Edoardo la guardò dritto negli occhi, con la stessa disperazione che lei aveva visto in lui tanti anni prima, ma stavolta c’era un senso di giustizia.

«Emily, non posso combatterli dall’interno. Ho bisogno che tu rappresenti la vedova di Matteo e i lavoratori feriti. Hanno cercato di liquidarla con pochi spiccioli e un accordo di non divulgazione. Rifiuteranno gli avvocati normali perché l’azienda li spaventerà a morte. Ma tu… tu non hai paura di nessuno. Usa i miei soldi in segreto, se serve. Ma falli a pezzi. Falli a pezzi e restituisci la dignità a quel ragazzo.»

Emily rimase in silenzio per un lungo minuto. Era una causa titanica. Significa mettersi contro uno dei poli logistici ed economici più potenti del paese. Ma guardando Edoardo, l’uomo che aveva tradito la sua stessa classe sociale per darle le prove contro Conti, capì che non aveva scelta. Era un debito d’onore. Ed era, soprattutto, la cosa giusta da fare.

«Non voglio i tuoi soldi, Edoardo,» disse Emily, la voce fredda come il ghiaccio. «Prenderemo questo caso con il patrocinio a spese dello Stato o a percentuale. Ma avrò bisogno di te. Se andiamo in tribunale, dovrai testimoniare contro il tuo stesso sangue. Dovrai distruggere pubblicamente tuo zio e ammettere le colpe dell’azienda che porti il nome.»

Edoardo annuì senza alcuna esitazione. «Sarei dovuto essere io a proteggerli. Glielo devo.»

«Allora abbiamo un patto.» Emily si alzò e premette il pulsante dell’interfono. «Chiara? Cancella tutti i miei appuntamenti per le prossime quarantotto ore. Preparami due biglietti per il treno ad alta velocità per Genova, per me e Beatrice. Dobbiamo andare al porto.»

Il porto di Genova era un mostro di metallo, cemento e acqua salata. Risuonava del frastuono assordante dei clacson delle navi mercantili, dello stridere dei gabbiani e del clangore dei container impilati come giganteschi mattoncini Lego. L’aria sapeva di gasolio, salsedine e ruggine.

Emily e Beatrice arrivarono in città in una giornata di pioggia battente, tipica dell’autunno ligure. L’incontro con la vedova di Matteo, la signora Sofia, avvenne in un modesto appartamento nella periferia industriale della città.

Sofia era una ragazza di ventisei anni che sembrava averne quaranta. Il dolore le aveva scavato il viso, lasciando solo due occhi grandi e vuoti. Teneva in braccio un neonato che dormiva, l’unica ancora che la teneva attaccata alla realtà.

Quando Emily e Beatrice si sedettero sul piccolo divano di stoffa scolorita, Sofia posò sul tavolo basso un plico di documenti.

«Gli avvocati della Navigazioni Fabbri sono venuti qui ieri,» disse Sofia, la voce tremante. «Mi hanno offerto duecentomila euro. Hanno detto che è un regalo, perché, secondo loro, Matteo ha violato i protocolli sganciando male il cavo. Mi hanno detto che se non firmo, ci vorranno dieci anni di processo e alla fine non prenderò niente, e che dovrò pagare le loro spese legali. Mi hanno fatto paura, avvocato. Io non ho i soldi per comprare il latte per mio figlio, figuriamoci per fare la guerra ai miliardari.»

Emily prese i documenti. Erano redatti con una perfidia chirurgica. Era un capestro, progettato per schiacciare una donna distrutta dal lutto.

«Signora Sofia,» disse Emily, posando la mano coperta dalla cicatrice (un gesto che usava spesso, inconsciamente, quando voleva trasmettere forza) sopra la mano tremante della ragazza. «Sua marito non ha fatto alcun errore. E non era ubriaco. Abbiamo informazioni privilegiate dall’interno dell’azienda. Il cavo ha ceduto per mancata manutenzione voluta dai vertici. Hanno ucciso suo marito per risparmiare sui costi.»

Sofia trattenne il respiro, le lacrime che le rigavano finalmente il viso pallido. «Lo sapevo. Matteo amava il suo lavoro. Era sempre attento. Non avrebbe mai… non ci avrebbe mai lasciati per un’imprudenza.»

«E noi lo dimostreremo,» affermò Beatrice, con dolce fermezza. «Se ci firma il mandato di rappresentanza, le garantisco che da domani nessun avvocato in giacca e cravatta oserà avvicinarsi a questa casa. Parleranno solo con noi.»

Sofia annuì, prendendo la penna. Quando la sua firma toccò la carta, la macchina da guerra dello Studio Lari & Moretti si mise in moto.

La strategia di Emily fu rapida e brutale. Non iniziò con una causa civile, che si sarebbe arenata in anni di perizie e controperizie. Depositò un esposto penale d’urgenza presso la Procura della Repubblica di Genova, allegando una memoria preliminare in cui indicava Rodolfo Fabbri come diretto responsabile per omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme antinfortunistiche. Fece trapelare la notizia alla stampa locale e nazionale, innescando una tempesta mediatica perfetta.

La reazione di Rodolfo Fabbri non si fece attendere. L’uomo, uno squalo della vecchia guardia abituato a spazzare via gli ostacoli con mazzette e intimidazioni, reagì con furia.

Il primo scontro avvenne una settimana dopo, durante l’udienza preliminare per l’acquisizione dei registri di manutenzione. L’aula del tribunale genovese era affollata. Rodolfo Fabbri era presente, circondato da un pool di cinque avvocati penalisti tra i più costosi d’Italia. Era un uomo corpulento, con folti capelli bianchi e lo sguardo spietato di chi non ha mai ricevuto un ‘no’ in vita sua.

L’avvocato capo di Rodolfo, un principe del foro di nome Valenti, prese subito la parola, sfoggiando un sorriso condiscendente verso Emily e Beatrice.

«Vostro Onore, ci troviamo di fronte all’ennesimo tentativo di sciacallaggio mediatico,» tuonò Valenti, sistemandosi la toga. «L’avvocato Moretti, nota per i suoi teatrini processuali a Milano, sta cercando di trasformare un tragico ma inevitabile incidente sul lavoro in un complotto corporativo. Chiediamo il rigetto della richiesta di sequestro dei registri aziendali, in quanto basata su supposizioni fantasiose e non su indizi concreti.»

Il giudice delle indagini preliminari, una donna austera con occhiali a mezzaluna, guardò Emily. «Avvocato Moretti, ha elementi tangibili per giustificare il sequestro di un intero server aziendale? Il blocco potrebbe causare danni milionari alla logistica del porto.»

Emily si alzò. La sua presenza in aula era magnetica.

«Vostro Onore, ho ben più di supposizioni,» disse Emily, depositando una chiavetta sulla scrivania del cancelliere. «Ho qui i file audio estratti dalle comunicazioni radio del porto del giorno dell’incidente. Le registrazioni ufficiali fornite dall’azienda sono state tagliate, ma noi abbiamo recuperato i log originali della capitaneria di porto.»