«Io… io volevo solo che tu tornassi,» balbettò all’improvviso, la sua furia che crollava di colpo, lasciando spazio a un vuoto pietoso, a una disperazione nuda e grottesca. «Elena… ti prego… dimmi cosa devo fare. Posso cambiare… posso fare qualsiasi cosa… restituiscimi la mia vita…»

La lama scivolò lentamente dalle sue dita intorpidite dal freddo, cadendo sulla ghiaia del piazzale con un tintinnio metallico innocuo.

In quell’istante esatto, quattro agenti dei carabinieri e i membri della sicurezza privata si avventarono su di lui, bloccandolo a terra con rapidità fulminea, piegandogli le braccia dietro la schiena e facendogli scattare le manette d’acciaio ai polsi.

Daniel non oppose alcuna resistenza. Con la guancia premuta contro i sassi del vialetto che un tempo percorreva a bordo delle sue auto sportive, continuava a piangere come un bambino smarrito, chiamando il mio nome tra i singhiozzi: «Elena… Elena, guardami… ti supplico, guardami…»

Non distolsi lo sguardo. Lo guardai mentre veniva sollevato di peso da due carabinieri, le ginocchia che cedevano, la testa ciondolante sul petto. Non c’era trionfo nel mio cuore, né vendetta residua da consumare. C’era solo la constatazione definitiva della legge più antica del mondo: ciò che costruisci sulla menzogna e sulla violenza, prima o poi, ti crolla addosso schiacciandoti sotto il suo peso.

Il comandante della stazione dei carabinieri si avvicinò al palco, togliendosi il berretto in segno di scusa: «Dottoressa, le chiediamo scusa per questa falla nella sicurezza. L’uomo sarà trattenuto con l’accusa di violazione di domicilio aggravata, porto abusivo d’arma e minacce a mano armata. La procura disporrà immediatamente la custodia cautelare in carcere.»

«Grazie, capitano,» risposi con un cenno del capo. «Fate ciò che richiede la legge. Niente di più, niente di meno.»

La folla, ancora scossa, cominciò lentamente a ricomporsi. Gli operatori televisivi riaccesero le telecamere, mentre il sindaco, visibilmente turbato ma ammirato dalla mia compostezza, riprese il microfono per invitare i presenti alla calma.

«Dottoressa Valenti-Sforza… vuole che sospendiamo la cerimonia?» mi chiese Marcus a bassa voce, porgendomi un bicchiere d’acqua.

Rifiutai l’acqua e sistemai il bavero del mio cappotto. «Assolutamente no, Marcus. Abbiamo una targa da scoprire.»

Tornai al centro del palco. Guardai le persone radunate sotto di me, che ora mi fissavano non più solo come una ricca ereditiera filantropa, ma come una donna che non avrebbe mai più permesso a nessuno di farla chinare.

«Come stavo dicendo prima di questa triste interruzione,» ripresi a parlare con voce ferma, limpida, che risuonò come un giuramento su quella collina, «la libertà non è un regalo che qualcuno può concederci. È una conquista che dobbiamo difendere ogni singolo giorno, senza abbassare mai gli occhi davanti a chi crede che il potere dia il diritto di distruggere gli altri. Questo centro appartiene a tutte coloro che hanno trovato il coraggio di dire basta.»

Presi il cordone di seta dorata e tirai con un gesto secco.

Il drappo di velluto rosso scivolò via, scoprendo il marmo bianco e le parole scolpite nella pietra. Un applauso scrosciante, sincero, potente si levò dal piazzale, salendo verso il cielo terso di novembre e spazzando via per sempre l’ultimo fantasma dei Moretti da quella terra.

Capitolo 16: Il tribunale di sorveglianza
Tre mesi dopo, l’inverno milanese stava cedendo il passo alle prime giornate umide di marzo.

Nello studio del mio avvocato penalista, in via Fatebenefratelli, i faldoni del procedimento penale contro Daniel Moretti erano allineati sul tavolo delle riunioni. Daniel era detenuto nel carcere di Monza da novanta giorni. La perizia psichiatrica richiesta dal suo difensore d’ufficio aveva escluso qualsiasi vizio totale o parziale di mente: l’imputato era pienamente capace di intendere e di volere al momento dei fatti, lucido nella sua disperazione e consapevole del pericolo delle sue azioni.

«La procura propone un patteggiamento a tre anni e quattro mesi di reclusione per minaccia aggravata dall’uso di armi e tentata violenza privata,» spiegò il mio legale, sfogliando l’estratto delle conclusioni del pubblico ministero. «Con i benefici di legge e la condotta carceraria regolare, potrebbe chiedere l’affidamento in prova ai servizi sociali tra circa diciotto mesi. Spetta a noi decidere se costituirci parte civile per chiedere i danni d’immagine o lasciare che la giustizia ordinaria faccia il suo corso senza infierire.»

Guardai fuori dalla finestra: le prime gemme verdi cominciavano a spuntare sui rami scuri dei platani lungo il corso.

«Non mi costituirò parte civile,» risposi senza esitazione.

L’avvocato inarcò un sopracciglio, sorpreso. «Dottoressa, con il materiale probatorio a nostra disposizione potremmo bloccare qualsiasi sua richiesta di misura alternativa e pretendere un risarcimento che graverebbe su ogni suo eventuale reddito futuro per il resto dei suoi giorni.»

«Non mi interessa il suo futuro, avvocato. E non voglio i suoi soldi inesistenti,» dissi, alzandomi e infilando i guanti. «Accetti il patteggiamento. Quando avrà scontato la sua pena, sarà un cittadino libero di ricostruirsi un’esistenza, se ne sarà capace. Non intendo passare il resto della mia vita a fare la carceriera di un uomo che ho già cancellato dal mio presente.»

Prima di lasciare lo studio, l’avvocato mi porse una busta chiusa senza affrancatura. «Questa è arrivata ieri dalla casa circondariale. La direzione del carcere l’ha inoltrata al nostro studio. È indirizzata a lei.»

Riconobbi la calligrafia incerta, tremante, tracciata con una penna a sfera su un foglio di carta a righe da quaderno scolastico. Era di Daniel.

Presi la busta tra le dita. Per un attimo fui tentata di aprirla, di leggere le parole con cui cercava probabilmente di giustificarsi, di scusarsi, di chiedere un’ultima briciola di pietà o di riversare l’ennesimo veleno impotente.

Poi guardai il cestino della carta straccia accanto alla scrivania del notaio.

Senza aprirla, senza esitare un solo secondo, spezzai la busta a metà, poi in quattro parti, e lasciai cadere i frammenti tra i fogli stracciati.

«Buona giornata, avvocato,» dissi.

«Buona giornata a lei, dottoressa.»

Capitolo 17: La rotta verso il mare aperto
La primavera arrivò a Genova con il profumo salmastro del porto antico e il grido stridulo dei gabbiani che volteggiavano sopra le gru dei bacini di carenaggio.

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