Un trust denominato Astraea.

E la sola proprietaria beneficiaria di Astraea ero io: Elena Valenti-Sforza, unica erede dell’impero siderurgico e finanziario che la loro famiglia implorava segretamente per avere liquidità sin dalla crisi del debito del decennio scorso.

Capitolo 3: Il crollo della facciata
Il telefono di Eleanor squillò di nuovo. Questa volta non era una notifica asettica, ma una suoneria stridula, insistente. Sullo schermo apparve il nome del dottor Varisco, il loro avvocato di famiglia da quasi quarant’anni.

La donna rispose con voce irritata, cercando di mantenere il controllo: «Varisco! Che sta succedendo con i circuiti bancari? Mio figlio mi sta dicendo delle sciocchezze e io ho bisogno che…»

Si interruppe.

Il silenzio che seguì fu così denso che riuscii a sentire il respiro affannoso di Daniel a tre metri di distanza. La voce di Varisco, filtrata dall’altoparlante del telefono, era concitata, rotta da un panico autentico.

«Signora Eleanor, per l’amor del cielo, mi dica dove si trova suo figlio! Ci hanno revocato tutto! Non la banca, non le linee ordinarie… Il fondo Astraea! Hanno dichiarato l’inadempienza tecnica della clausola di salvaguardia mezz’ora fa. Hanno escusso i pegni su tutte le azioni della Moretti Shipping e sulla holding immobiliare. Non abbiamo più nulla. Siamo in bancarotta fraudolenta se non copriamo quindici milioni entro le nove di domani mattina!»

Il telefono cadde dalla mano di Eleanor, rimbalzando sul tappeto persiano con un tonfo ovattato prima di fermarsi contro lo zoccolo della scala. La donna barcollò all’indietro, cercando con la mano il corrimano che improvvisamente sembrava troppo lontano per sostenerla.

«Astraea…?» mormorò lei, con le labbra sbiancate. «Il fondo di Ginevra? Ma… ma quel fondo appartiene a un consorzio svizzero… I rappresentanti non hanno mai voluto incontrarci di persona…»

«Non era un consorzio, Eleanor,» dissi io, parlando per la prima volta da quando Daniel aveva alzato la mano su di me.

La mia voce non tremava. Non c’era rabbia nei miei toni, né trionfo grossolano. C’era soltanto la gelida compostezza di chi ha atteso pazientemente che la trappola scattasse.

Daniel si voltò verso di me, gli occhi sgranati, le labbra che tremavano in modo quasi comico: «Elena… cosa c’entri tu con Astraea? Perché hai chiamato Marcus? Chi è Marcus?»

«Marcus Vance è il presidente del consiglio di amministrazione del fondo,» risposi, chiudendo la zip della mia borsa con un gesto netto e calcolato. «Ed è il mio esecutore fiduciario da quando avevo ventun anni. Da quando mio padre è morto lasciandomi tutto.»

«Tuo padre…» sussurrò Daniel, mentre il sudore cominciava a imperlargli la fronte, rovinando il taglio perfetto della sua pettinatura. «Tuo padre era un impiegato statale… me lo avevi detto tu!»

«Ti ho detto che lavorava per lo Stato, Daniel. Non ti ho detto che era il sottosegretario al Tesoro prima di fondare il più grande gruppo di partecipazioni private del Nord Italia,» dissi, avanzando di un passo verso di lui.

Lui indietreggiò d’istinto, come se la figura esile che aveva appena schiaffeggiato fosse diventata improvvisamente un gigante di pietra.

«Tre anni fa, quando la tua azienda era a un passo dal fallimento a causa delle tue scommesse speculative sui derivati navali, siete venuti a Ginevra a piangere,» continuai, fissandolo dritto negli occhi. «Vostro padre era già morto e voi stavate affondando nei debiti. Io vi ho salvati. Ho comprato il vostro debito per pochi spiccioli attraverso Astraea, perché volevo capire. Volevo vedere chi eravate veramente prima di decidere se distruggervi o permettervi di risollevarvi.»

Capitolo 4: Il veleno della mediocrità
Eleanor, riprendendosi parzialmente dallo shock, cercò di ritrovare la sua voce autoritaria, ma il risultato fu solo uno stridio patetico.

«Bugiarda! Sei una bugiarda calcolatrice! Ti sei infiltrata nella nostra famiglia per derubarci! Daniel, non ascoltarla, sta bluffando! Nessuna donna con quel patrimonio si farebbe trattare come l’abbiamo trattata noi!»

Un sorriso amaro mi sfiorò le labbra. Mi toccai la guancia ferita; la punta dell’indice si macchiò di rosso scuro.

«Hai ragione su una cosa, Eleanor,» dissi, voltandomi verso di lei. «Nessuna donna degna di questo nome avrebbe dovuto sopportare la vostra meschinità. Ma io volevo disperatamente credere che Daniel non fosse come te. Quando l’ho incontrato, speravo che il suo affetto fosse sincero. Pensavo che, non sapendo chi fossi, mi amasse per la mia anima, per il mio tempo, per quello che potevamo costruire insieme.»

Mi avvicinai al tavolo d’ingresso in noce massiccio, dove troneggiava una composizione di gigli bianchi in un vaso d’argento. Presi un fazzoletto di lino dalla borsa e premetti delicatamente sullo zigomo per tamponare la ferita.

«Ero persino disposta a cancellare il vostro debito come regalo di nozze posticipato,» aggiunsi a bassa voce. «Avevo incaricato Marcus di preparare i documenti di remissione del debito e di trasferire il quaranta per cento delle quote di nuovo a tuo nome, Daniel. Avreste riavuto tutto. La villa, le navi, il rispetto del vostro circolo esclusivo. Saremmo stati pari.»

Daniel sentì quelle parole come una mazzata fisica. Si portò le mani alla testa, afferrandosi i capelli. «Elena… no… tu non puoi… Elena, ascoltami!»

«Ma poi ho scoperto i bonifici,» continuai implacabile. «I bonifici dal conto aziendale verso i conti cifrati a Monte Carlo della tua amante, quella ragazza dell’alta società che tua madre approvava così calorosamente alle mie spalle. E poi ho scoperto le vostre conversazioni, in cui spiegavi a Eleanor che mi avresti sopportata ancora per un anno, giusto il tempo di far calmare le acque con i creditori, per poi cacciarmi via con l’accordo prematrimoniale e lasciarmi senza un tetto.»

«Non era vero! Erano solo chiacchiere!» urlò Daniel, cadendo quasi in ginocchio sul pavimento, le mani tese in un gesto disperato di supplica. «Elena, ti prego! Mia madre mi metteva pressione! Lei voleva che sposassi una del nostro rango! Ma io ti amo, ti giuro che ti amo!»

«Mi ami a tal punto da avermi appena colpita in faccia perché ho osato chiederti spiegazioni su quei contratti?» domandai con una calma glaciale che raggelò l’aria della stanza. «Mi ami a tal punto da permettere a tua madre di chiamarmi mendicante sotto il mio stesso tetto?»