“È la presunzione che precede la rovina,” sussurrò Evelyn, un guizzo oscuro negli occhi.
Sul palco, Victor Kael si affiancò a Julian davanti a una console di cristallo e acciaio. “Signori,” annunciò Kael, “attivazione di Nemesis tra cinque, quattro, tre, due, uno… Online.”
I maxischermi si illuminarono con flussi di dati in tempo reale. Le stringhe di codice scorrevano a velocità vertiginosa. Per i primi dieci secondi, l’algoritmo funzionò esattamente come promesso. I cento milioni iniziarono a fruttare rendimenti astronomici, individuando arbitraggi impercettibili e chiudendoli in millisecondi. Il profitto salì a due milioni. Poi a quattro.
Il pubblico iniziò ad applaudire. Julian guardò Evelyn, un sorriso di pura, velenosa vittoria stampato in faccia. Sembrava dirle: Ti ho distrutta. Ho ripreso il mio posto.
Evelyn non si mosse. Non batté ciglio. Lentamente, sollevò la mano destra e guardò l’orologio di diamanti al polso.
Quindici secondi.
Venti secondi.
Al ventunesimo secondo, l’algoritmo dormiente che Evelyn aveva inserito nel vecchio modello Alpha riconobbe l’ambiente di rete esterno e reale. Il Cavallo di Troia aprì i suoi cancelli.
Il colore sui maxischermi cambiò bruscamente, dal verde brillante a un rosso allarme accecante.
Il ronzio di approvazione nella sala si trasformò in un brusio confuso. I grafici di profitto, che puntavano dritti verso l’alto, si spezzarono a metà e iniziarono a precipitare come pietre in uno stagno.
“Victor? Cosa sta succedendo?” chiese Julian, la voce che perdeva la sua impostazione teatrale, incrinandosi per il panico. Si chinò sulla console, premendo freneticamente i tasti.
“Non lo so!” ringhiò Kael, il suo sorriso di ghiaccio completamente squagliato. “Il sistema sta aprendo posizioni a rischio estremo! Sta comprando allo scoperto su derivati tossici! Spegnilo, Whitaker! Spegni il sistema!”
“Non riesco!” urlò Julian, il sudore che gli imperlava la fronte, mentre i flash dei fotografi scattavano all’impazzata, questa volta non per immortalare il suo trionfo, ma il suo disastro in diretta. “I comandi manuali sono bloccati! L’IA sta… sta riscrivendo le chiavi d’accesso!”
I cento milioni originali scesero a cinquanta in meno di due secondi.
Poi a venti.
Dieci.
Sul maxischermo, le stringhe di codice si interruppero brutalmente. Al loro posto, su uno sfondo nero pece, apparve una singola, enorme riga di testo bianco, lampeggiante al ritmo di un battito cardiaco impazzito.
ERRORE FATALE: PROPRIETÀ INTELLETTUALE NON AUTORIZZATA. MODELLO ALPHA – AUTORE: EVELYN HAYES.
La sala esplose. Urla, risate incredute, giornalisti che si alzavano in piedi gridando domande. Kael Industries non aveva creato nulla; aveva rubato un vecchio codice, ed era stata colta in flagrante, in diretta mondiale, mentre perdeva cento milioni di dollari in meno di un minuto.
Il capitale sul display toccò lo zero.
Poi, l’algoritmo, non soddisfatto, iniziò ad attingere ai margini di credito esposti di Kael Industries.
-20 milioni.
-50 milioni.
“Stacca la corrente!” urlò Kael, afferrando Julian per il bavero dello smoking e scuotendolo con violenza inaudita. “Stacca i fottuti server prima che ci mandi in bancarotta!”
Un tecnico corse sul palco con una disperazione fantozziana e tirò letteralmente i cavi di alimentazione del terminale. Gli schermi si spensero con un suono secco.
Il silenzio che seguì fu ancora più pesante di quello che aveva accolto Evelyn l’anno precedente al Grand Astoria. Era il silenzio della distruzione totale.
Sul palco, Victor Kael lasciò andare Julian, gettandolo a terra come uno straccio vecchio. Il miliardario europeo era pallido come un cadavere, gli occhi spalancati dal terrore. Sapeva cosa significava quella scritta. Sapeva che non solo aveva perso un’enorme fetta di liquidità in sessanta secondi, ma che il suo nome era ormai sinonimo di furto e incompetenza.
Julian, in ginocchio sul pavimento liscio del palco, ansimava. Sollevò lentamente lo sguardo, tremante, oltre il bordo del palco, cercando l’unica persona che sapeva essere responsabile di quell’apocalisse.
Evelyn Whitaker — no, Evelyn Hayes — era in piedi.
Si era alzata lentamente, con una grazia letale. Alexander era al suo fianco, una mano protettiva posata sulla base della sua schiena, un sorriso di pura, inestinguibile adorazione stampato sul volto.
Evelyn guardò Julian dall’alto verso il basso. Non c’era rabbia nei suoi occhi scuri. Non c’era nemmeno pietà. C’era l’indifferenza clinica di una scienziata che guarda una cellula malata dissolversi sotto il microscopio.
Nel silenzio di tomba dell’auditorium, la sua voce risuonò chiara, perfetta e tagliente come il vetro.
“Hai rubato la versione sbagliata, Julian. Ti avevo detto che ero io il cervello di quella famiglia. È un peccato che tu non abbia mai imparato ad ascoltare le donne noiose.”
I fotografi impazzirono di nuovo. Una tempesta di flash avvolse Evelyn, immortalandola come l’assoluta e incontrastata dominatrice del mondo tecnologico.
Victor Kael, ignorando i giornalisti, scese dal palco con passi pesanti, intimando alle sue guardie del corpo di coprirlo. “È finita, Whitaker,” ringhiò prima di scomparire dietro le quinte. “Sei un uomo morto in Europa, quanto lo sei a New York. Gli avvocati ti faranno a pezzi prima che lo faccia io.”
Julian rimase solo, in ginocchio sotto le luci accecanti, circondato dai sussurri carichi di disprezzo dell’élite mondiale. Aveva cercato di rubare di nuovo la corona di Evelyn, e lei gliel’aveva fusa addosso.
Evelyn si voltò verso Alexander. Il miliardario le offrì il braccio.
“Devo ammetterlo, mia cara,” sussurrò Alexander, guidandola verso l’uscita mentre la folla si apriva rispettosamente per lasciarli passare, “hai uno spiccato talento per la teatralità.”
“Mi ispiro a te, Mr. Vance,” rispose Evelyn, con un sorriso che finalmente raggiungeva i suoi occhi, illuminandoli di una gioia feroce e vitale. “E ammettilo, cento milioni di dollari distrutti in sessanta secondi sono un’opera d’arte.”
“Un capolavoro,” concordò lui, aprendole la porta principale del Grimaldi Forum.
L’aria notturna della Costa Azzurra li accolse, profumata di mare e gelsomino. Oltrepassarono la calca di giornalisti, protetti dalla sicurezza personale di Alexander, e salirono a bordo della Rolls Royce che li attendeva.
Mentre l’auto si allontanava silenziosamente nella notte monegasca, diretta verso il porto dove lo yacht privato di Alexander era ormeggiato, Evelyn si lasciò scivolare contro di lui, sfinita ma euforica.
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