Sentii un calore immenso e dolcissimo espandersi dentro la mia cassa toracica, sciogliendo anche l’ultimo residuo di amarezza che ancora covava negli angoli più bui della mia memoria.

«Hai ragione, piccolina», le dissi, chinandomi per baciarle la fronte profumata di bucato fresco. «Quando si tiene forte ciò che si ama, non si cade mai.»

Fiona lasciò cadere il pupazzo sul tappeto, mi buttò le braccia al collo e nascose il visetto tiepido nell’incavo della mia spalla, stringendomi con tutta la forza innocente del suo corpicino minuto.

Fuori dalla grande finestra ad arco, i fiocchi di neve continuavano a scendere lenti, leggeri, posandosi silenziosi sui rami spogli degli ippocastani del cortile interno. La città sotto di noi sembrava avvolta in una pace ovattata, antica, immensa.

Pensai a Wendy, chiusa tra le quattro mura fredde della sua cella a contare i giorni che la separavano dal verdetto. Pensai a Luca, solo nel suo bilocale in affitto a fare i conti con la propria miseria morale e con l’eredità di una viltà che non gli avrebbe mai più permesso di camminare a testa alta.

Non provavo odio per loro. Non provavo rancore, né vendetta, né rimpianto.

Provavo soltanto la consapevolezza granitica e serena di chi ha saputo combattere la battaglia giusta al momento giusto, pagando il prezzo necessario per strappare il futuro dalle mani di chi voleva soffocarlo.

Strinsi mia figlia ancora più forte contro il mio petto, ascoltando il battito calmo e regolare del suo cuore che pulsava all’unisono con il mio.

La tempesta era passata. L’inverno era arrivato, ma dentro quella stanza, per la prima volta nella nostra vita, non avrebbe mai più fatto freddo.

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