Alessandro strinse il bouquet, incurante delle spine che gli graffiavano i palmi delle mani. Il dolore fisico era un sollievo, una penitenza necessaria. Mise di nuovo in moto la macchina e riportò sua madre a casa.

Quando varcarono la soglia della piccola casa a schiera, l’odore di sugo, di cera per pavimenti e di biancheria pulita lo avvolse come un abbraccio. Era una casa povera, con i mobili anni settanta, il divano coperto da un plaid per nascondere i segni dell’usura, e le fotografie incorniciate ovunque. Ma era calda. Era viva.

Fece sedere sua madre in cucina. Prese del ghiaccio dal freezer, lo avvolse in uno strofinaccio pulito e glielo appoggiò delicatamente sulla guancia.

“Rimani qui stanotte?” gli chiese lei, guardandolo con una speranza timida.

“Rimango qui per sempre, mamma,” rispose lui, baciandole la fronte. “Non torno più in quell’attico freddo. Domani andrò a prendere le mie cose.”

Il giorno dopo fu l’inizio dell’inferno. O meglio, l’inizio della guerra.
Quando Alessandro si svegliò sul vecchio letto singolo della sua stanza d’infanzia, accese il cellulare che aveva tenuto spento per tutta la notte.
Sessantaquattro chiamate perse. Oltre cento messaggi.

C’erano i messaggi di Eleonora, che passavano dalla furia omicida (“Ti distruggerò, farò in modo che tu non possa più camminare per le strade di questa città!”) alle minacce legali (“Il mio avvocato ti chiederà i danni morali e materiali per aver rovinato il ricevimento, ti porterò via fino all’ultimo centesimo!”).
C’erano le chiamate dei suoi cosiddetti “amici”, colleghi del mondo dell’alta finanza, che volevano sapere i dettagli morbosi dello scandalo o che gli consigliavano, con finta compassione, di “andare a strisciare” da Martini prima che fosse troppo tardi.

Ma soprattutto, c’era un’e-mail formale dalle Risorse Umane dell’azienda. Era stato convocato per le ore 11:00 nell’ufficio del CEO.

Alessandro si fece una doccia, indossò un abito semplice, scuro, uno di quelli che aveva prima di conoscere Eleonora, senza la firma dei grandi sarti, e si preparò ad affrontare l’uragano.

Quando entrò nel grattacielo di vetro e acciaio nel cuore pulsante di Milano, percepì immediatamente il cambiamento. Le segretarie che solitamente gli sorridevano in modo deferente ora abbassavano lo sguardo, fingendo di essere occupate al computer. I colleghi che incrociava nei corridoi si giravano dall’altra parte. Era diventato un reietto, un condannato a morte in attesa dell’esecuzione pubblica.

Salì all’ultimo piano. L’ufficio dell’Ingegner Martini era una vasta distesa di marmo e vetrate che dominava la città.
Martini era seduto dietro la sua immensa scrivania. Non gli offrì una sedia.

“Siediti,” ordinò invece, come si ordina a un cane randagio.

Alessandro rimase in piedi. “Preferisco di no. Cosa deve dirmi, Ingegnere?”

Martini si appoggiò allo schienale della poltrona in pelle nera, incrociando le mani. I suoi occhi erano due fessure cariche di disprezzo. “Mia figlia è sotto sedativi da ieri notte. Il mio nome e quello della mia famiglia sono sulla bocca di tutta la città. Mi hanno chiamato giornalisti, concorrenti, perfino dal consiglio di amministrazione della banca. Tu ci hai umiliati pubblicamente per difendere una contadina che non sa stare al suo posto.”

“Mia madre è la donna più nobile che abbia mai conosciuto,” ribatté Alessandro, la voce ferma, senza la minima traccia della sudditanza psicologica che un tempo lo paralizzava di fronte a quell’uomo. “E quello che è successo ieri sera è stata un’aggressione fisica ai danni di una signora anziana. Se qualcuno dovrebbe preoccuparsi per la propria reputazione, quella è sua figlia. Se la notizia che Eleonora ha schiaffeggiato un’ospite anziana e indifesa arrivasse alla stampa in modo dettagliato, dubito che le vostre PR riuscirebbero a gestirla facilmente.”

Martini restrinse gli occhi, colpito nel vivo. La minaccia velata aveva colto nel segno. L’immagine, per loro, era tutto.

“Stai cercando di ricattarmi, ragazzino?” sibilò il potente CEO.

“Sto cercando di chiudere questa farsa nel modo più rapido e pulito possibile,” rispose Alessandro. “Non voglio niente da voi. Sono venuto qui solo per consegnarle questo.”

Prese dalla tasca interna della giacca una busta bianca e la posò sulla scrivania.
“Le mie dimissioni, con effetto immediato.”

Martini guardò la busta, poi scoppiò in una risata secca, priva di gioia. “Credi davvero di potertene andare così? Con dignità? Tu non hai niente. Tutto ciò che sei in questo settore, lo sei perché io ho deciso di farti spazio. Farò in modo che nessuna società finanziaria in Italia, e dico nessuna, ti assuma mai più. Hai gettato via una carriera brillante per fare il martire.”

“Ho gettato via una gabbia d’oro per riprendermi la mia vita,” disse Alessandro, sentendosi incredibilmente leggero, come se una zavorra pesantissima gli fosse stata tolta dal petto. “Può fare terra bruciata intorno a me, Ingegnere. Può togliermi il lavoro, l’auto aziendale, i contatti. Ma non può togliermi la consapevolezza che io posso camminare a testa alta, mentre lei e sua figlia dovrete convivere con il marciume che avete dentro.”

Si voltò per andarsene.

“Te ne pentirai!” urlò Martini, perdendo per un istante il suo proverbiale aplomb. “Quando tornerai a fare la fame nei sobborghi da cui sei venuto, tornerai a strisciare, implorando perdono!”

Alessandro si fermò sulla porta, guardando da sopra la spalla l’uomo che per anni aveva considerato il suo idolo, il suo mentore.
“Non credo proprio,” rispose semplicemente, chiudendosi la porta a vetri alle spalle.

Nei giorni successivi, Alessandro procedette a un sistematico smantellamento della vita che aveva costruito. Andò nell’attico che condivideva con Eleonora mentre lei era via con la madre per una “vacanza rigenerante” a St. Moritz, progettata per sfuggire allo scandalo.
Riempì tre valigie solo con le sue cose personali: libri, i pochi vestiti che aveva pagato con i suoi risparmi e gli oggetti che lo legavano al suo passato. Lasciò sul tavolo le chiavi dell’auto di lusso, il Rolex che Eleonora gli aveva regalato per il fidanzamento, e l’anello di fidanzamento che lui le aveva restituito la sera stessa.

Guardò per l’ultima volta quell’appartamento perfetto, asettico, freddo come un museo di arte contemporanea. Non provò alcuna nostalgia. Solo un profondo senso di liberazione.