Alessandro guardò il bouquet. Non c’erano nastri di seta, non c’erano decorazioni di design. Solo semplici, bellissime rose rosse, tenute insieme da uno spago grezzo. Il profumo intenso e terroso dei petali lo riportò istantaneamente indietro nel tempo, all’infanzia, al piccolo giardino dietro la loro modesta casa, alle mani di sua madre sporche di terra che gli preparavano la merenda. Ricordò l’amore puro, incondizionato, che aveva barattato per un posto in quella sala da ballo sterile, illuminata da finti cristalli e popolata da sorrisi di plastica.

Si alzò in piedi, prendendo dolcemente il braccio di sua madre per sostenerla. Si tolse la giacca dello smoking su misura, quella che gli era costata tre mesi del suo primo stipendio da tirocinante, e la avvolse con cura attorno alle spalle fragili di Agnese.

Poi, si voltò verso Eleonora.

“Alessandro, cosa credi di fare?” sibilò lei, la voce che ora tremava di panico. L’immagine perfetta si stava sgretolando di fronte all’alta società cittadina. “Mettiti quella giacca. Chiedi scusa a mio padre. Se usciamo di qui adesso, possiamo fingere che non sia successo niente. Le daremo dei soldi, un autista che la riporti a casa…”

“Non mi sono mai fatto così schifo in tutta la mia vita come in questo momento,” disse Alessandro. Le sue parole non erano un insulto rabbioso, ma una fredda constatazione. “Mi fai schifo tu, Eleonora. Mi fa schifo questo matrimonio. Mi fa schifo il fatto di aver cercato di cancellare le mie origini per compiacere te e la tua famiglia di ipocriti.”

“Alessandro!” intervenne il padre di Eleonora, l’Ingegner Martini, facendosi largo a spallate. Il suo volto era paonazzo per la rabbia. “Pesa bene le tue parole, ragazzo. Io ti ho fatto entrare nella mia azienda. Io ti ho dato una posizione. Se varchi quella porta, sei finito. Nel settore finanziario non troverai più nemmeno un posto da fattorino. Sei morto.”

Alessandro lo guardò dritto negli occhi. Non c’era più traccia del giovane rampante e sottomesso che per anni aveva obbedito a ogni suo ordine. C’era solo un uomo che si era appena svegliato da un lungo, orribile incubo.

“Tenga pure il suo lavoro, Ingegner Martini,” rispose Alessandro. “E si tenga anche sua figlia. Siete fatti della stessa miseria. Siete così poveri che avete solo i soldi.”

Si chinò, raccolse la piccola borsa di pelle usurata che sua madre aveva fatto cadere, le prese saldamente la mano e iniziò a camminare verso le grandi porte di mogano della sala.

“Alessandro! Torna immediatamente qui!” strillò Eleonora, la sua voce acuta che sfiorava l’isteria. “Se te ne vai ora, è finita! Non tornerò mai più da te!”

Ma lui non si fermò. Non si voltò. Mentre attraversava la sala, gli invitati si ritraevano come se lui e sua madre avessero una malattia contagiosa. Le migliaia di rose bianche che adornavano le pareti sembravano improvvisamente pallide, morte, gusci vuoti privi di anima, in netto contrasto con le rose rosse e vibranti che Agnese teneva ancora strette al petto.

Uscirono nella notte fresca. L’aria di novembre gli colpì il viso, gelida ma incredibilmente purificatrice. Alessandro respirò a pieni polmoni per la prima volta dopo mesi. Il cielo era limpido, stellato, ignaro del dramma umano che si era appena consumato all’interno del lussuoso hotel.

Accompagnò sua madre alla sua auto, una berlina scura ed elegante. Le aprì la portiera con la stessa cura con cui avrebbe trattato una regina, la fece sedere e chiuse con delicatezza. Quando si sedette al posto di guida, il silenzio nell’abitacolo fu rotto solo dal suono del motore che si accendeva.

Nessuno dei due parlò per i primi venti minuti. Alessandro guidava meccanicamente, allontanandosi dalle luci abbaglianti del centro città, dirigendosi verso i sobborghi, verso quel quartiere popolare che aveva disperatamente cercato di dimenticare.

A un certo punto, dovette accostare. Fermò l’auto ai margini di una strada deserta, spense il motore e appoggiò la fronte sul volante. Il peso di tutto ciò che era accaduto, la gravità del suo fallimento come figlio, gli crollò addosso come una valanga di pietre.

Iniziò a piangere. Non un pianto silenzioso, ma un pianto rotto, disperato. Le sue spalle sobbalzavano sotto la camicia di seta bianca, mentre i singhiozzi gli bloccavano la gola.

“Sandro…” Agnese allungò una mano e gliela appoggiò sulla nuca, accarezzandogli i capelli proprio come faceva quando lui era bambino e tornava a casa con le ginocchia sbucciate. “Sandro, non piangere, anima mia. Non è successo niente. Io sto bene.”

“Non stai bene!” gridò lui, la voce impastata dalle lacrime, girandosi verso di lei. Fissò la guancia, dove il livido era ormai scuro e ben visibile. “Ti ha colpita! Ti ha umiliata davanti a tutti! E io… io l’ho permesso. L’ho permesso per anni, mamma. Ho permesso che ti escludesse, ho permesso che mi convincesse a vergognarmi di te. Come ho potuto essere un mostro del genere?”

“Non sei un mostro,” disse Agnese, con una calma profonda e rasserenante. Gli asciugò una lacrima con il pollice ruvido. “Sei solo un ragazzo che voleva volare in alto. Io lo sapevo, Sandro. Sapevo che il loro mondo era diverso dal nostro. L’ho visto fin dal primo giorno in cui l’hai portata a casa. L’ho visto in come guardava i nostri vecchi piatti, in come non ha voluto assaggiare la mia torta. Ma tu la amavi, e io volevo solo la tua felicità.”

“Non era amore,” ammise Alessandro, le parole che fuoriuscivano amare, come veleno sputato via. “Era ambizione. Era l’illusione di poter essere qualcuno di importante. Ma non mi ero reso conto di quanto stessi svendendo me stesso. Ho venduto la mia anima, mamma. E stasera… stasera ho quasi perso l’unica cosa vera e bella che ho in questa vita.”

Agnese sorrise, un sorriso triste ma infinitamente dolce, e gli mise le rose rosse tra le mani.
“Senti come profumano,” sussurrò. “Le cose vere non appassiscono mai del tutto, Sandro. Anche quando sono calpestate, mantengono il loro profumo. Tu sei un brav’uomo. Stasera me lo hai dimostrato. Hai scelto la verità. E questo mi basta per essere orgogliosa di te fino al mio ultimo respiro.”