«Sei venuta, finalmente», esordì lei, con quella voce tagliente che per anni aveva terrorizzato tutti coloro che dipendevano dai suoi soldi. «Spero che tu abbia lasciato la bambina a qualcuno di responsabile, visto che ieri sera hai dimostrato di essere totalmente instabile dal punto di vista psichiatrico. Gettare tuo marito nella zuppa e aggredire me alla mia festa di compleanno… una cosa del genere ti costerà l’affidamento esclusivo, te lo garantisco.»

Luca non mi guardò nemmeno negli occhi. Fissava la penna stilografica appoggiata davanti al notaio, come se sperasse che il pavimento si aprisse per inghiottirlo.

«Siediti, Ginevra», disse Luca con un filo di voce. «Firmiamo questi accordi di separazione consensuale. Mamma ha accettato di non sporgere denuncia per aggressione se rinunci a qualsiasi pretesa sulla casa e firmi la rinuncia alla tutela patrimoniale del fondo di Fiona. Ti lasceremo un mantenimento dignitoso per i prossimi due anni, abbastanza per trovarti un appartamento in affitto in periferia.»

Guardai mio marito. L’uomo con cui avevo condiviso il letto, con cui avevo pianto il giorno della nascita di nostra figlia, l’uomo a cui avevo preparato il caffè ogni singola mattina per quattro anni. In quel momento, guardandolo attraverso gli occhiali storti e la schiena curva, provai solo una pena infinita. Non c’era odio per lui; c’era solo il disprezzo che si riserva a una creatura priva di spina dorsale, condannata a strisciare per l’eternità all’ombra della madre.

Non mi sedetti. Rimasi in piedi, appoggiando entrambe le mani sul bordo del tavolo di noce.

L’avvocato Serra rimase fermo dietro di me, a braccia conserte, senza dire una sola parola.

«Non firmerò alcuna rinuncia, Luca», dissi, e il tono della mia voce era così calmo, così posato, che il notaio De Santis alzò immediatamente gli occhi dalle sue carte, incuriosito. «E tu, Wendy, non presenterai alcuna denuncia per aggressione. Perché se solo ci provi, questa riunione si sposta immediatamente al quarto piano del palazzo di giustizia, nell’ufficio del sostituto procuratore capo.»

Wendy scoppiò in una risata stridula, priva di gioia. «Ma guardati! Credi di farci paura con le tue arie da contabile di provincia? Abbiamo trenta testimoni che ti hanno visto dare in escandescenze ieri sera! Sei finita, ragazzina!»

«I tuoi trenta testimoni hanno visto me reagire dopo che tu hai schiaffeggiato una bambina di due anni», risposi, estraendo una cartelletta trasparente dalla borsa di Serra e facendola scivolare lungo il tavolo fino a fermarla davanti al notaio. «Questo è il referto medico del pronto soccorso pediatrico del Niguarda di stamattina alle sette e mezza. Quindici giorni di prognosi per trauma cranio-facciale da percosse su minore con lesione ecchimotica profonda. La denuncia penale per maltrattamenti su minore e lesioni aggravate è già stata depositata telematicamente due ore fa.»

Il viso di Wendy perse all’istante ogni traccia di colore. Le sue dita si serrarono attorno alla borsa di pelle. «È… è una calunnia! Quella bambina è inciampata!»

«Davvero?», feci un passo verso di lei. «Allora forse vorrai spiegare al giudice cosa intendevi esattamente quando, due minuti prima di colpirla, hai detto testualmente: Quella ragazzina non vedrà un solo centesimo della quota di successione del nonno. Ho già fatto modificare la perizia genetica per il test di paternità postumo che il notaio aveva richiesto per sbloccare la quota di riserva. Fiona risulterà legalmente affetta da una rara anomalia cromosomica che invalida la clausola di capacità giuridica precoce?»

Nella stanza calò un silenzio così denso che si sentiva il ronzio del condizionatore a soffitto.

Il notaio De Santis si raddrizzò sulla sedia, il suo sguardo severo che saettava da me a Wendy. «Cosa significa questo, signora Carrara? Il testamento del cavalier Ernesto è un atto pubblico registrato nel mio repertorio. Se ci sono state manomissioni sulle perizie successorie, questo studio è tenuto a denunciare immediatamente la cosa alla procura!»

«Non è vero! Si sta inventando tutto!», gridò Wendy, alzandosi in piedi con il viso deformato dal terrore. «Non ha prove! È la parola di una pazza contro la mia!»

Estrasse il mio tablet dalla borsa. Schiacciai un tasto sullo schermo.

La voce di Wendy, limpida, registrata a 24 bit senza alcuna compressione dal microfono direzionale di Matteo, esplose dagli altoparlanti del dispositivo, riempiendo la biblioteca del notaio con la violenza di un uragano. Si sentiva ogni sillaba, ogni respiro, ogni singola risata volgare mentre spiegava a Luca come falsificare i bilanci, come truffare la banca e come distruggere la reputazione di sua moglie per coprire i debiti delle scommesse clandestine a Malta.

Luca si prese la testa tra le mani, emettendo un gemito soffocato. «Mio Dio… Matteo… è stato Matteo…»

«Matteo vi ha solo ripresi», dissi, interrompendo la traccia audio. «Il resto del lavoro l’ho fatto io stanotte. Ho allegato le copie delle fatture false emesse verso le cartiere bulgare, i bonifici verso i conti di gioco a La Valletta prelevati direttamente dal conto stipendi della Carrara Costruzioni, e la trascrizione delle email tra Wendy e il dottor Varese del laboratorio di analisi di via Manzoni, in cui si concorda il prezzo di cinquantamila euro per attestare il falso deficit genetico di Fiona.»

L’avvocatucolo di Wendy si alzò in silenzio, raccolse la sua cartellina e fece un passo indietro verso l’uscita. Aveva capito in una frazione di secondo che non c’era difesa possibile: rimanere seduto a quel tavolo significava farsi trascinare nel baratro per concorso in falso in atto pubblico e frode fallimentare.

«Dottor De Santis», disse l’avvocato Serra con voce profonda e solenne, intervenendo per la prima volta. «La mia assistita non è qui per negoziare la sua dignità. Siamo qui per mettervi a conoscenza delle nostre condizioni irrevocabili prima che la Guardia di Finanza esegua i decreti di perquisizione e sequestro già firmati dal gip su nostra istanza urgente.»

Wendy tremava in modo incontrollabile. Si aggrappò allo schienale della sedia per non cadere. «Cosa… cosa volete?»