Ritornò a casa di sua madre. I primi mesi furono duri, molto più duri di quanto avesse immaginato. Martini aveva mantenuto la sua promessa. Il nome di Alessandro nel settore finanziario era diventato radioattivo. Ogni colloquio di lavoro finiva con un rifiuto cortese non appena venivano lette le sue referenze; il potere dell’Ingegner Martini arrivava ovunque.

Ma Alessandro non si arrese. Aveva ritrovato se stesso, e quella era una forza che nessuna lettera di licenziamento poteva scalfire. Cominciò a lavorare per un piccolo studio di commercialisti del suo quartiere. La paga era meno di un quarto di quello a cui era abituato, e invece di fondersi e acquisizioni multimilionarie, si occupava delle dichiarazioni dei redditi di panettieri, meccanici e famiglie della classe operaia.

Tuttavia, ogni sera, quando tornava a casa e trovava sua madre in cucina, sentiva di essere l’uomo più ricco del mondo.

La primavera successiva arrivò calda e luminosa. Il piccolo giardino di Agnese era esploso in un tripudio di colori, ma il cespuglio delle rose rosse, al centro del prato, dominava su tutto. I fiori erano più grandi, più rigogliosi che mai, i loro petali simili a velluto cremisi.

Un pomeriggio di maggio, Alessandro era nel giardino, in maniche di camicia, aiutando sua madre a potare alcune piante. Le sue mani, un tempo curate con manicure settimanali per stringere le mani dei CEO, erano ora callose, sporche di terra e segnate da piccoli graffi. E gli piacevano così.

Il rumore di un’auto di grossa cilindrata ruppe la quiete del quartiere periferico. Una Maserati nera accostò al marciapiede sbrecciato di fronte alla loro villetta, stonando in modo grottesco con l’ambiente circostante, fatto di Fiat ammaccate e furgoncini da lavoro.

Dall’auto scese Eleonora.
Era vestita con un tailleur estivo firmato, grandi occhiali da sole scuri e scarpe con tacco a spillo che faticavano a trovare stabilità sull’asfalto irregolare. Si tolse gli occhiali, guardando la piccola casa con un’espressione di puro disgusto, prima di avvicinarsi al cancelletto basso del giardino.

Alessandro si alzò, pulendosi le mani sui pantaloni. Agnese, al suo fianco, si irrigidì.

“Mamma, vai dentro, per favore,” mormorò Alessandro dolcemente. Ma Agnese scosse la testa. Non aveva più intenzione di nascondersi, né di farsi da parte.

Eleonora si fermò al di là del cancello, guardando Alessandro. Il suo sguardo vagò sulla camicia sudata di lui, sulle sue mani sporche, sul prato non perfettamente tosato.

“Sei caduto in basso, Alessandro,” esordì lei, la sua voce ancora intrisa di quella insopportabile arroganza. “Mio padre mi ha detto che lavori per quattro spiccioli in un buco di periferia. Che ti occupi delle scartoffie dei fruttivendoli.”

“È un lavoro onesto,” rispose Alessandro, avvicinandosi al cancello ma senza aprirlo. “E, a differenza del vostro, non richiede di distruggere la vita di nessuno. Cosa ci fai qui, Eleonora? Spero tu non abbia fatto tutta questa strada solo per criticare il mio giardinaggio.”

Eleonora incrociò le braccia, visibilmente a disagio in quell’ambiente che non poteva controllare. “Sono venuta per farti un’offerta. Sono passati sei mesi. Lo scandalo si è calmato. La gente ha trovato altre cose di cui sparlare. Io… io sono disposta a perdonarti.”

Alessandro sgranò gli occhi, genuinamente interdetto. “A perdonarmi?”

“Sì,” disse lei, alzando il mento, convinta di fargli un dono divino. “È stato un malinteso. Una reazione eccessiva da parte di entrambi. Mio padre è disposto a riprenderti in azienda. In una filiale minore, all’inizio, ovviamente. Dovrai ricostruirti una reputazione. Ma possiamo riprendere il nostro fidanzamento. Possiamo sposarci con una cerimonia privata in Svizzera. Nessuno dovrà…”

“Fermati,” la interruppe Alessandro, e una risata sincera, cristallina, gli sfuggì dalle labbra. Non era una risata di scherno, ma di pura incredulità. Guardò quella donna, così bella eppure così incredibilmente vuota, e si chiese come avesse fatto a esserne ossessionato. “Eleonora, tu davvero non hai capito nulla. Niente di niente.”

“Cosa c’è da capire?” scattò lei, offesa. “Ti sto offrendo di riavere la tua vita indietro! Ti sto tirando fuori da questo… da questo schifo!” Gesticolò verso la casa e il giardino.

Alessandro scosse la testa, sorridendo con una pace interiore che la fece infuriare ancora di più.
“Questa è la mia vita,” disse, con fermezza. “Questa casa, queste piante, mia madre. Questa è la mia realtà. Quella che mi offri tu non è la mia vita, era solo una recita. E io ho chiuso con il teatro, Eleonora.”

“Sei un pazzo perdente,” sibilò lei, i lineamenti distorti dalla rabbia per il rifiuto. “Tu non sei nessuno. E resterai per sempre nessuno.”

“Forse,” rispose Alessandro. “Ma preferisco essere un nessuno che si guarda allo specchio e vede un uomo, piuttosto che un ‘qualcuno’ che schiaffeggia le donne anziane perché hanno sporcato un vestito.”

Fece un passo indietro. “Addio, Eleonora. E per favore, non tornare più in questo quartiere. Le tue scarpe non sono adatte.”

Eleonora rimase senza parole. Il suo volto divenne una maschera di furia impotente. Si voltò sui tacchi, rischiando di inciampare, corse alla sua Maserati, sbatté la portiera e partì sgommando, lasciando dietro di sé solo una nuvola di polvere e gas di scarico.

Alessandro la guardò allontanarsi fino a quando non scomparve alla vista. Poi si voltò verso sua madre. Agnese lo guardava con gli occhi lucidi, colmi di una fierezza indescrivibile.

“Hai rinunciato a tutto un’altra volta, Sandro,” mormorò lei, anche se sorrideva.

“Non ho rinunciato a nulla,” rispose lui, avvicinandosi e cingendole le spalle con un braccio. Insieme, si voltarono verso il grande cespuglio al centro del prato. “Vedi quelle rose, mamma? Quest’anno sono più rosse del solito.”

“È perché abbiamo potato via i rami secchi in inverno,” rispose Agnese, accarezzando un petalo morbido. “La pianta doveva liberarsi del peso inutile per poter fiorire davvero.”

Alessandro guardò i fiori. Ripensò a quella sera nella sala da ballo, al bianco accecante e finto delle rose di serra, al freddo del marmo, al suono del colpo che aveva spezzato il suo mondo. Quell’eco dolorosa sarebbe rimasta sempre con lui, un monito, una cicatrice necessaria per ricordargli chi era e da dove veniva.