La fissava con una freddezza così tagliente, così pura e letale, da far venire davvero i brividi lungo la schiena anche a chilometri di distanza.
Non era decisamente più il giovane uomo spensierato, allegro e forse un po’ ingenuo di cui mi ero follemente e ingenuamente innamorata anni fa durante l’estate.
Non era nemmeno più il fidanzato accondiscendente e malleabile che l’arrogante e viziata Victoria credeva stoltamente di poter ingannare e manipolare a suo completo e totale piacimento per assicurarsi un ricco matrimonio d’interesse.
Era appena diventato un padre ferito nell’orgoglio e nell’anima a cui dei mostri avevano appena cercato di rubare e distruggere crudelmente la vera famiglia che non sapeva di possedere fino a pochi istanti prima.
Ed ero intimamente e profondamente certa che l’ambiziosa Victoria Vance e il crudele avvocato Arthur Sterling avrebbero ben presto rimpianto amaramente e dolorosamente per il resto dei loro tristi giorni il fatto di aver incautamente risvegliato la sua incontrollabile furia protettiva.
Il viaggio in macchina, seduta in modo scomodo e doloroso sul duro sedile posteriore della volante della polizia, diretto verso il famigerato distretto centrale della metropoli, fu come un orribile incubo infinito e sfocato.
Era un infernale misto di dolore fisico acuto e lancinante alla mia spalla contusa e di un puro, cieco terrore psicologico per le ignote e buie prospettive carcerarie che inevitabilmente mi attendevano al termine di quella folle corsa notturna.
Una volta giunti a destinazione tra i meandri grigi del commissariato, fui brutalmente scaraventata e chiusa a chiave in una minuscola e claustrofobica stanza degli interrogatori.
L’ambiente era grigio, squallido e completamente sterile da qualsiasi tocco umano di conforto o empatia.
La stanza era rotta e faticosamente illuminata soltanto da una vecchia lampada al neon tremolante e rumorosa appesa malamente al soffitto.
Quella pessima luce fioca e intermittente faceva proiettare strane e inquietanti ombre deformi sulle pareti scrostate che, alla mia mente terrorizzata, sembravano enormi mostri neri pronti a divorarmi in un solo boccone.
Il presuntuoso detective specificamente incaricato del mio delicato e fittizio caso criminale entrò improvvisamente dalla pesante porta di metallo senza bussare.
Era un uomo particolarmente corpulento, dalla cravatta perennemente allentata, sudato, e dotato dello sguardo più cinico, freddo e disincantato che avessi mai incrociato.
Si avvicinò pesantemente e andò a sbattere in modo molto violento la famosa e letale cartellina di manila marrone sul tavolo di freddo alluminio che ci separava fisicamente e metaforicamente.
“Allora, mia cara signora dalle grandi e malvagie ambizioni economiche, vogliamo parlare apertamente di come diavolo hai pianificato lucidamente di derubare senza pietà la famiglia di gran lunga più ricca e in vista di questa città?”
“Oppure preferisci continuare all’infinito con questa stucchevole e noiosa sceneggiata teatrale della madre disperata e innocente ingiustamente perseguitata dal mondo?” iniziò lui, usando un tono carico di velenoso disprezzo e di denigratorio sarcasmo.
Io mi rifiutai categoricamente di rispondere alle sue becere provocazioni verbali, mantenendo caparbiamente lo sguardo fisso, vuoto e immobile, verso il basso, concentrato sulle mie esili mani strette e ammanettate rigidamente sul grembo.
Mi stavo sforzando con tutta la forza di volontà che possedevo di ricordare costantemente le istruzioni razionali e silenziose che Nathan mi aveva sussurrato dolcemente per non peggiorare ulteriormente e irrimediabilmente la mia già di per sé disperata situazione legale con delle ingenue dichiarazioni avventate e non calcolate fornite in preda al puro panico.
Il rude e insistente detective iniziò sadicamente e lentamente a elencarmi, punto per punto in modo maniacale, l’infinita serie delle gravissime e folli accuse penali che pesavano enormemente sulla mia testa stanca.
Si trattava di un’oscura e fitta rete di orribili menzogne legali, costruita e intrecciata in modo così magistralmente intricato e all’apparenza perfetto che, se non fossi stata io la diretta vittima sacrificale, io stessa mi sarei quasi convinta di essere veramente e indiscutibilmente una criminale colpevole.
C’erano tra i documenti presunti tracciamenti bancari digitali relativi a corposi bonifici fittizi inviati regolarmente verso conti correnti anonimi offshore strategicamente e fraudolentemente intestati a mio nome, creati da chissà quali hacker prezzolati.
Erano anche presenti nel fascicolo dichiarazioni formali firmate e videoregistrate da parte di alcuni dei miei vecchi e squattrinati ex datori di lavoro del passato.
Queste persone grette, quasi sicuramente ampiamente e profumatamente corrotte con grosse mazzette di denaro contante da parte di Arthur Sterling, giuravano spudoratamente sotto falso giuramento e mettendo la mano sul cuore sulla mia presunta e grave instabilità mentale e su una mia fantomatica innata propensione al furto compulsivo e continuo sui vari posti di lavoro che avevo umilmente ricoperto per sopravvivere e mantenere Lily.
E poi c’era il definitivo e mostruoso pezzo forte, la ciliegina sulla torta marcia, ideato dalla diabolica accusa per distruggermi psicologicamente e per sottrarmi definitivamente ogni possibilità di avere la custodia legale di mia figlia in un eventuale futuro processo.
Si trattava di un finto ma estremamente convincente biglietto d’addio alla vita normale, falsificato e sapientemente imitato con una grafia e un inchiostro che sembravano dolorosamente e incredibilmente simili alla mia abituale e inconfondibile scrittura manuale.
Nel biglietto incriminato e mendace, io apparentemente dichiaravo in modo esplicito ed egoista di voler a tutti i costi fuggire immediatamente e per sempre all’estero, in un paese paradiso fiscale senza leggi sull’estradizione, portando via con la forza la mia piccola bambina.
E dichiaravo inoltre, con parole ciniche e calcolatrici, di voler compiere questo ignobile e vile gesto disperato al solo abietto scopo criminale di ricattare l’ignaro padre biologico per poi chiedere brutalmente un enorme riscatto milionario a Nathan e alla sua ricchissima famiglia in cambio della salvezza della piccola.
Era l’opera malvagia per eccellenza, la vera summa maestra ideata senza alcuna morale da parte di Arthur Sterling, l’oscuro, cinico e potentissimo burattinaio legale che, dall’ombra del suo sontuoso ufficio dalle pareti rivestite di mogano pregiato, continuava imperterrito a tirare e manovrare abilmente i fili del tragico destino sentimentale ed economico di Nathan anche molto, troppo tempo dopo l’avvenuta morte del suo datore di lavoro originale, il vecchio e tirannico signor Cole.

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