Il Ritorno nella Gabbia Dorata
Quando Willow rientrò nella sala da ballo, una strana corrente di imbarazzo percorse la folla. Molti distolsero lo sguardo fingendo di essere assorti nelle conversazioni; altri la osservarono con una curiosità morbosa, aspettandosi di vedere lacrime, trucco sbavato o una maschera di prostrazione.
Invece, Willow camminava con la grazia innaturale di una regina che attraversa un campo di battaglia conquistato. Si avvicinò a uno dei camerieri che portava un vassoio di calici intatti, ne prese uno con dita sicure e si diresse verso il tavolo principale, dove Lucas e Richard stavano intrattenendo il senatore James Vance e la consorte.
Lucas la vide arrivare. I suoi occhi si strinsero, stupito e insieme irritato dal fatto che lei non stesse singhiozzando nella sua suite al trentesimo piano.
«Vedo che hai riacquistato un minimo di senno,» mormorò Lucas con un ghigno sprezzante, abbassando la voce affinché solo la loro cerchia ristretta potesse udirlo. «Sei pronta a porgere le tue scuse a mio padre, o hai bisogno di un’altra lezione di buone maniere davanti alla stampa?»
Richard si voltò lentamente, sorseggiando il suo Scotch invecchiato quarant’anni. «Non essere troppo duro con lei, Lucas. Alcune persone hanno bisogno di tempo per comprendere la gerarchia naturale delle cose. Allora, Willow? Hai capito qual è il tuo posto?»
Willow portò il calice alle labbra, assaporando la bollicina secca dello champagne prima di rispondere. Il suo sguardo passò da Richard a Lucas con una calma che fece perdere al giovane Sterling un battito di sicurezza.
«Il mio posto, Richard,» disse a voce sufficientemente chiara perché le persone ai tavoli adiacenti smettessero di bisbigliare, «è esattamente dove ho sempre scelto di stare. A guardare gli impostori che danzano sui debiti non pagati.»
Il senatore Vance tossì nervosamente, scambiando un’occhiata a disagio con la moglie. Il volto di Richard perse ogni traccia di divertimento, trasformandosi in una maschera di porcellana grigia.
«Basta con questa farsa,» sibilò Lucas, allungando la mano per afferrarla brutalmente per il polso. «Ti faccio portare fuori dalla sicurezza adesso stesso. Sei finita, Willow. Lunedì mattina gli avvocati depositeranno l’istanza di divorzio per colpa. Non avrai un solo centesimo del patrimonio Sterling, non metterai mai più piede a Gold Coast e la tua ridicola galleria d’arte verrà pignorata entro mezzogiorno per coprire i debiti che farò risultare a tuo carico.»
Willow non ritirò la mano. Guardò la presa di Lucas con un distacco quasi scientifico, come se stesse osservando un insetto fastidioso posato sul suo bracciale di diamanti.
«Ti suggerisco di non stringere così forte, Lucas,» disse piano. «Le telecamere di sorveglianza della sala hanno già registrato il primo episodio. Se continui, renderai il lavoro della polizia troppo facile, e persino i vostri giudici a libro paga troveranno imbarazzante insabbiare un’aggressione aggravata.»
Prima che Lucas potesse replicare, le grandi doppie porte d’ingresso del salone principale si spalancarono con un colpo secco.
L’Uomo del Passato
Un mormorio sorpreso serpeggiò attraverso la folla. Non era comune che qualcuno interrompesse una festa privata dei Vance e degli Sterling al Peninsula. Due guardie della sicurezza privata dell’hotel si fecero avanti per bloccare l’ingresso, ma si fermarono a mezza strada, congelate dalle figure che avevano appena varcato la soglia.
Davanti a tutti camminava un uomo sulla sessantina, dalla postura eretta e dallo sguardo fiero. Indossava un cappotto sartoriale di lana scura aperto su uno smoking dal taglio impeccabile, privo di qualsiasi ostentazione ma tagliato con la precisione millimetrica delle migliori sartorie di via Monte Napoleone. I suoi capelli erano completamente d’argento, tagliati corti, e la sua presenza emanava un peso gravitazionale che costrinse le persone ai lati del corridoio centrale a fare un passo indietro istintivo.
Al suo fianco c’erano due figure note a tutta la finanza dell’Illinois: l’avvocato Marcus Vance, cugino ribelle del senatore e il più spietato difensore societario di Chicago, e Catherine O’Connor, il procuratore federale capo per i reati finanziari del Northern District. Dietro di loro, quattro agenti federali in abito civile rimasero discretamente posizionati presso le uscite.
Richard Sterling sgranò gli occhi. Il bicchiere di cristallo scivolò dalla sua mano, infrangendosi con un rumore sordo contro il tappeto persiano.
«Non è possibile…» mormorò Richard, e per la prima volta in cinque anni, Willow vide il colore drenare completamente dal viso dell’onnipotente patriarca. «Vittorio… De Santis.»
Lucas guardò suo padre, confuso dal panico improvviso dell’anziano. «Papà? Chi diavolo è questo vecchio? Chi lo ha fatto entrare nella nostra sala?»
Vittorio De Santis avanzò con passo fermo lungo la navata centrale della sala, ignorando completamente i seicento sguardi che lo seguivano. I suoi occhi cercarono solo Willow. Quando vide il segno rosso sulla guancia della ragazza, i suoi lineamenti si indurirono impercettibilmente, ma continuò a muoversi con la solennità di un giudice che entra nell’aula per pronunciare una condanna definitiva.
Si fermò a un metro dal tavolo della famiglia Sterling.
«Buonasera, Richard,» disse Vittorio in inglese, con quell’accento leggero, aristocratico ed europeo che molti a Wall Street ricordavano con terrore dalla crisi del debito del 2008. «Vedo che il tempo non ha migliorato né la tua educazione, né la qualità delle tue maniere.»
«Cosa ci fai qui, De Santis?» gracchiò Richard, la voce che perdeva ogni traccia della sua solita arroganza baritonale. «Il nostro accordo di non divulgazione è chiaro. Tu non hai alcun diritto di mettere piede negli Stati Uniti senza un preavviso di trenta giorni alla nostra fiduciaria.»
«Gli accordi, Richard, hanno una data di scadenza,» replicò Vittorio, slacciando con calma il cappotto e porgendolo a un cameriere pietrificato. «E soprattutto, gli accordi presuppongono che le clausole di protezione vengano rispettate da entrambe le parti.»
Lucas fece un passo avanti, cercando di riprendere il controllo della situazione con l’arroganza che gli era stata insegnata fin dalla culla. «Senta, signore, non so chi lei sia o quali affari abbia avuto con mio padre nel secolo scorso, ma questa è la mia festa di anniversario. Ha trenta secondi per andarsene prima che faccia intervenire la sicurezza e la faccia sbattere fuori come un cane randagio.»
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