Annuii, bevendo un sorso di caffè amaro. «Mi cambio e vado. Lascio Fiona con la signora Adele?»
«Sì, la nostra vecchia vicina è già qui dalle nove. La adora, le preparerà i biscotti di frolla. Tu pensa a chiudere questa storia. Schiacciali, Ginevra. Non lasciare neanche una briciola.»
Il Palazzo di Giustizia di Milano, con la sua mole severa di pietra e marmo grigio, sembrava fatto apposta per ricordare alle persone quanto fossero piccole e fragili le loro ambizioni di fronte al peso della legge.
L’avvocato Vittorio Serra mi stava aspettando all’ingresso di corso di Porta Vittoria, fumando l’ultimo centimetro di un sigaro toscano prima di gettarlo nel posacenere di ferro. Con il suo cappotto di lana antracite e la borsa di cuoio consumata dal tempo, sembrava un generale romano pronto a passare in rassegna le legioni prima della battaglia decisiva.
«Ginevra», esordì con un sorriso che gli increspò le rughe intorno agli occhi azzurri. «Puntuale come un cronografo svizzero. Entriamo prima che arrivi la stampa. La notizia della perquisizione a casa Carrara è già rimbalzata sulle agenzie finanziarie locali.»
«Hanno trovato qualcosa?», chiesi, affiancandolo lungo il monumentale scalone interno, mentre il ticchettio dei miei tacchi risuonava sotto le volte altissime.
«Hanno trovato una miniera d’oro», ridacchiò Serra a mezza voce. «Wendy teneva una seconda contabilità parallela in una cassaforte a muro nascosta dietro il ritratto a olio del nonno. Libri mastri cartacei, quaderni riempiti a mano con le percentuali delle tangenti pagate per gli appalti delle varianti urbanistiche nel comasco, e persino le ricevute dei bonifici esteri verso conti cifrati in Liechtenstein intestati a prestanome svizzeri. Quella donna era convinta che il cognome Carrara la rendesse immune da qualsiasi forma di indagine terrena.»
«E Luca?»
L’espressione di Serra si fece più cupa. «Tuo marito è crollato dopo venti minuti di interrogatorio informale con il capitano Moretti. Ha confessato tutto: i debiti di gioco, l’appropriazione indebita sul conto stipendi, persino il tentativo di manomettere la perizia cromosomica di Fiona. Ha pianto come un vitello, dando la colpa a sua madre per averlo ‘manipolato e costretto’. Una scena pietosa, mi dicono. Il pubblico ministero ha già firmato la richiesta per gli arresti domiciliari per lui e la custodia cautelare in carcere per Wendy, considerato il concreto pericolo di fuga e di inquinamento probatorio.»
Mentre parlava, entrammo nel corridoio del quarto piano, dove si trovavano gli uffici della cancelleria della volontaria giurisdizione e del giudice tutelare. L’odore di carta bollata, inchiostro e polvere d’archivio era lo stesso che respiravo ogni giorno nel mio lavoro di perito, ma quella mattina quell’odore sapeva di giustizia personale, di riscatto.
Davanti alla porta dell’aula del giudice tutelare c’era un capannello di persone. Riconobbi subito la sagoma curva dello zio Alberto—il fratello minore di Wendy, quello che la sera del compleanno era rimasto seduto a ridacchiare mentre la bambina veniva colpita—e l’avvocato d’affari che il giorno prima era fuggito dallo studio notarile.
Non appena mi videro arrivare, lo zio Alberto fece un passo avanti, con il viso cereo e le mani che tremavano vistosamente.
«Ginevra! Per l’amor di Dio, fermati!», ansimò, con un tono che oscillava disperatamente tra l’ordine arrogante e la supplica vile. «Dobbiamo parlare. Questo è un errore mostruoso! Mia sorella è una donna malata di cuore, non reggerà un giorno a San Vittore! Stai distruggendo un patrimonio che ha richiesto tre generazioni per essere costruito!»
Mi fermai a due passi da lui. Non alzai la voce. Guardai quell’uomo di sessant’anni, che per tutta la vita aveva vissuto delle rendite parassitarie del padre senza lavorare un solo giorno, e provai soltanto una profonda ripugnanza.
«Dov’era la tua preoccupazione per la salute, Alberto, quando tua sorella ha colpito una bambina di due anni sul viso con un anello di rubino?», chiesi con voce glaciale. «Dov’era il tuo rispetto per la famiglia quando ridevi mentre Luca affondava nello stufato e Wendy minacciava di far rinchiudere mia figlia come ‘difettosa’ per rubarle l’eredità?»
«Era… era solo un modo di dire! Wendy ha un carattere difficile, lo sanno tutti! Ma possiamo trovare un accordo privato! Ti cederemo la villa al mare a Forte dei Marmi, ti daremo una rendita mensile garantita… basta che ritiri la costituzione di parte civile e la segnalazione alla finanza!»
Serra fece un passo avanti, piantandosi tra me e lo zio di Luca con tutta la sua mole imponente.
«Signor Carrara», intervenne il penalista, con un tono così metallico da far indietreggiare l’uomo di un metro, «le consiglio caldamente di chiudere quella bocca prima che io chiami i due carabinieri di picchetto in fondo al corridoio per denunciarla in flagranza di reato per tentata subornazione e intimidazione di testimone. La dottoressa non negozia con voi. La dottoressa è qui in veste di amministratore fiduciario nominato dal tribunale per eseguire le ultime volontà del cavalier Ernesto. Se avete delle obiezioni, esponetele al giudice.»
La porta dell’ufficio del giudice tutelare si aprì con un cigolio sobrio.
«Dottoressa Ginevra Carrara e avvocato Serra? Il giudice dottor Mantovani vi aspetta.»
Entrammo lasciandoci alle spalle le imprecazioni soffocate dello zio Alberto e lo sguardo disperato del loro legale, che ormai sapeva di aver perso ogni carta difensiva.
Il dottor Mantovani era un magistrato anziano, con folti capelli bianchi e lo sguardo severo di chi ha visto sfilare davanti alla propria scrivania decenni di faide dinastiche consumate all’ombra dell’alta borghesia lombarda. Davanti a lui c’era il fascicolo completo: l’atto fiduciario redatto dal notaio De Santis, il referto medico del Niguarda con le foto dell’ematoma di Fiona, e la prima relazione preliminare inviata dal nucleo tributario della Guardia di Finanza.
«Dottoressa Carrara», esordì il magistrato facendoci accomodare sulle poltrone di pelle verde scuro, «ho esaminato con estrema attenzione gli atti pervenuti stamattina. La condotta descritta nei verbali d’indagine va ben oltre la consueta asprezza delle crisi familiari ad alto conflitto. Siamo di fronte a un disegno sistematico di frode e maltrattamento ai danni di una minore protetta.»
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