«Aumenta la scorta alla residenza e al cantiere della Fondazione a Villa Moretti,» dissi con fermezza, richiudendo la cartella. «Non voglio incidenti. Se si avvicina a meno di cento metri da una delle nostre proprietà, allerta immediatamente la questura. Non abbiamo nulla da dirci, e non ho intenzione di concedergli il melodramma che sta sicuramente cercando.»

«La sicurezza è già stata raddoppiata,» confermò Marcus inchinando il capo. «Ha l’inaugurazione della fondazione tra due giorni. Forse sarebbe prudente rimandare la cerimonia pubblica.»

«No,» risposi senza esitazione. «Mio padre non è mai scappato davanti a un debitore insolvente, e io non comincerò a nascondermi adesso per colpa di un codardo che non ha nemmeno il coraggio di guardarsi allo specchio.»

Capitolo 13: La trappola della disperazione
Milano di notte ha un sapore metallico quando la nebbia scende a bagnare le rotaie dei tram.

Daniel Moretti non era un criminale professionista; era semplicemente un uomo distrutto la cui intelligenza emotiva si era fermata al livello di un bambino viziato a cui è stato strappato il giocattolo preferito. Nella sua mente malata, la causa di ogni sua sventura non erano le sue truffe, i suoi debiti di gioco, i suoi tradimenti o la sua violenza vigliacca: ero io. Io che avevo osato smascherarlo. Io che avevo osato essere più forte, più ricca, più nobile di lui.

Aveva passato due giorni a dormire all’interno dell’utilitaria parcheggiata in una traversa buia di via Melchiorre Gioia, a pochi isolati dal mio grattacielo. Mangiava panini secchi comprati nei distributori automatici e beveva birra tiepida per scaldarsi. Nel cassetto del cruscotto c’era un vecchio coltello da caccia con il manico di corno, comprato a Torino per quaranta euro: un’arma rozza, pesante, che stringeva convulsamente ogni volta che vedeva passare una berlina scura con i vetri oscurati.

«Voglio solo che mi ascolti,» ripeteva a se stesso a voce alta, come una litania per scacciare il terrore che gli serrava lo stomaco. «Deve guardarmi in faccia. Deve capire cosa mi ha fatto. Non può cancellarmi come se fossi un errore di battitura su un bilancio.»

Ma avvicinarsi a me nel centro di Milano era impossibile. Aveva visto i tre uomini della scorta che mi accompagnavano all’uscita dal garage sotterraneo: professionisti con auricolari, sguardi attenti che scansionavano ogni angolo della strada, vetture blindate che partivano a intervalli calcolati. Non avrebbe mai potuto superare quel cordone.

Poi, sfogliando un quotidiano abbandonato sul sedile posteriore, Daniel vide l’annuncio:

«Dopodomani alle ore undici: cerimonia di inaugurazione del Centro Rinascita presso l’ex tenuta Moretti in Brianza. Interverranno le autorità cittadine e la presidente della Fondazione Valenti-Sforza.»

Un sorriso storto, deformato dalla febbre e dalla mancanza di sonno, gli spaccò le labbra screpolate.

«La villa,» sussurrò, accendendo il motore rumoroso della vecchia vettura. «Vuole fare la santa nella mia casa. Davanti a tutti. Vuole calpestarmi proprio lì dove sono nato.»

Quella notte stessa, Daniel guidò verso nord lungo la superstrada per Lecco. Conosceva ogni centimetro di quella tenuta: conosceva il muretto di cinta posteriore dove il fitto bosco di tigli e querce degradava verso un vecchio canale di scolo; conosceva la grata di ferro arrugginita della cantina sotterranea che suo padre usava per stoccare le bottiglie di vino d’annata e che i restauratori non avevano ancora sostituito.

Arrivò alle tre del mattino. La nebbia in Brianza era densa come latte cagliato, nascondendo la sagoma della villa e attenuando i rumori dei cantieri spenti. Parcheggiò l’auto a due chilometri di distanza, in una stradina sterrata tra i campi di granoturco tagliato, e proseguì a piedi nel fango, con le scarpe da ginnastica fradice e il cappotto intriso di umidità.

Scalare il vecchio muro fu doloroso: i mattoni umidi cedettero sotto il suo peso, graffiandogli i palmi delle mani e strappandogli i pantaloni all’altezza del ginocchio, ma l’adrenalina soffocava ogni dolore. Si calò nel parco secolare, scivolando nell’erba alta come un ladro braccato.

La villa era silenziosa, circondata da impalcature metalliche parzialmente illuminate da fari da cantiere a basso consumo. All’ingresso principale c’era una garitta con una guardia giurata all’interno, intenta a guardare un piccolo monitor portatile al riparo dal gelo.

Daniel si mosse lungo il perimetro d’ombra, scivolando verso la parte retrostante, dove i vecchi locali di servizio della servitù si aprivano su un cortile ribassato. Trovò la grata della cantina: il lucchetto provvisorio messo dagli operai era bloccato male su una catena troppo larga. Con una leva di ferro raccolta tra i detriti del cantiere, Daniel forzò la maglia arrugginita con un cigolio sordo che fu inghiottito dal rumore lontano del vento tra gli alberi.

Si infilò nell’apertura stretta, cadendo carponi sulla terra battuta del seminterrato.

L’odore era familiare: muffa, pietra bagnata, legno antico. Era l’odore della sua infanzia, quando scendeva lì sotto per nascondersi durante i giochi d’estate. Ma ora quell’odore sembrava il tanfo di una tomba aperta.

Si rannicchiò in un angolo buio tra due vecchie botti vuote, stringendosi il cappotto addosso e tirando fuori il coltello dalla tasca per saggiarne la lama col pollice. Avrebbe aspettato lì. Avrebbe aspettato l’ora della cerimonia, quando la folla e la confusione avrebbero abbassato la guardia della sicurezza.

«Mi vedrai, Elena,» sussurrò al buio, chiudendo gli occhi mentre i brividi della febbre cominciavano a scuoterlo violentemente. «Questa volta non potrai chiamare Marcus prima che io abbia finito di parlare.»

Capitolo 14: La posa della prima pietra
Il mattino della cerimonia il cielo si aprì in una volta di cristallo azzurro, spazzata da un vento secco che faceva brillare le ultime foglie dorate del parco.

Dozzine di automobili erano parcheggiate lungo il viale d’accesso ripulito. C’erano giornalisti, telecamere regionali, furgoni della televisione pubblica, rappresentanti delle istituzioni milanesi e una folla di residenti locali incuriositi dalla trasformazione di quella magione un tempo inaccessibile e arrogante.

Io arrivai a bordo della mia berlina alle dieci e mezza. Indossavo un cappotto di cashmere blu notte, una sciarpa di seta chiara e guanti di pelle morbida. Accanto a me, Marcus controllava l’auricolare con la consueta calma professionale.