«Il referto è solo l’inizio, Bea», le dissi, aprendo il mio portatile sul tavolo della cucina. «Guarda questo.»
Le feci vedere il video inviato da Matteo e le mostrai i file di testo allegati. Mentre l’audio di Wendy scorreva nella cucina silenziosa, il viso di mia sorella passò dall’indignazione a un disgusto assoluto.
«Volevano distruggere te e rovinare la vita di tua figlia per coprire i debiti di gioco di Luca?», mormorò lei, incredula. «Questi non sono solo mostri, Ginevra. Sono criminali da quattro soldi.»
«Esatto. E come tutti i criminali da quattro soldi, hanno commesso errori madornali credendosi intoccabili.»
Passai le cinque ore successive incollata al monitor. Lavorai con la precisione metodica di chi esegue un’autopsia. Aprii i miei accessi remoti ai database delle visure camerali, dell’anagrafe tributaria e dei registri catastali a cui avevo diritto d’accesso per i miei incarichi di consulenza tecnica d’ufficio.
Nel giro di tre ore, ricostruii la mappa completa dell’impero marcio dei Carrara.
La holding di famiglia, la Carrara Costruzioni S.r.l., era un castello di carte. Luca aveva perso quasi un milione e mezzo di euro tra scommesse su piattaforme clandestine maltesi e investimenti fallimentari in criptovalute senza valore, prelevando liquidità direttamente dalle linee di credito aziendali garantite dalla banca popolare locale. Per evitare che il collegio sindacale se ne accorgesse, Wendy aveva falsificato i bilanci degli ultimi due esercizi, iscrivendo a patrimonio crediti commerciali totalmente inesistenti verso una serie di società cartiere aperte in Bulgaria e intestate a prestanome compiacenti.
Ma la perla più oscura era il trust.
Il padre di Wendy, il defunto cavalier Ernesto Carrara, un uomo d’altri tempi che aveva fatto fortuna nel dopoguerra con il cemento, aveva previsto nel suo testamento che il venticinque per cento dell’intero asse ereditario—compreso il palazzo nobiliare in centro e la tenuta vinicola sui colli—venisse vincolato in un fondo fiduciario a favore del primo nipote o pronipote diretto che avesse compiuto due anni di età, con facoltà per la madre di gestire la rendita vincolata fino alla maggiore età.
Quel pronipote era Fiona.
Fiona aveva compiuto due anni proprio quella settimana. Se la successione fosse stata aperta regolarmente, io avrei avuto il pieno controllo legale di quasi cinque milioni di euro di beni immobili intatti, bloccando all’istante ogni tentativo di Wendy e Luca di ipotecare la tenuta per salvare le loro teste dall’arresto per bancarotta fraudolenta.
Ecco spiegato il motivo della mossa disperata: dichiarare la bambina incapace attraverso una perizia genetica comprata a peso d’oro per scavalcarla nella linea di successione e far confluire l’intero patrimonio nelle mani di Wendy come amministratrice unica.
«Hanno firmato la loro condanna a morte», dissi, chiudendo l’ultimo file excel e salvando tutto su tre chiavette USB crittografate.
Alle sette del mattino, come promesso, eravamo al pronto soccorso pediatrico del Niguarda. Il collega di Beatrice, un primario con quarant’anni di esperienza, esaminò la guancia di Fiona con una meticolosità glaciale. Redasse un referto di dieci pagine che diagnosticava un trauma contusivo con ecchimosi estesa, compatibile con un colpo inferto a mano aperta con corpo metallico contundente, prognosi di quindici giorni salvo complicazioni, e invio immediato della segnalazione alla procura della Repubblica per maltrattamenti contro familiari e conviventi.
Mentre uscivamo dall’ospedale, il mio telefono vibrò di nuovo. Un messaggio da un numero sconosciuto.
Era il notaio De Santis, lo storico pubblico ufficiale della famiglia Carrara, l’uomo che da quarant’anni gestiva i loro affari più delicati:
«Gentile dottoressa, sono stato incaricato dalla signora Wendy Carrara e da suo marito Luca di convocarla d’urgenza presso il mio studio oggi alle ore 15:00 per la definizione bonaria della crisi coniugale e la sottoscrizione degli accordi di tutela patrimoniale. La presenza del suo legale è gradita ma non indispensabile. La signora Carrara sottolinea che, in caso di mancata presentazione, verranno depositate denunce formali a suo carico.»
Sorrisi. Un sorriso sottile, affilato come una lama di ceramica.
Chiamai l’avvocato Vittorio Serra, il penalista più temuto di Milano, un uomo che avevo affiancato come consulente tecnico in tre maxiprocessi per crac finanziari e che considerava Wendy Carrara e la sua stirpe alla stregua di scarafaggi da schiacciare con eleganza formale.
«Vittorio?», dissi non appena rispose. «Ho un lavoro per te. Ti mando un fascicolo tra cinque minuti. Ci vediamo alle quindici allo studio del notaio De Santis. Porta con te due colleghi del civile e il contatto diretto del nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza.»
All’altro capo del filo, Serra emise una risata bassa e roca. «Ginevra, quando usi questo tono significa che qualcuno sta per finire in mutande a San Vittore. Ci sarò.»
Alle 14:50, la sala d’attesa dello studio notarile in via Monte Napoleone profumava di cera per parquet, carta bollata e opulenza secolare.
Entrai vestita con il mio tailleur pantalone blu notte, i capelli raccolti in uno chignon impeccabile, senza un filo di trucco tranne un tocco di rossetto neutro. Dietro di me camminava l’avvocato Serra, imponente nei suoi due metri d’altezza e con una borsa di cuoio piena di fascicoli rilegati in rosso.
Quando la segretaria aprì la porta della biblioteca privata del notaio, la scena che mi si parò davanti fu degna di una commedia tragica.
Wendy era seduta al centro del grande tavolo di noce. Aveva cercato di mascherare con uno spesso strato di cipria il segno giallastro che la caduta nella torta le aveva lasciato sullo zigomo, ma il suo sguardo tradiva una tensione nevrotica che non riusciva a dissimulare. Accanto a lei c’era Luca: indossava un paio di occhiali provvisori con una montatura economica che gli dava l’aria di uno studente spaventato, con gli occhi gonfi e le mani che tormentavano un foglio bianco.
Dall’altro lato del tavolo sedeva il notaio De Santis, un uomo anziano dai capelli argentei e l’aria stanca, affiancato da un avvocatucolo d’affari dall’aria untuosa che riconobbi come il legale personale delle società di comodo di Wendy.
Non appena varcai la soglia, Wendy si raddrizzò sulla sedia, posando le mani ingioiellate sul tavolo.
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