sua voce profonda che riecheggiava prepotentemente contro le pareti immacolate della grande cucina.
L’autorità nel suo tono non era quella di un uomo spaventato, ma quella di un vero leader abituato fin dalla nascita a essere obbedito e rispettato da chiunque in città.
“Nessuno, e dico assolutamente nessuno in questa stanza, porterà via questa donna o questa bambina da casa mia senza il mio esplicito e diretto permesso,” aggiunse con gli occhi ridotti a due fessure pericolose.
Gli agenti si fermarono di colpo, esitando vistosamente e scambiandosi sguardi confusi e insicuri sul da farsi.
Erano chiaramente molto intimoriti dallo status sociale inavvicinabile e dall’immenso potere politico ed economico che il cognome della celebre dinastia dei Cole rappresentava in quella particolare e corrotta città.
Victoria, vedendo che il suo piano perfetto e infallibile rischiava seriamente di sgretolarsi sotto i suoi occhi ambiziosi, si fece avanti con foga disperata e rabbiosa.
Si diresse a passo spedito verso un mobile di legno pregiato del corridoio ed estrasse una grossa e pesante cartellina di cartone color manila da un cassetto nascosto.
Era un dossier dettagliato che, evidentemente, aveva preparato in grande anticipo e con largo anticipo sui tempi previsti per questa terribile notte.
“Nathan, ti supplico, non ascoltarla per nessun motivo, devi credermi quando ti dico che le sue bugie sono patologiche e croniche,” disse Victoria, agitando i fogli.
“Ho proprio qui con me, nere su bianco, le prove schiaccianti del suo conclamato squilibrio mentale e i numerosi documenti che dimostrano i suoi furti ripetuti e sistematici,” continuò.
Porse frettolosamente e con aria di sfida la cartella rigonfia al poliziotto che mi teneva bloccata, invitandolo esplicitamente a controllarne il contenuto scottante.
L’agente l’aprì rapidamente, sfogliando con le dita guantate una serie di fogli ufficiali che sembravano essere veri e propri referti medici psichiatrici meticolosamente falsificati.
C’erano allegate false ricevute e fatture di oggetti preziosi rubati, oltre a finte deposizioni scritte da persone che non avevo nemmeno mai incontrato nella mia vita.
C’erano persino delle e-mail contraffatte con grande maestria informatica, stampate a colori, in cui io presuntamente pianificavo un’estorsione milionaria ai danni della famiglia Cole in cambio della bambina.
Guardai quei fogli disposti sul ripiano dell’isola della cucina con puro, indicibile terrore che mi gelava letteralmente il sangue nelle vene martoriate.
Realizzai in una frazione di secondo che una simile e complessa mole di documenti legali e medici falsi non poteva assolutamente essere stata creata da Victoria da sola.
Non avrebbe avuto né il tempo materiale né le competenze tecniche specifiche per falsificare documenti ufficiali di tribunali e ospedali in un modo così perfetto e apparentemente inattaccabile.
Qualcuno dotato di immense risorse finanziarie, qualcuno che aveva un accesso privilegiato a falsari professionisti e a team di avvocati senza il minimo scrupolo morale, l’aveva aiutata.
Le avevano fornito l’aiuto necessario per costruire questa letale gabbia dorata ma mortale in cui intendevano rinchiudermi per il resto dei miei miserabili giorni.
Il mio pensiero spaventato volò immediatamente al perfido avvocato personale e factotum del defunto padre di Nathan, l’ineffabile e gelido signor Arthur Sterling.
Lui era l’uomo anziano e dal volto perennemente privo di espressioni umane che cinque lunghi anni prima mi aveva convocato nel suo cupo ufficio legale e mi aveva consegnato l’ultimatum finale.
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